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Scritto Mercoledì 17 febbraio 2016 alle 21:49

L’ennesima trovata di Fragomeli e compagni conferma la tesi che il PD è un partito centralista. Quanto il Partito nazionale Fascista. Senza il Duce

L'ennesima trovata dell'on. Gian Mario Fragomeli e dei suoi 19 compagni di partito dovrebbe fare riflettere sul serio gli elettori del PD. Ci stiamo inesorabilmente avviando, con un percorso a ritroso rispetto a quello iniziato nel 1992, verso un centralismo così forte da ricordare in modo inquietante il ventennio fascista, ma senza il Duce. Pensiamo alla cosiddetta riforma Delrio: soppressione delle province senza individuare un organismo intermedio tra regione e comuni, passando però, prima, per l'elezione indiretta di quel che resta del Consiglio provinciale. In altre parole, fino a due anni fa erano i cittadini che eleggevano i consiglieri provinciali, ora sono i consiglieri comunali mentre i cittadini stanno a casa. Insomma si eleggono fra loro. Soppressione del Senato così come lo conosciamo: da domani saranno i consiglieri regionali a nominare i membri di Palazzo madama non più i cittadini. Soppressione dei collegi elettorali (già nel porcellum) con deputati per oltre la metà indicati direttamente dai partiti. Ai cittadini resta il diritto di voto al partito, ma non al deputato che dovrebbe rappresentare gli interessi del territorio a Montecitorio. Progressivamente i cittadini vengono spogliati dei diritti fondamentali che passano alle segreterie dei partiti, in questo caso a quella del Partito Democratico, che ormai di democratico ha solo l'aggettivo. E ora l'ultima straordinaria proposta: Roma impone la fusione obbligatoria dei comuni sotto i 5000 abitanti, indipendentemente dal volere di chi vi risiede. Una manovra esattamente pari a quella operata nel 1928 dal Partito nazionale Fascista. Il parere "dal basso" ormai non conta più nulla per i boy scout renziani al governo. Vogliono scardinare dalle fondamenta il sistema democratico che sin qui bene o male ha retto, per costruirne uno che disintegri le opposizioni e, soprattutto, che non conceda spazi al popolo.

Soprassediamo sull'on.Fragomeli. Abbiamo già scritto su questo giornale quel che pensiamo di lui e lui di noi, ma sui social, evitando di incrociare le lame. Ma almeno una cosa gliela vogliamo far presente: in Lombardia ci sono 1.528 comuni dei quali 1.059 pari al 69,31% sotto i 5mila abitanti. Si rende conto l'ex sindaco di Cassago, dipendente della provincia di Milano (per dire che la sua è stata una carriera tutta nel "pubblico") che razza di sconquasso uscirebbe da un obbligo di fusione? Capisce quante realtà ben gestite, dove il cittadino è vicino alle istituzioni e viceversa verrebbero spazzate via con il loro carico di storia, tradizioni, cultura, conoscenza per una legge scritta a Roma?

Il quadro nazionale avrebbe dovuto sconsigliare una proposta del genere: su 8.003 comuni, ben 5.579, quasi il 70%, sono sotto i 5mila abitanti. Una rivoluzione che neppure Mussolini aveva saputo o voluto operare. Per quanto, allora, facevano comune Cassina de Bracchi, aggregata a Casatenovo, Calolzio, con Corte da cui è nato Calolziocorte, Lomaniga con Missaglia, Novate con Merate, Sartirana con Merate, Bagaggera con Rovagnate, e così via.

Le prime reazioni già si sono fatte sentire, con Daniele Nava a nome di regione Lombardia. La Lega arriverà prima o poi. Ma è il popolo piddino che dovrebbe respingere a gran voce la proposta di Fragomeli. Bisogna spiegare all'Onorevole di Cassago che la condivisione con il proprio territorio è una variabile imprescindibile di un mandato parlamentare. E che bisogna operare ben altre riforme per far ripartire l'economia, non la fusione dei comuni per risparmiare un migliaio di euro all'anno, in gettoni di presenza per i consiglieri. Anzi la riforma giusta sarebbe lasciare ai comuni decidere quanti consiglieri vogliono avere: sono loro stessi a pagarli, non Roma. Così si concretizza il principio di sussidiarietà e l'autonomia degli enti locali. Invece il PD si comporta esattamente all'opposto. E l'on.Gian Mario Fragomeli non manca mai di esserci. Il caso delle aziende pubbliche è un classico: la normativa nazionale e europea chiede il primo livello per il controllo analogo e lui che cosa fa per ingraziarsi il suo partito e Lecco? Propone un emendamento per consentire che il controllo sia anche di secondo livello. Ma non ha mai preso in considerazione l'Onorevole di tornare alle importanti funzioni di dipendente della provincia di Milano?

Claudio Brambilla
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