Cremella, Percorsi nella Memoria: la Resistenza di rom e sinti nel libro di Chiara Nencioni
Nel pomeriggio di domenica primo febbraio, presso la sala consiliare del municipio di Cremella, si sono svolti due degli incontri promossi nell'ambito del ciclo ''Percorsi nella Memoria''; in uno di questi Daniele Frisco - consultente del Consorzio Brianteo Villa Greppi - ha dialogato con la giornalista e docente Chiara Nencioni.
Quest’ultima, che svolge attività di ricerca all’Università di Pisa e fa parte del comitato scientifico del corso di perfezionamento in Didattica della Shoah all’Università di Firenze, ha presentato il suo libro ''Vittoria al fin liberi siam. Rom e Sinti nella Resistenza italiana'' nel quale, attraverso testimonianze e fonti di archivio, ricostruisce le vicende dei rom e dei Sinti partigiani che hanno scelto di lottare contro i fascisti e gli occupanti nazisti.

Il tutto è nato, ha spiegato Nencioni, dalle ricerche per il suo libro precedente uscito l’anno scorso, quando ha scoperto le deportazioni della minoranza rom.
''In Italia se ne parla pochissimo e questo fa cadere nell’oblio il loro genocidio'' ha spiegato, introducendo poi il termine ''orraimos'', parola rumena che significa ''inghiottire'', sinonimo della Shoah. ''Sono fiera di averlo portato nella lingua italiana, dando voce a popoli dimenticati, visti come corpi estranei'' ha aggiunto.

Da qui il contesto storico: i numeri sono incerti, tra 500.000 e quasi un milione di vittime etichettate come ''zingari e asociali'' nei campi, le leggi fasciste che già dal 1926 discriminavano queste minoranze, in un certo senso ante litteram rispetto a quelle di Norimberga e alle razziali del 1938, con le deportazioni dei rom e dei sinti nei campi italiani e sardi, accanto a slavi internati liberamente.
Ma oltre l’orrore di ciò che è accaduto, Nencioni nel suo libro ha voluto fare leva sull’eroismo di queste etnie che è emerso durante le sue ricerche. ''Ho trovato racconti di grande coraggio nella Resistenza e nel dopoguerra'' ha spiegato l’autrice.

Dopo questa breve introduzione, è seguito il cuore vero e proprio del dialogo, con le domande dirette poste da Frisco all’ospite, fra cui: come si sono rapportati i rom e i sinti alla Resistenza? La risposta ha chiarito il paradosso: ''Il popolo rom è tendenzialmente pacifico, senza guerre proprie, ma partecipò in ogni modo - staffette, armi, furti per i partigiani, sabotaggi con minimo sangue - alla Resistenza''.

Diversamente dagli ebrei, dopo la guerra ''non chiesero una terra, ma formarono una nazione senza stato, con bandiera, inno e nome''. La testimonianza portata dall’autrice ha poi sintetizzato perfettamente questo concetto. ''Non abbiamo chiaro il concetto di guerra, servono giri di parole per esprimerlo'' le ha raccontato un membro della comunità rom.

Per dimostrare quanto queste vicende siano state dimenticate in Italia, Nencioni ha citato le poche fonti esistenti che si concentrano su questa tematica come il documentario History Channel su un partigiano rom italiano e le 12 ore di interviste della Shoah Foundation di Spielberg, dimostrando che solo produzioni straniere hanno dimostrato interesse riguardo l’argomento; questo vuoto memoriale in Italia stride dunque con il resto del mondo, tanto che la ricercatrice ha osservato: ''le memorie della Resistenza rom sono diverse e vive altrove - ci sono libri in ex Jugoslavia, Croazia, Macedonia, Kosovo dove erano integrati, in Francia e Polonia - ma qui anche queste sono dimenticate''.

Nencioni è poi passata, in chiusura, a raccontare alcune storie concrete che ha conosciuto nel corso delle sue ricerche: prima quella di Debar, il cosiddetto corsaro sinti, in orfanotrofio fin da piccolo con la sorella, affidato successivamente a una cascina per lavoro e studio che a 16 anni è stato reclutato dai partigiani; una volta scoperto dai fascisti fugge in montagna, combattendo nelle 23 giornate di Alba, nella liberazione Torino e di altre città a fianco di Pertini, facente parte della sua stessa brigata. E poi quella di Vicenzina Pevarello, oggi 95enne, intervistata dall’Anpi per ''Noi partigiani'', incinta quando il marito partigiano fu fucilato, divenne staffettista per i compagni del paese.

Un incontro - al quale hanno preso parte anche il sindaco Cristina Brusadelli con l'assessore Valerio Rigamonti e Marta Comi per il Consorzio Villa Greppi - che ha dunque ricordato a tutti i presenti che recuperare queste voci non è solo atto di giustizia storica, ma un invito a non ripetere l’oblio. In un’Italia che riscopre le sue resistenze, il libro di Nencioni illumina pagine eroiche rimaste troppo a lungo in ombra, spingendo a una memoria condivisa che onori ogni lottatore per la libertà, indipendentemente dalla propria etnia.

La rassegna ''Percorsi nella Memoria'' - che nello stesso pomeriggio a Cremella ha ospitato anche lo storico Paolo Pezzino - prosegue questa settimana con gli ultimi appuntamenti: per saperne di più clicca QUI.
Quest’ultima, che svolge attività di ricerca all’Università di Pisa e fa parte del comitato scientifico del corso di perfezionamento in Didattica della Shoah all’Università di Firenze, ha presentato il suo libro ''Vittoria al fin liberi siam. Rom e Sinti nella Resistenza italiana'' nel quale, attraverso testimonianze e fonti di archivio, ricostruisce le vicende dei rom e dei Sinti partigiani che hanno scelto di lottare contro i fascisti e gli occupanti nazisti.

Daniele Frisco e Chiara Nencioni
Il tutto è nato, ha spiegato Nencioni, dalle ricerche per il suo libro precedente uscito l’anno scorso, quando ha scoperto le deportazioni della minoranza rom.
''In Italia se ne parla pochissimo e questo fa cadere nell’oblio il loro genocidio'' ha spiegato, introducendo poi il termine ''orraimos'', parola rumena che significa ''inghiottire'', sinonimo della Shoah. ''Sono fiera di averlo portato nella lingua italiana, dando voce a popoli dimenticati, visti come corpi estranei'' ha aggiunto.

Da qui il contesto storico: i numeri sono incerti, tra 500.000 e quasi un milione di vittime etichettate come ''zingari e asociali'' nei campi, le leggi fasciste che già dal 1926 discriminavano queste minoranze, in un certo senso ante litteram rispetto a quelle di Norimberga e alle razziali del 1938, con le deportazioni dei rom e dei sinti nei campi italiani e sardi, accanto a slavi internati liberamente.
Ma oltre l’orrore di ciò che è accaduto, Nencioni nel suo libro ha voluto fare leva sull’eroismo di queste etnie che è emerso durante le sue ricerche. ''Ho trovato racconti di grande coraggio nella Resistenza e nel dopoguerra'' ha spiegato l’autrice.

Dopo questa breve introduzione, è seguito il cuore vero e proprio del dialogo, con le domande dirette poste da Frisco all’ospite, fra cui: come si sono rapportati i rom e i sinti alla Resistenza? La risposta ha chiarito il paradosso: ''Il popolo rom è tendenzialmente pacifico, senza guerre proprie, ma partecipò in ogni modo - staffette, armi, furti per i partigiani, sabotaggi con minimo sangue - alla Resistenza''.

Diversamente dagli ebrei, dopo la guerra ''non chiesero una terra, ma formarono una nazione senza stato, con bandiera, inno e nome''. La testimonianza portata dall’autrice ha poi sintetizzato perfettamente questo concetto. ''Non abbiamo chiaro il concetto di guerra, servono giri di parole per esprimerlo'' le ha raccontato un membro della comunità rom.

Per dimostrare quanto queste vicende siano state dimenticate in Italia, Nencioni ha citato le poche fonti esistenti che si concentrano su questa tematica come il documentario History Channel su un partigiano rom italiano e le 12 ore di interviste della Shoah Foundation di Spielberg, dimostrando che solo produzioni straniere hanno dimostrato interesse riguardo l’argomento; questo vuoto memoriale in Italia stride dunque con il resto del mondo, tanto che la ricercatrice ha osservato: ''le memorie della Resistenza rom sono diverse e vive altrove - ci sono libri in ex Jugoslavia, Croazia, Macedonia, Kosovo dove erano integrati, in Francia e Polonia - ma qui anche queste sono dimenticate''.

Nencioni è poi passata, in chiusura, a raccontare alcune storie concrete che ha conosciuto nel corso delle sue ricerche: prima quella di Debar, il cosiddetto corsaro sinti, in orfanotrofio fin da piccolo con la sorella, affidato successivamente a una cascina per lavoro e studio che a 16 anni è stato reclutato dai partigiani; una volta scoperto dai fascisti fugge in montagna, combattendo nelle 23 giornate di Alba, nella liberazione Torino e di altre città a fianco di Pertini, facente parte della sua stessa brigata. E poi quella di Vicenzina Pevarello, oggi 95enne, intervistata dall’Anpi per ''Noi partigiani'', incinta quando il marito partigiano fu fucilato, divenne staffettista per i compagni del paese.

Un incontro - al quale hanno preso parte anche il sindaco Cristina Brusadelli con l'assessore Valerio Rigamonti e Marta Comi per il Consorzio Villa Greppi - che ha dunque ricordato a tutti i presenti che recuperare queste voci non è solo atto di giustizia storica, ma un invito a non ripetere l’oblio. In un’Italia che riscopre le sue resistenze, il libro di Nencioni illumina pagine eroiche rimaste troppo a lungo in ombra, spingendo a una memoria condivisa che onori ogni lottatore per la libertà, indipendentemente dalla propria etnia.

La rassegna ''Percorsi nella Memoria'' - che nello stesso pomeriggio a Cremella ha ospitato anche lo storico Paolo Pezzino - prosegue questa settimana con gli ultimi appuntamenti: per saperne di più clicca QUI.
I.M.


















