L'orgoglio del tutto va bene nel rotacismo romanesco. Si pensa ai primi e agli ultimi chi pensa?

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Alla fine dell’anno abbiamo sindaci, deputati, consiglieri regionali, capi del governo che recitano un atto di autocoscienza pubblica e mettono sul piatto della bilancia i risultati ottenuti. Tutti, dal più alto in carica all’ultimo presidente della proloco, chiudono la prolissa prolusione facendo aumentare il peso delle cose fatte e i risultati ottenuti.

Ultimamente, nell’otre scivola il rotacismo fonetico romanesco sostantivo orgoglio diventato di moda. E’ stato tolto, spolverato dalla muffa e dalla polvere di un vecchio armadio dimenticato in qualche cantina segreta.

Il francesismo (orgoglio) è sinonimo di stima eccessiva di sé, alto sentimento della propria dignità, del merito, della posizione sociale, espressione di superiorità nei confronti degli altri. E’ ricorrente sentire dire dal padre o dalla madre: «figlio sono orgoglioso di te, perché tu sei orgogliosamente orgoglioso di me». Le campane si sono messe a suonare annunciando la nuova novella: tutti vivranno orgogliosamente felici e contenti. Sembra di rivedere in bianco e nero lo sceneggiato televisivo Il Segno del Comando, interpretato da Lando Fiorini (1972), e scorgere il fantasma di Belfagor, trasferitosi dal Louvre, sotto i porticati di Roma. Ma tutto va bene, Madama la Marchesa.

Anche in terra lombarda, dove prevale il suono delle consonanti lunghe e delle vocali aperte, che prendono il volo e si estinguono quando incontrano le Prealpi e rimbalzando diventano gutturali, rauche e poi planano in pianura tra le acque del Ticino, l’orgoglio si fa sentire, suona la carica e sventola qualche stendardo per declamare alla popolazione che tutto va bene, Madama la Marchesa.

Non importa se la sanità barcolla, rischia di chiudere i battenti, che aumentino i senza tetto. Basta girare l’angolo per trovare qualcuno che si nasconde, si ritrae con le sue orgogliose sfinite membra tra qualche cartone. Per contrappunto c’è qualche deputato che espone orgogliosamente stupendi manifesti per fare gli auguri di buone feste con un pino decorato con cartucce colorate scariche, per salutare i suoi amici cacciatori dimenticandosi che siamo in guerra. Quelle cartucce portano un cognome che gli appartiene…Madama la Marchesa.

Spogliare l’albero dell’orgoglio è anche arricchente. C’è un consigliere regionale di maggioranza che gira in largo e in lungo per annunciare la novella che in Lombardia è tutto un mondo fatto di stelle. Lui è protetto dallo spadone di Giussano: instancabilmente taglia inaugurazioni senza distinzione. Se c’è un nuovo tombino, lui è lì, non manca, è orgogliosamente sempre presente.

Per onestà di cronaca non è solo. L’orgoglio contagia. Bisogna stare attenti. L’orgoglio esclude gli ultimi. Poi, quando si sposa con il merito, c’è il rischio di cadere nella trappola di illudersi di essere sulla vetta. Quelli sotto, che sono la maggioranza, sono figli di un dio minore. Anche questi, che predicano l’orgoglio, sono solo apparenze di un sistema geopolitico più complesso che è nelle mani dell’1%: loro ne sono esclusi, fanno parte del 99%. 

Ci si accorge quanto sia perverso il merito quando si costata che sindaci, associazioni, scuole, istituzioni varie premiano i ragazzi/e meritevoli e non pensano di premiare anche gli ultimi, i disagiati, non con una pergamena, ma con un corso di sostegno, un intervento specifico, contribuendo anche economicamente. Così gli ultimi saranno i primi, Madama la Marchesa.

(Matteo 20:1-16) «Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno.  Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?  Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».
Enrico Magni
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