I pulpiti non credibili dello Stato

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Che foga, che impeto, che afflato di giustizia il segretario provinciale Fsp della Polizia di Stato di Lecco.
Peccato che, sul terreno dell’ordine pubblico e dei pestaggi, le forze di polizia abbiano da tempo esaurito ogni credito politico e morale. 

Non si tratta di episodi isolati, ma di una continuità storica che lo Stato non ha mai voluto realmente spezzare.

C’è una data che segna questa frattura: Genova 2001, G8, scuola Diaz. 
Da allora non c’è stata bonifica, né reale assunzione di responsabilità. 

Al contrario: carriere proseguite, promozioni concesse, ruoli di vertice assegnati. 
Emblematica, ma mon unica in questo senso, la nomina a questore di Monza di Filippo Ferri, poliziotto condannato per i fatti di Genova, rimasto in carica fino a dicembre 2025. 
Una scelta politica precisa, che parla più di mille dichiarazioni sull’"ordine democratico".

È dunque grottesco, oltre che pericoloso, leggere nel comunicato Fsp l’etichetta di "terroristi che hanno voluto minare l’ordine democratico” riferita a una parte dei manifestanti di Torino. 

È lo stesso lessico usabile per chi, in divisa giustifica repressione, abusi e impunità. 

Lo stesso schema che ha attraversato l’omicidio di Federico Aldrovandi, pestato a morte da agenti di polizia e poi celebrati, anni dopo, in un congresso sindacale come fossero vittime.

Lo stesso schema che emerge negli abusi sistematici della Polizia penitenziaria, dal carcere minorile Beccaria di Milano fino a Santa Maria Capua Vetere: fatti non controversi, processi in corso, responsabilità evidenti. 
Non “mele marce”, ma pratiche tollerate, coperte, difese.
Lo stesso schema che rivediamo nei pestaggi di manifestanti e studenti minorenni a Pisa, Firenze e altrove, di fronte ai quali perfino il Presidente della Repubblica ha espresso sconcerto. 
Segno che il problema non è "l’emergenza dell'ordine pubblico”, ma un modello repressivo fuori controllo.

L’elenco potrebbe continuare. 
Ed è per questo che le critiche si ascoltano, ma i pulpiti si selezionano.

Sui fatti di Torino esistono testimonianze che vanno ben oltre i dieci secondi di video diventati virali. Un frammento utile a costruire una narrazione securitaria, a giustificare parole d’ordine e comunicati intimidatori, non a ricostruire la verità.


Fa sorridere amaramente l’appello a 'intervenire subito, ORA”. 
Perché è da decenni che lo Stato non interviene dove dovrebbe: sui meccanismi di controllo interno, sulle responsabilità individuali, sull’impunità strutturale che attraversa le forze dell’ordine.

Emblematico il rifiuto ostinato di una misura minima di trasparenza come il numero identificativo su casco e divisa. 
Una richiesta di civiltà democratica, non un attacco alla Polizia. Ma proprio questo rifiuto chiarisce da che parte si sta: non dalla tutela delle istituzioni, bensì dalla difesa corporativa di chi abusa del proprio potere.

Per questo no, non tutte le critiche sono legittime. 
E sì, i pulpiti vanno selezionati.
Anche perché sui fatti di Torino parlano testimoni diretti. Come la giornalista Rita Rapisardi, presente sul posto, che la scena l’ha osservata per intero, a pochi metri di distanza.

Testimonianze che smontano la propaganda e rimettono al centro una domanda politica semplice e irrisolta:
chi controlla chi è armato e agisce in nome dello Stato?

Una di queste testimonianze è della giornalista Rita Rapisardi che era sul luogo, che la scena l’ha vista - per intero - a cinque metri. Scrive così: “Fortuna vuole che quella scena l'abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall'altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni. In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull'angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare "stampa", convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un'asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l'hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, "basta, basta, lasciamolo stare". I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov'è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo "il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato". Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dai lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l'ultima volta l'emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorso per paura di denunce. Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove.
Paolo Trezzi
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