Bachelet: gli studenti cambiano ''voce'' ed esaltano le loro origini
Durante l'intera mattina di oggi, al PalaBachelet, gli alunni della scuola superiore di Oggiono si sono esercitati a cambiare voce. O meglio: a moltiplicarla. In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre, che ricorre ogni anno il 21 febbraio, alcuni studenti e alcune studentesse con lingua madre diversa dall’italiano sono stati protagonisti, senza limitarsi a "parlare di” multiculturalità, ma mettendola in scena, ascoltandola e toccandola con mano.
L’idea è stata semplice e, proprio per questo, potente: brevi lezioni, stand espositivi, piccoli laboratori e momenti di condivisione dedicati alla presentazione delle lingue e delle culture di origine.

''Hanno aderito circa una quindicina di classi'' ha affermato Martina Lunghi, referente del Glee dell'Istituto Bachelet. ''Le iscrizioni all’iniziativa sono state gestite dai vari coordinatori di classe, portando a una buona adesione".
Il programma, costruito attorno alla varietà delle provenienze, ha alternato attività molto diverse tra loro. Per l’arabo, ad esempio, è stato organizzato un laboratorio sull’alfabeto accompagnato da oggetti tipici della cultura di riferimento. Dal Benin, Paese dell'Africa occidentale, è stata preparata una presentazione introduttiva ed un gioco tradizionale di gruppo. Per l’albanese, oltre al laboratorio di scrittura, è stato lasciato spazio anche alla danza tradizionale. Protagoniste della mattinata sono state anche il punjabi, il mondo cirillico con scrittura, musica e oggetti, e ancora il polacco.
Come si diceva, a coordinare l’iniziativa è stato il Glee del Bachelet, un progetto artistico e culturale che coinvolge una decina di insegnanti. ''Quest’anno è il primo in cui proponiamo di celebrare alcune giornate nazionali e internazionali'' spiega Lunghi. ''Questa è l’ultima di quattro mattinate tematiche: dopo la gentilezza, la disabilità e il bullismo oggi concludiamo con il multilinguismo. Per ogni giornata sono state proposte delle attività, ma oggi volevamo che fossero gli studenti i protagonisti attivi, per valorizzare le loro origini e cultura. È bello vederli contenti di condividere la propria storia, superando anche l’imbarazzo''.

Parole che raccontano un passaggio chiave: la differenza tra l’inclusione come concetto e l’inclusione come esperienza concreta. Perché una lingua non è soltanto un insieme di regole grammaticali. È memoria, identità, famiglia, geografia emotiva. Non a caso le Nazioni Unite e l’UNESCO ricordano che le lingue, con tutte le implicazioni che portano con sé per la comunicazione, l’integrazione sociale, l’istruzione e lo sviluppo, hanno un’importanza strategica per le persone e per il pianeta. La ricorrenza del 21 febbraio, infatti, è legata a una storia drammatica: quella del 1952, quando a Dacca, nell’attuale Bangladesh, alcuni studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia mentre manifestavano per il riconoscimento della propria lingua, il bengalese.

È anche per questo che la giornata al PalaBachelet non vuole essere una semplice ''festa delle bandiere'', ma un modo per sottolineare quanto la diversità linguistica sia un patrimonio e che la scuola può essere uno dei luoghi in cui quel patrimonio non viene meramente tollerato, ma riconosciuto ed esaltato. E se per qualche studente parlare davanti agli altri può essere un salto oltre la timidezza, per chi ascolta può diventare un esercizio altrettanto necessario: imparare a prestare attenzione a parole nuove, suoni diversi, alfabeti che non conosciamo. In fondo, è anche così che si costruisce una comunità: non chiedendo a tutti di parlare allo stesso modo, ma creando occasioni perché tutti possano, almeno una volta, essere ascoltati.
L’idea è stata semplice e, proprio per questo, potente: brevi lezioni, stand espositivi, piccoli laboratori e momenti di condivisione dedicati alla presentazione delle lingue e delle culture di origine.
Gli studenti che hanno preso parte all'iniziativa insieme al Glee del Bachelet
''Hanno aderito circa una quindicina di classi'' ha affermato Martina Lunghi, referente del Glee dell'Istituto Bachelet. ''Le iscrizioni all’iniziativa sono state gestite dai vari coordinatori di classe, portando a una buona adesione".
Il programma, costruito attorno alla varietà delle provenienze, ha alternato attività molto diverse tra loro. Per l’arabo, ad esempio, è stato organizzato un laboratorio sull’alfabeto accompagnato da oggetti tipici della cultura di riferimento. Dal Benin, Paese dell'Africa occidentale, è stata preparata una presentazione introduttiva ed un gioco tradizionale di gruppo. Per l’albanese, oltre al laboratorio di scrittura, è stato lasciato spazio anche alla danza tradizionale. Protagoniste della mattinata sono state anche il punjabi, il mondo cirillico con scrittura, musica e oggetti, e ancora il polacco.
Come si diceva, a coordinare l’iniziativa è stato il Glee del Bachelet, un progetto artistico e culturale che coinvolge una decina di insegnanti. ''Quest’anno è il primo in cui proponiamo di celebrare alcune giornate nazionali e internazionali'' spiega Lunghi. ''Questa è l’ultima di quattro mattinate tematiche: dopo la gentilezza, la disabilità e il bullismo oggi concludiamo con il multilinguismo. Per ogni giornata sono state proposte delle attività, ma oggi volevamo che fossero gli studenti i protagonisti attivi, per valorizzare le loro origini e cultura. È bello vederli contenti di condividere la propria storia, superando anche l’imbarazzo''.
Parole che raccontano un passaggio chiave: la differenza tra l’inclusione come concetto e l’inclusione come esperienza concreta. Perché una lingua non è soltanto un insieme di regole grammaticali. È memoria, identità, famiglia, geografia emotiva. Non a caso le Nazioni Unite e l’UNESCO ricordano che le lingue, con tutte le implicazioni che portano con sé per la comunicazione, l’integrazione sociale, l’istruzione e lo sviluppo, hanno un’importanza strategica per le persone e per il pianeta. La ricorrenza del 21 febbraio, infatti, è legata a una storia drammatica: quella del 1952, quando a Dacca, nell’attuale Bangladesh, alcuni studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia mentre manifestavano per il riconoscimento della propria lingua, il bengalese.
È anche per questo che la giornata al PalaBachelet non vuole essere una semplice ''festa delle bandiere'', ma un modo per sottolineare quanto la diversità linguistica sia un patrimonio e che la scuola può essere uno dei luoghi in cui quel patrimonio non viene meramente tollerato, ma riconosciuto ed esaltato. E se per qualche studente parlare davanti agli altri può essere un salto oltre la timidezza, per chi ascolta può diventare un esercizio altrettanto necessario: imparare a prestare attenzione a parole nuove, suoni diversi, alfabeti che non conosciamo. In fondo, è anche così che si costruisce una comunità: non chiedendo a tutti di parlare allo stesso modo, ma creando occasioni perché tutti possano, almeno una volta, essere ascoltati.
M.E.



















