Operazione Striscia: processo a due pusher, clienti 'vaghi'

Molti “non so”, troppi “non ricordo” e persino una denuncia solo sfiorata per l’atteggiamento inopportuno tenuto in aula hanno caratterizzato le testimonianze rese oggi davanti al giudice Giulia Barazzetta. Dichiarazioni che hanno costituito l’istruttoria dibattimentale del procedimento a carico di due soggetti di origine magrebina, accusati di far parte del giro di spaccio portato alla luce nel 2018 dalle telecamere di Striscia la notizia.
L’inchiesta, confluita nella cosiddetta “Operazione Striscia”, aveva preso le mosse proprio dai servizi televisivi andati in onda tra il 2017 e il 2018, che avevano documentato lo smercio di stupefacente al dettaglio concentrato in particolare nelle aree boschive e nelle zone limitrofe alle stazioni ferroviarie di Civate e Molteno. Secondo quanto ricostruito in fase di indagini dalla Questura, la piazza sarebbe stata frequentata quotidianamente da numerosi acquirenti, con cessioni ripetute di cocaina ed eroina, spesso concordate attraverso frasi in codice e incontri rapidi, per importi modesti.
Gli indagati iniziali erano almeno una ventina. Tuttavia, il procedimento si è progressivamente sfoltito già nella fase preliminare davanti al gip Salvatore Catalano: alcuni imputati hanno optato per riti alternativi, altri sono risultati irreperibili, fino a circoscrivere le contestazioni pendenti agli odierni due imputati. È sulla posizione di questi ultimi (chiamati a rispondere in concorso di traffico di stupefacenti secondo l'art 73, comma 1 del DPR del 1990 n. 309) che ora il giudice monocratico è chiamato a tendere le fila: nel corso dell’udienza odierna sono stati sentiti alcuni presunti acquirenti che, tra il 2017 e il 2018, avrebbero comprato sostanze stupefacenti - prevalentemente cocaina ed eroina - dagli imputati, oggi difesi dagli avvocati Luigi Tancredi del foro di Lecco e Simone Garavaglia del foro di Milano, entrambi presenti in aula in sostituzione dei colleghi titolari del fascicolo.
«Preparami 20 euro di caffè» era la frase che uno dei testimoni ha confermato nel corso della deposizione di utilizzare all’epoca per avvisare i pusher del proprio arrivo. Tuttavia, sottoposto all’album fotografico per il riconoscimento degli imputati, non è stato in grado di confermare se, o chi, avesse effettivamente individuato in passato fosse una delle persone da cui si riforniva. “Se è quello che avevo detto all'epoca, va bene” ha concluso, quasi stizzito, a fronte delle contestazioni alla memoria mosse dal vpo Caterina Scarselli.
Ancora meno collaborativa e includente è apparsa la testimonianza di un altro soggetto che, in fase di indagini, aveva dichiarato di aver riconosciuto “senza ombra di dubbio” uno degli spacciatori indicandolo agli uomini della Questura. Una sicurezza svanita davanti al giudice e alla pubblica accusa: «Quando ero sul treno scendevo alla stazione di Civate o di Molteno, non ricordo. Seguivo la folla, prendevo due strisce e me ne andavo, ma non so se fossero italiani o meno quelli da cui compravo».
Il dibattimento proseguirà a marzo con i residui testimoni chiamati a comparire dalla Procura.

F.F.
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.