Galgiana: l'antica storia del Crocifisso raccontata da due parrocchiani
Una storia antica, affascinante e per molti aspetti ancora poco conosciuta: è quella del Crocifisso ligneo di Galgiana, a Casatenovo, protagonista qualche tempo fa, di un incontro che ha permesso di far emergere notizie e curiosità inedite che volentieri vogliamo condividere con voi lettori.
A illustrarle erano stati Matteo Parravicini, storico collaboratore della Parrocchia, e Francesco Biffi, presidente dell’associazione Sentieri e Cascine e appassionato di storia locale. Parte delle informazioni ricostruite affonda le proprie radici nella documentazione conservata presso l’archivio parrocchiale, oggetto di raccolta e studio.

Il Crocifisso, noto in tutto il territorio per i suoi tratti fini e suggestivi, è un’opera di valore artistico e devozionale. Realizzato in legno e scolpito probabilmente all’inizio del Cinquecento, colpisce in particolare per la capigliatura che, secondo alcune ipotesi, sarebbe composta da capelli veri, elemento che ne accresce il realismo e il forte impatto emotivo. Nei secoli è stato lungamente venerato dalla popolazione: la presenza di numerosi ex voto testimonia il profondo legame devozionale che la comunità ha sempre nutrito nei suoi confronti.

Già nel 1492, mentre Cristoforo Colombo intraprendeva il suo viaggio verso il Nuovo Mondo, nell’area dove oggi sorge Villa Lattuada era attivo un piccolo convento di frati domenicani e il nostro Crocifisso probabilmente adornava fin dalle origini il suo pulpito. Tracce della presenza di un crocefisso sull’altare le troviamo nell’inventario alla chiusura del convento.

Il monastero di San Giacomo, situato a metà strada tra Galgiana e Casatenovo e dipendente dal monastero di Santa Maria delle Grazie di Milano fu un luogo di grande importanza religiosa, visitato anche da papa Pio V e sede di un ufficio della Santa Inquisizione per le cause minori.
Intorno a questo crocefisso nascono anche suggestivi aneddoti, come quello della testa snodabile che, su richiesta, avrebbe annuito alle domande provocatorie dei predicatori durante le prediche.

Le prime notizie certe sulla chiesa di Galgiana risalgono invece al 1531, anno in cui la parrocchia venne ceduta ai frati domenicani del convento delle Grazie di Milano. Nel 1564, nel Liber Seminari Mediolanenses, viene citata una cappella dedicata a san Biagio, descritta come un edificio di forma quadrilunga, semplice e privo di particolari elementi architettonici.
Solo cinquant’anni dopo circa, nel 1582,la Parrocchia, su spinta propulsiva del Card. Carlo Borromeo, ritorna nella giurisdizione dell’Arcivescovado milanese. Nel corso del XVIII secolo la chiesa antica fu oggetto di diversi interventi di ampliamento, con l’aggiunta di due cappelle e nuove decorazioni interne.
Invece il convento di San Giacomo sopravvisse fino alla fine del Settecento, quando nel 1785, in applicazione dei provvedimenti dell’imperatrice d’Austria ispirati a una bolla di papa Innocenzo X, i piccoli conventi vennero soppressi. Il monastero di San Giacomo fu raso al suolo e oggi non ne rimane alcuna traccia.

Il Crocifisso, però, fu salvato. In un primo momento venne acquistato da un contadino di Cascina Crotta (dove oggi si trovano le scuole medie ndr), che lo custodì per quasi un secolo. A metà Ottocento fu poi la lungimiranza e la determinazione di don Luigi Lozza, parroco di Galgiana per ben 56 anni, a consentirne il trasferimento in Parrocchia. Era il 1861 quando l’opera giunse finalmente nella chiesa di Galgiana, trovando inizialmente collocazione in sacrestia e solo successivamente in un apposito altare posto a destra rispetto all'ingresso.

Ricapitolando, si può presumere che l’arrivo del Crocefisso nell’ex-convento possa essere avvenuto tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Lì rimase per quasi 300 anni fino al 1785 quando passa al contadino di Crotta dove rimane per altri 80 anni, dopodiché finalmente arriva in Chiesa San Biagio nel 1861. Ad oggi quindi questo crocefisso potrebbe avere oltre 500 anni ed è presente in S. Biagio da più di 160 anni, un ''valore'' ed una ''testimonianza'' importanti per la Chiesa e la Parrocchia.
Nel frattempo, tra il 1833 e il 1835, la chiesa era stata completamente ricostruita su progetto dell’architetto Giacomo Moraglia, uno dei maggiori interpreti del neoclassicismo lombardo.

L’edificio fu poi ampliato nel 1904 con l’aggiunta di due campate all’ingresso, intervento voluto da monsignor Carlo Buttafava, parroco fino al 1931. A lui si devono anche ulteriori lavori di ampliamento e valorizzazione della chiesa, segni tangibili lasciati alla comunità, che gli ha intitolato la strada principale della frazione.
Qualche anno dopo, nel 1931, quasi ottuagenario e mal sopportando la situazione creatasi con la costruzione della nuova chiesa alle Cassine de' Bracchi, Mons. Carlo Buttafava rinunciò alla parrocchia e andò a vivere "nella casa avita di San Giuseppe (a Desio), dove ora riposa nella cripta gentilizia vicino ai suoi cari e agli altri sacerdoti della famiglia" .
La morte lo colse in Desio il 16 gennaio 1934. Galgiana serba memoria delle sue opere nella lapide che, per interessamento di don Luigi Casola, fu posta in chiesa parrocchiale per ricordare il nostro monsignore in connubio con don Luigi Lozza; due curati che riempirono colla loro presenza e la loro azione pastorale più di un secolo di vita parrocchiale.

Dopo Buttafava, la guida della Parrocchia passò al coadiutore don Salvatore Bagatti e successivamente a don Luigi Casola, parroco fino al 1966 e figura molto amata, al quale è stato intitolato un salone dell’oratorio parrocchiale. Dal 1966 al 1990 la comunità fu accompagnata da don Antonio Brambilla, altra figura di riferimento per Galgiana. A raccoglierne il testimone fu don Giorgio Lattuada, parroco fino al 2006; durante il suo ministero il Crocifisso venne sottoposto all’ultimo restauro conservativo.
Nel 2006 la parrocchia di Galgiana e Cassina de’ Bracchi, insieme alle altre frazioni casatesi, è confluita nella Comunità Pastorale Maria Regina di Tutti i Santi, retta inizialmente da don Sergio Zambenetti e oggi da don Massimo Santambrogio.
Anche in tempi recenti il Crocifisso ha continuato a rappresentare un punto di riferimento spirituale: nell’aprile del 2020, in piena pandemia, l’allora parroco don Antonio Bonacina affidò proprio a esso una preghiera pubblica, in un momento di grande sofferenza non solo per la comunità locale, ma per gran parte del pianeta.
Storie nella storia, che restituiscono il valore profondo di un Crocifisso che, a distanza di oltre cinque secoli, continua a essere un segno vivo di fede, memoria e identità per la comunità di Galgiana e Cassina de’ Bracchi.
Contributo fotografico: Gruppo AFCB
A illustrarle erano stati Matteo Parravicini, storico collaboratore della Parrocchia, e Francesco Biffi, presidente dell’associazione Sentieri e Cascine e appassionato di storia locale. Parte delle informazioni ricostruite affonda le proprie radici nella documentazione conservata presso l’archivio parrocchiale, oggetto di raccolta e studio.

Il Crocifisso esposto nella chiesa di San Biagio a Galgiana
Il Crocifisso, noto in tutto il territorio per i suoi tratti fini e suggestivi, è un’opera di valore artistico e devozionale. Realizzato in legno e scolpito probabilmente all’inizio del Cinquecento, colpisce in particolare per la capigliatura che, secondo alcune ipotesi, sarebbe composta da capelli veri, elemento che ne accresce il realismo e il forte impatto emotivo. Nei secoli è stato lungamente venerato dalla popolazione: la presenza di numerosi ex voto testimonia il profondo legame devozionale che la comunità ha sempre nutrito nei suoi confronti.

Matteo Parravicini (a sinistra) e Francesco Biffi durante l'incontro svoltosi negli scorsi mesi
Già nel 1492, mentre Cristoforo Colombo intraprendeva il suo viaggio verso il Nuovo Mondo, nell’area dove oggi sorge Villa Lattuada era attivo un piccolo convento di frati domenicani e il nostro Crocifisso probabilmente adornava fin dalle origini il suo pulpito. Tracce della presenza di un crocefisso sull’altare le troviamo nell’inventario alla chiusura del convento.

Un'immagine della Chiesa parrocchiale di San Biagio come appare oggi
Il monastero di San Giacomo, situato a metà strada tra Galgiana e Casatenovo e dipendente dal monastero di Santa Maria delle Grazie di Milano fu un luogo di grande importanza religiosa, visitato anche da papa Pio V e sede di un ufficio della Santa Inquisizione per le cause minori.
Intorno a questo crocefisso nascono anche suggestivi aneddoti, come quello della testa snodabile che, su richiesta, avrebbe annuito alle domande provocatorie dei predicatori durante le prediche.

Le prime notizie certe sulla chiesa di Galgiana risalgono invece al 1531, anno in cui la parrocchia venne ceduta ai frati domenicani del convento delle Grazie di Milano. Nel 1564, nel Liber Seminari Mediolanenses, viene citata una cappella dedicata a san Biagio, descritta come un edificio di forma quadrilunga, semplice e privo di particolari elementi architettonici.

L'elenco dei sacerdoti succedutisi alla guida della Parrocchia
Solo cinquant’anni dopo circa, nel 1582,la Parrocchia, su spinta propulsiva del Card. Carlo Borromeo, ritorna nella giurisdizione dell’Arcivescovado milanese. Nel corso del XVIII secolo la chiesa antica fu oggetto di diversi interventi di ampliamento, con l’aggiunta di due cappelle e nuove decorazioni interne.
Invece il convento di San Giacomo sopravvisse fino alla fine del Settecento, quando nel 1785, in applicazione dei provvedimenti dell’imperatrice d’Austria ispirati a una bolla di papa Innocenzo X, i piccoli conventi vennero soppressi. Il monastero di San Giacomo fu raso al suolo e oggi non ne rimane alcuna traccia.

Il Crocifisso, però, fu salvato. In un primo momento venne acquistato da un contadino di Cascina Crotta (dove oggi si trovano le scuole medie ndr), che lo custodì per quasi un secolo. A metà Ottocento fu poi la lungimiranza e la determinazione di don Luigi Lozza, parroco di Galgiana per ben 56 anni, a consentirne il trasferimento in Parrocchia. Era il 1861 quando l’opera giunse finalmente nella chiesa di Galgiana, trovando inizialmente collocazione in sacrestia e solo successivamente in un apposito altare posto a destra rispetto all'ingresso.

Ricapitolando, si può presumere che l’arrivo del Crocefisso nell’ex-convento possa essere avvenuto tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Lì rimase per quasi 300 anni fino al 1785 quando passa al contadino di Crotta dove rimane per altri 80 anni, dopodiché finalmente arriva in Chiesa San Biagio nel 1861. Ad oggi quindi questo crocefisso potrebbe avere oltre 500 anni ed è presente in S. Biagio da più di 160 anni, un ''valore'' ed una ''testimonianza'' importanti per la Chiesa e la Parrocchia.
Nel frattempo, tra il 1833 e il 1835, la chiesa era stata completamente ricostruita su progetto dell’architetto Giacomo Moraglia, uno dei maggiori interpreti del neoclassicismo lombardo.

Un'immagine della chiesa di Galgiana prima della ricostruzione
L’edificio fu poi ampliato nel 1904 con l’aggiunta di due campate all’ingresso, intervento voluto da monsignor Carlo Buttafava, parroco fino al 1931. A lui si devono anche ulteriori lavori di ampliamento e valorizzazione della chiesa, segni tangibili lasciati alla comunità, che gli ha intitolato la strada principale della frazione.
Qualche anno dopo, nel 1931, quasi ottuagenario e mal sopportando la situazione creatasi con la costruzione della nuova chiesa alle Cassine de' Bracchi, Mons. Carlo Buttafava rinunciò alla parrocchia e andò a vivere "nella casa avita di San Giuseppe (a Desio), dove ora riposa nella cripta gentilizia vicino ai suoi cari e agli altri sacerdoti della famiglia" .
La morte lo colse in Desio il 16 gennaio 1934. Galgiana serba memoria delle sue opere nella lapide che, per interessamento di don Luigi Casola, fu posta in chiesa parrocchiale per ricordare il nostro monsignore in connubio con don Luigi Lozza; due curati che riempirono colla loro presenza e la loro azione pastorale più di un secolo di vita parrocchiale.

Dopo Buttafava, la guida della Parrocchia passò al coadiutore don Salvatore Bagatti e successivamente a don Luigi Casola, parroco fino al 1966 e figura molto amata, al quale è stato intitolato un salone dell’oratorio parrocchiale. Dal 1966 al 1990 la comunità fu accompagnata da don Antonio Brambilla, altra figura di riferimento per Galgiana. A raccoglierne il testimone fu don Giorgio Lattuada, parroco fino al 2006; durante il suo ministero il Crocifisso venne sottoposto all’ultimo restauro conservativo.
Nel 2006 la parrocchia di Galgiana e Cassina de’ Bracchi, insieme alle altre frazioni casatesi, è confluita nella Comunità Pastorale Maria Regina di Tutti i Santi, retta inizialmente da don Sergio Zambenetti e oggi da don Massimo Santambrogio.

L'allora parroco don Antonio Bonacina in preghiera davanti al Crocifisso nel 2020
Anche in tempi recenti il Crocifisso ha continuato a rappresentare un punto di riferimento spirituale: nell’aprile del 2020, in piena pandemia, l’allora parroco don Antonio Bonacina affidò proprio a esso una preghiera pubblica, in un momento di grande sofferenza non solo per la comunità locale, ma per gran parte del pianeta.
Storie nella storia, che restituiscono il valore profondo di un Crocifisso che, a distanza di oltre cinque secoli, continua a essere un segno vivo di fede, memoria e identità per la comunità di Galgiana e Cassina de’ Bracchi.
Contributo fotografico: Gruppo AFCB
G.C.



















