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Scritto Sabato 19 novembre 2016 alle 15:18

Quella sulla gestione dell’idrico era una battaglia di legalità. Ha vinto il PD e ora col decreto Madia l’acqua non è più un bene ''dovuto''

Su un aspetto del lungo braccio di ferro sull'affidamento del servizio idrico integrato (SII) non abbiamo dubbi: la battaglia di Andrea Robbiani prima e di Andrea Massironi poi è stata una battaglia di legalità. Forti dubbi, invece li nutriamo nei confronti del giudizio, decisamente contraddittorio, espresso dalla Corte dei Conti e dall'Agenzia per la concorrenza e il mercato (Agcm). In prima istanza sia i Giudici contabili che l'Autorithy avevano espresso con nitidezza il parere contrario all'affidamento del servizio a Idroservice e a successivamente a Lario Reti in quanto la Srl e la Holding avrebbero dovuto possedere i requisiti prima, non dopo l'affidamento. Requisiti che si sostanziano nel controllo analogo, cioè i comuni soci direttamente nel capitale sociale e nel concetto di prevalenza dell'attività idrica su quella, commerciale, di distribuzione del gas. Sappiamo tutti che quando l'ATO prima e l'assemblea dei sindaci poi votarono l'affidamento della gestione dell'acqua pubblica a Idroservice e, per fusione, a Lario reti, tali requisiti non c'erano: Idroservice era controllata al 100% dalla Holding, per cui non c'era il controllo di 1° livello o controllo analogo e Lario reti ha come focus di gran lunga prevalente quello del gas, attività liberalizzata e quindi non strategica per l'ente locale. Ma il partito Democratico lecchese aveva deciso: acqua e gas dovevano stare in un'unica azienda i cui vertici dovevano essere in un modo o nell'altro espressione del centrosinistra. E così è stato. Nonostante la generosa battaglia del Sindaco di Merate spalleggiato da pochi altri comuni che vedevano in Idrolario il soggetto naturale per gestire il servizio idrici integrati ed in prospettiva, magari, una fusione con Silea, così da creare una società di servizi pubblici locali; cosa che non è Lario Reti in quanto la sua vocazione commerciale (come da bozze di delibera che già circolano in attesa del via libera dai Consigli comunali) verrà anzi potenziata. Ora la Corte dei Conti è andata oltre: pur ammettendo diverse criticità in ordine all'affidamento del servizio idrico a Lario reti arriva a sostenere che comunque - giunti a questo punto - l'affidamento stesso è da considerarsi definitivo. Sì, a suo tempo non rispettava la normativa nazionale e europea ma dato che la maggioranza dei sindaci così ha voluto anche i legislatori nazionale e d'oltralpe se ne devono fare una ragione. Pertanto, siccome il patrimonio (reti) è ancora in "pancia" a Idrolario Srl - società che, quella sì aveva tutti i requisiti in ordine - Merate che detiene il 24% della società deve abbassare la testa e consentire che essa sia fusa in Lario Reti.

La fusione deve essere approvata con l'80% dei voti. Ecco perché quel 4% in più circa conferisce a Merate la cosiddetta golden share, l'azione d'oro con la quale ogni operazione straordinaria può essere bloccata. Secondo la Corte - e secondo i vertici di Lario Reti - Merate deve cedere e ritirarsi in buon ordine. Si batteva per la legalità, lo sanno tutti anche i più oltranzisti del PD che hanno girato per i comuni facendo opera di convincimento - rigorosamente a porte chiuse però - per indurre anche i più recalcitranti a non seguire Massironi e i suoi quattro alleati. Anzi, tre. E loro, i sindaci, anziché metterci la testa e studiare le carte - per lo più, non tutti naturalmente - hanno fatto prima a seguire l'indicazione proveniente dal quartier generale di Valmadrera. Poi, li sentivi uno per uno in privato, e ti dicevano le stesse cose che sosteneva Massironi. Ma in assemblea compatti dietro il capo orchestra, che sta, giustappunto, a Valmadrera. Sia La Corte sia l'Agcm avranno sicuramente avuto ottimi motivi per non dare seguito alla prima "sentenza". Resta tuttavia il disagio per una conclusione che seppure assicura l'acqua e i necessari investimenti - ed è quello che alla fine conta per il cittadino - non ha dato il giusto riconoscimento a quanti perseguivano lo stesso scopo ma percorrendo il sentiero tracciato dalla Legge. Ora che Lario Reti sta ricercando partner importanti attraverso la pluridecorata società di revisione "PWC" ci si augura che in una joint venture o in una newco sia il gas l'oggetto del business. L'acqua deve restare fuori a meno che il compagno di viaggio non sia un'altra società al 100% pubblica. E senza vocazione commerciale. Proprio, come si diceva prima, il concetto che stava alla base del progetto Merate: due società interamente pubbliche, controllate dai comuni soci. Una soluzione legale e ideale, rigettata dalla maggior parte dei sindaci del meratese e del casatese. Secondo noi - ma ovviamente è una pura valutazione soggettiva - non per ragioni tecniche ma per ossequio al partito di riferimento o di area. Invece accadrà il contrario con il risultato nel medio-lungo termine di un decadimento della qualità del servizio come sempre si verifica quando il centro di comando si allontana dal proprio mercato.

Acel è un'ottima azienda perché è tutta lecchese. Giusto aumentare la massa critica ma senza perdere di vista l'obiettivo che è quello di prestare un servizio importante, non solo fare profitto. E se ciò vale per una merce liberalizzata sul mercato figuriamoci per l'acqua, bene universale e quindi per definizione "pubblico". A prescindere dal risultato del referendum del giugno 2011. E dalla riforma Madia che, disprezzando il voto di 27 milioni di italiani ha reintrodotto anche per l'acqua il concetto della "adeguata remunerazione del capitale investito" puntando, in esecuzione allo "Sblocca Italia" 2014 a concentrare tutti i servizi in poche grandi multiutility (Acea, A2A, Hera, Iren). In quale modo? Semplice, convertendo come ha fatto la ministra del PD Madia l'affidamento del SII da "in house" a in "via prioritaria" alle società interamente pubbliche. E di questi dovremmo fidarci?

Claudio Brambilla
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