Castello B.za: attivisti di No Name Kitchen parlano delle rotte migratorie in Europa

A Castello di Brianza una cena benefica ha trasformato una serata conviviale in un momento di forte consapevolezza sulle rotte migratorie che attraversano l’Europa, con la partecipazione di circa una novantina di persone. L’appuntamento, organizzato venerdì sera a favore di No Name Kitchen con il patrocinio del Comune, con la collaborazione con l’associazione Pro Chiesa di Brianzola e l’associazione culturale San Donato, è nato come iniziativa a sostegno dei progetti sul campo, ma si è presto rivelato anche un’occasione per ascoltare da vicino le voci di chi ogni giorno incontra persone in movimento lungo i confini europei.
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Ad aprire l’incontro è stata l’assessore Elena Formenti, che ha ricordato come l’evento ''non volesse limitarsi a essere una raccolta fondi, ma piuttosto una testimonianza concreta del lavoro portato avanti dall’associazione''.
Nel ringraziare Chiara Bonfanti, attivista di No Name Kitchen e concittadina, insieme agli altri volontari presenti, ha avuto parole di gratitudine anche per l’associazione Pro Chiesa di Brianzola, responsabile della cena, e per l’associazione San Donato, che ha contribuito a promuovere l’iniziativa sul territorio.
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Il cuore della serata è stato il racconto, a partire da un gesto simbolico: sui tavoli erano stati disposti alcuni passaporti finti, pensati per far immedesimare i partecipanti nelle possibilità, o più spesso nelle limitazioni, di movimento legate a quel documento.
Finita la cena, Bonfanti ha invitato i presenti a interrogarsi sui motivi che spingono le persone a lasciare il proprio Paese: guerre, crisi economiche, mancanza di lavoro, condizioni di vita difficili, effetti del cambiamento climatico che compromettono l’accesso ai bisogni più elementari.
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''Gli spostamenti - ha ricordato l’attivista - sono estremamente naturali e appartengono anche alla storia umana, non solo per motivi emergenziali. Anche i viaggi per studio, per turismo o raggiungere i familiari all’estero sono assolutamente valide come motivazioni. La differenza - ha sottolineato - è che non tutte le persone possono muoversi con le stesse tutele''.
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Da qui il passaggio al tema della libertà di movimento, formalmente riconosciuta nei documenti internazionali ma spesso negata nella pratica. Chiara Bonfanti ha spiegato come ''per molte persone, le vie legali sono di fatto precluse, costringendole a intraprendere rotte irregolari, più lunghe, rischiose e costose. Dal 2014, lungo i confini dell’Europa sono stati registrati (quindi sicuramente saranno di più) circa 75 mila casi di morti legate a queste migrazioni, in un contesto in cui le frontiere vengono continuamente rafforzate dagli Stati più ricchi''.
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È in questo quadro che si inseriscono anche accordi bilaterali come quello siglato tra Italia e Albania nel novembre 2023, che No Name Kitchen spiega siano ''parte di una strategia più ampia di esternalizzazione dei confini, che porta alla creazione di muri materiali e giuridici, oltre che di veri e propri campi di detenzione''.
Uno dei punti più discussi è stato quello dei respingimenti, i cosiddetti ''pushback''. ''Chi entra in un altro Stato - ha rammentato Bonfanti al pubblico - ha il diritto di chiedere asilo e che, in attesa di una decisione, dovrebbe essere garantita la sicurezza e la sussistenza''.
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La realtà che No Name Kitchen incontra sul campo è spesso diversa: persone fermate, ferite, abbandonate in condizioni precarie, costrette a ripetere più volte lo stesso tragitto. Le immagini proiettate in sala, attraverso un video dedicato all’associazione, hanno dato un volto alle storie raccontate, mostrando luoghi, cicatrici e situazioni quotidiane di chi vive e lavora lungo le rotte.
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La psicologa e attivista Alessia Miseo (di Garbagnate Milanese), ha portato poi il punto di vista di chi si occupa in prima persona della salute delle persone in transito. ''I fondi che permettono all’associazione di operare derivano principalmente da donazioni private e da realtà sensibili al tema, ma non dalle istituzioni europee, in quanto in gran parte responsabili delle stesse politiche che rendono necessari gli interventi di solidarietà''.
Miseo ha raccontato come No Name Kitchen lavori in alcuni punti nevralgici delle rotte, con azioni di aiuto immediato e lavoro di sensibilizzazione. In questo contesto è nato il progetto ‘Care on the Move’, prima come percorso di supporto psicologico online e poi come serie di attività di sostegno psico-sociale di chi sta per affrontare e affronta la rotta. ''L’obiettivo è aiutare le persone a ricostruire un rapporto con sé stesse e con gli altri, a riattivare competenze e risorse personali messe a dura prova da viaggi spesso lunghi e traumatici, dentro un quadro geopolitico in rapida trasformazione''.
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Lo sguardo si è poi spostato sulla Bulgaria grazie al racconto di Gabriele Cattaneo, volontario di Cremella, che ha descritto un contesto particolarmente duro. Secondo la sua testimonianza, ''sia l’Unione europea sia il governo bulgaro esercitano una forte pressione che finisce per ostacolare gli aiuti tra persone''.
Cattaneo ha parlato di violenze fisiche da parte della border police, finanziata dall’Europa, citando pestaggi, respingimenti e mancato soccorso. No Name Kitchen è stata, purtroppo, testimone della morte di tre minorenni di origine egiziana, morti nonostante una chiamata di emergenza. ''Dopo averci ostacolato nell’andare a soccorrerli subito, la polizia non è intervenuta, girandosi dall’altra parte''.
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Un’altra criticità riguarda la procedura d’asilo: ''Chi arriva in Bulgaria - ha raccontato - viene spesso costretto a restare nel Paese sotto la minaccia di deportazione o detenzione, senza che la propria storia personale venga valutata nel merito della richiesta d’asilo… conta quasi esclusivamente il Paese di provenienza''.
A questo si aggiungono barriere linguistiche enormi: la documentazione viene fornita volutamente solo in bulgaro, lingua che quasi nessuno tra le persone in transito conosce, rendendo incomprensibili diritti, doveri e conseguenze delle firme. ''In molti casi entra in gioco la detenzione amministrativa, con campi chiusi simili a prigioni dove le persone rimangono a lungo, finché non accettano il cosiddetto ‘rimpatrio volontario’ che di volontario - secondo il volontario - ha ben poco, essendo spesso frutto di pressioni, violenze e ricatti psicologici''.
“Per questo - ha concluso Chiara Bonfanti - non si deve pensare che il nostro privilegio sia mera fortuna. Occorre chiamare in causa la responsabilità collettiva e la giustizia”.
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Durante le domande, è emerso quanto il quadro repressivo si sta irrigidendo. ''Sempre in Bulgaria - spiegano gli attivisti - due volontarie sono in carcere per aver tentato un salvataggio in foresta, ora sotto processo senza possibilità di lasciare il Paese''. Le attività di supporto vengono sempre più criminalizzate.
Rispondendo sempre ad una domanda, i ragazzi di No Name Kitchen hanno spiegato che “pur circolando informazioni sulle tratte, la parte più violenta non viene raccontata appieno per vergogna, desiderio di non rivivere il trauma e narrazioni pubbliche distorte. Molte persone partono senza sapere davvero cosa le aspetta” hanno concluso.
Una cena, dunque, ma anche uno spazio di confronto in cui le distanze si sono fatte meno nette.
M.E.
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