Casatenovo, Giorno del Ricordo: Vergarolla e la strage del 1946 nella serata con il professor Cuzzi

L'altra sera nella sala consiliare del municipio di Casatenovo si è tenuto il secondo incontro promosso dal Consorzio Brianteo di Villa Greppi insieme al Comune, in occasione del Giorno del Ricordo, per rievocare il massacro delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, che ricorre il 10 febbraio.
Alle ore 21 Lucia Urbano, a capo dell'ente culturale con sede a Monticello, insieme a Daniele Frisco, referente per la storia e direttore artistico della rassegna, hanno accolto il professor Marco Cuzzi, che ha accettato di tornare a Casatenovo per tenere la conferenza dal titolo ''Una bomba, all'origine dell'ultimo esodo: ottant'anni fa la strage di Vergarolla (18 agosto 1946)''.
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Da sinistra Daniele Frisco, Marco Cuzzi, Gaia Riva e Lucia Urbano

L’assessore alla cultura Gaia Riva ha introdotto la serata, presentando il tema e ringraziando il professor Cuzzi, il cui intervento aiuterà anche i ragazzi e le ragazze dell’oratorio casatese a percorrere con più consapevolezza la fiaccolata di agosto 2026, che partirà proprio da Fiume e attraverserà i territori citati nella conferenza.
Dopo una breve introduzione a cura di Frisco - che ha fornito un inquadramento storico alle vicende da approfondire - Marco Cuzzi ha preso la parola tracciando un collegamento tra la propria biografia e la ''Storia'', ricucendo abilmente i vasti spazi che separano le parole sui manuali e la vita delle persone che è stata sconvolta da questa vicenda.
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''Io sono milanese, ma da parte di padre arrivo dalla Dalmazia, siamo istroveneti, sono figlio, nipote, e bisnipote di esodati. Ma prima di iniziare vorrei fare particolare attenzione e ricordare che non bisogna far diventare il Giorno del Ricordo una celebrazione a favore di una certa parte politica. Non è vero che gli assassinati sono tutti fascisti e tutti italiani'' ha detto il professor Cuzzi specificando un dettaglio fondamentale. ''Ad essere infoibato è stato infatti ogni ''nemico del popolo'': poteva essere il collaborazionista dei nazisti, ma anche tutti coloro che non avevano accettato l'instaurazione di un regime stalinista, il repubblicano, il liberista, il cattolico, chiunque non accettasse il passaggio da regime fascista a comunista''.
Per tutta la durata dell’incontro il relatore ha dipanato con metodica precisione il gomitolo insanguinato che ha scritto la storia dell’Istria, della Dalmazia, di Pola.
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Dai dettagli della cucina istriana ai commenti in lingua istroveneta, alternati ai nomi i dei battaglioni che hanno combattuto e quelli delle vittime della strage di Vergarolla, tutto l’incontro è stato un passaggio dagli eventi più conosciuti alle tragedie personali degli abitanti di Pola, tutto è stato collegato, messo in contrapposizione e approfondito, nel tentativo (riuscito) di riconoscere e affrontare le ineludibili difficoltà che la tematica porta con sé.
Le controversie nazionali, i sistemi di pensiero del Novecento messi in atto sulle popolazioni, antiche vendette e ruggini sociali che per anni hanno crudelmente torturato gli abitanti di questi territori si sono coagulati in atti violenti oltre ogni misura (se esiste), oltre immaginazione nella prima e nella seconda ondata di foibe, una subito dopo l’8 settembre 1943 e l’altra nel maggio - giugno 1945.
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Circa cinquemila sono le vittime scomparse nelle foibe, torturate, gettate vive, o peggio, incolpate di essere ''nemiche del popolo'', scelte secondo un disegno strategico che mirava a eliminare il quadro dirigente italiano, mettendo in atto un tenocidio e un urbicidio, secondo un sistema preciso, metodico, studiato.
''Ma a Pola, nel 1945, siamo in una situazione di totale transizione. Come a Berlino anche a Pola si vivono stranezze e incongruenze, una parte A è in mano agli inglesi, la parte B alle forze jugoslave. Città e quartieri ospitano le nuove scintillanti novità americane, ci si sente italiani, si parla italiano, si organizzano feste italiane. C'è una certezza nell’aria: non si può lasciare Pola agli sloveni, perché Pola è italiana'' così è stata dipinta dalle parole del professor Cuzzi la situazione precedente alla strage di Vergarolla.
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''Ogni tanto si sente di qualche attentato, di qualche bomba, ma è tutto lontano. Gli operai italiani, a giugno organizzano uno sciopero, che viene interpretato come un segnale aggressivo da parte degli jugoslavi. Ma arriva il 18 agosto 1946. In un clima estremamente sereno, ci sono famiglie sotto a pini marittimi che rinfrescano la giornata calda, la spiaggia ospita tutta la città. Il 90% dei polesani è italiano, e tutta Pola è sulla spiaggia. Nel primo pomeriggio si sente un'esplosione clamorosa, fragorosa che fa esplodere tutti i vetri della città di Pola. Una bomba? Non può essere un bombardamento, non c'è più la guerra. Forse sono gli jugoslavi. È un massacro spaventoso'' ha proseguito Cuzzi.
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I corpi accertati della strage di Vergarolla sono circa sessanta, ma non è stato possibile ricostruire il numero preciso a causa della polverizzazione completa o parziale di numerose vittime.
Forse sono cento i morti. Chi è sopravvissuto racconta l’orrore, i cadaveri sulla spiaggia, la carne esposta divorata dai gabbiani.
''E’ una strage scomoda per tutte le parti in causa, ma i morti possono legittimare tutti allo stesso tempo'' ha puntualizzato il professor Cuzzi, spiegando con precisione le motivazioni di inglesi, jugoslavi, alleati per confondere e depistare le indagini che in tanti anni ancora non hanno trovato una prova inattaccabile di colpevolezza. ''L’unica ipotesi certa è che si tratti di un attentato, dato che gli inglesi appurarono con sicurezza che il tritolo non può esplodere senza un detonatore, in nessun modo. È il primo eccidio della storia repubblicana, non sempre ricordato, non sempre mostrato''.
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E’ una strage paradigmatica, che replica nei confini di una piccola città la violenza distruttrice e sanguinaria che ha animato a parti alterne la rabbia e la disperazione degli abitanti dell’Istria, della Dalmazia, all’interno di un quadro più grande e più complicato di potere e manipolazione.
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''Non abbiamo prove certe che possano incolpare l'Ozna, la polizia segreta di Tito della strage. Sicuro che gli scioperi operai italiani, l’identità nazionale non slava che veniva festeggiata costantemente a Pola e l’intenzionalità di spaventare gli italiani affinché non creassero una nuova classe dirigente, affinché non esercitassero potere contro il regime di Tito sono tutte motivazioni che vanno tenute in considerazione nell’analizzare la situazione in quei mesi a Pola. Ma è anche fondamentale ricordare che gli jugoslavi non vogliono cacciare gli italiani, che sono cittadini utili, sono operai specializzati, medici, farmacisti, lavoratori che animano la città. L'esodo, ultima forma di resistenza degli polesani, impoverirà l'Istria e Pola in modo inimmaginabile'' ha aggiunto il relatore.

Il professor Marco Cuzzi ha infine concluso con una citazione dall’inno nazionale sloveno, per mostrare come i tentativi di ricucire insieme le lacerazione della storia siano portati avanti costantemente dal sloveni, croati e italiani, che abitano oggi quelle difficili terre abitate da brava gente:

'' [...]
Živé naj vsi naródi, Vivano tutti i popoli
ki hrepené dočakat dan, che anelano al giorno
da koder sonce hodi, in cui la discordia verrà sradicata dal mondo
prepir svéta bo preganjan ed in cui ogni nostro connazionale
da rojak sarà libero,
prost bo vsak, ed in cui il vicino
ne vrag, le sosed bo mejak! non un diavolo, ma sarà un amico! [...]''
L.F.
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