Il Dizionario del referendum/6. Che cosa significa “cultura della giurisdizione”?

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Tra le espressioni che spesso si sentono nelle discussioni sul referendum del prossimo 22 e 23 marzo, c’è quella per cui la riforma, prevedendo la separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri (detti PM) e Giudici (sul punto vedi 2° puntata), rischia di far perdere ai PM la “cultura della giurisdizione”. 
Questa espressione vuol dire che chi svolge attività giurisdizionale, sia esso Giudice o PM, non deve perseguire altro scopo che l’accertamento della verità. Dunque, nell’interpretazione della legge e nella valutazione dei fatti, deve assumere una posizione del tutto equilibrata ed imparziale, rispettando scrupolosamente le garanzie a favore dell’indagato. In questa prospettiva, Giudici e PM devono avere la stessa formazione e preparazione, perché solo così si assicura sin dalla fase delle indagini la ricerca della verità ed il rispetto dei diritti dell’indagato. Infatti, i PM non accusano soltanto ma, quando si convincono in scienza e coscienza dell’innocenza, chiedono l’archiviazione delle indagini o l’assoluzione nel processo. In questa prospettiva, deve essere possibile che, nell’arco della carriera, un magistrato faccia prima il Giudice e poi, a distanza di anni e previa valutazione di idoneità, il PM e viceversa. 
I sostenitori del “sì” affermano, invece, che Giudice e PM non devono avere la stessa mentalità e la stessa cultura, perché svolgono funzioni distinte. A differenza del Giudice, il PM deve sapere investigare e sostenere l’accusa, cosicché deve specializzarsi in questo. Dal confronto nel processo tra Accusa (PM) e Difesa (avvocato) in condizioni di parità davanti ad un Giudice Terzo verrà fuori la “verità processuale”, che non necessariamente coincide con la verità effettiva. Tuttavia, finché Giudici e PM avranno la stessa mentalità e la stessa preparazione saranno colleghi e quindi il Giudice tenderà a favorire il suo collega a scapito dell’avvocato, ma soprattutto ai danni dell’imputato che rischia di essere condannato anche se innocente. La riforma, con la separazione delle carriere, vuole proprio assicurare che venga meno la colleganza, anche tramite una diversa preparazione ed una diversa “cultura”. 
All’opposto i sostenitori del “no” temono che la separazione delle carriere tra Giudici e PM realizzata dalla riforma trasformi il PM in un “superinquisitore”, che cerca la condanna senza l’atteggiamento equilibrato e imparziale che invece lo dovrebbe contraddistinguere. In particolare, ritengono surreale e risibile, oltre che smentita dai numeri, la tesi per cui i Giudici condannino innocenti solo per favorire il “collega”, ed affermano che è vero l’esatto contrario: la condivisione della “cultura della giurisdizione” tra Giudice e PM limiterebbe indagini o accuse strumentali o avventate, a tutela del cittadino, soprattutto del meno abbiente che non può permettersi avvocati costosi. Con la riforma questo rischierebbe di venire meno. 
Per saperne di più, seguite le prossime puntate…
Dario Colasanti
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