Molteno: in tanti alla serata sul Referendum con Zanon e Colasanti, per conoscere le ragioni del Sì e del No

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Sala consiliare gremita mercoledì 18 febbraio a Molteno per l’incontro pubblico dal titolo ''Verso il referendum per la riforma della giustizia – Dialogo sulla riforma costituzionale. Voci a confronto''.
A confrontarsi sono stati Nicolò Zanon, costituzionalista ed ex giudice della Corte costituzionale, oggi presidente del Comitato Nazionale ''Sì Riforma'' e Dario Colasanti, magistrato in servizio al Tribunale di Lecco, intervenuto per sostenere le ragioni del No.
Il sindaco Giuseppe Chiarella ha precisato che l’iniziativa è stata organizzata a titolo personale e con finalità esclusivamente informativa: ''Abbiamo due tecnici del diritto. Dai quesiti sulla scheda non si capisce molto e riteniamo sia meglio informarsi per evitare che il referendum diventi un voto politico''.
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Il sindaco Giuseppe Chiarella introduce gli ospiti

Il referendum si compone di sei quesiti: nel corso della serata ne sono stati approfonditi tre, tutti centrali nel dibattito pubblico e per l’assetto costituzionale della magistratura.
Il quarto quesito propone la separazione delle carriere tra giudici e Pubblici ministeri (PM), oggi appartenenti allo stesso ordine. Il processo penale in Italia vede tre attori: il giudice che giudica, il PM che sostiene l’accusa e l’avvocato difensore. Nei principali Paesi, ha ricordato Zanon, giudici e PM appartengono a carriere distinte e questo ''assicura maggiore indipendenza del giudicante che non è collega di colui che sta sostenendo l’accusa''.
''Se si appartiene a due organizzazioni diverse - ha spiegato - è più forte l’indipendenza del giudice e aumenta anche la libertà del PM, che viene dotato di un collegio dedicato e di un’amministrazione autonoma''.
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Nicolò Zanon

Zanon ha respinto l’idea che la riforma comporti un assoggettamento del PM al potere esecutivo: ''Questo non significa che i magistrati vanno sotto il controllo del potere esecutivo ma la riforma innalza i PM allo stesso livello dei giudici''.
Secondo il costituzionalista non si tratta di una riforma ''di destra'': ''Storicamente la separazione delle carriere è stata sostenuta anche dalla sinistra riformista'' e ha aggiunto che l’intervento mira ad adeguare l’intero sistema al principio di terzietà del giudice previsto dall’articolo 111 della Costituzione.
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Colasanti ha posto l’accento sul rischio di delegittimazione dell’ordine giudiziario: ''Si sta dicendo ai cittadini che il processo non è giusto perché giudice e PM sono colleghi. È questo il problema?''. Il magistrato ha sottolineato che la riforma non inciderà su tempi ed efficienza: ''Non renderà i processi più veloci ed efficienti né eviterà i casi di mala giustizia''. Il relatore ha poi citato dati secondo cui ''nel 50% dei casi i giudici assolvono'', a dimostrazione, a suo avviso, che non vi è automatica adesione alle richieste del PM.
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Dario Colasanti

Il magistrato in servizio a Lecco ha inoltre osservato che nei sistemi in cui le carriere sono separate esiste spesso un collegamento tra pubblico ministero e potere politico. ''Stiamo facendo una rivoluzione costituzionale per un problema di apparenza?'' ha concluso, evocando anche i costi stimati della riforma. ''Con costi di 50 milioni in più l’anno, stiamo facendo una rivoluzione dell’assetto istituzionale per una questione di apparenza. Stiamo facendo una riforma costituzionale sulla colleganza? Non si può affermare che la magistratura, con tutti i difetti, sforzi e sacrifici che negli anni ha dimostrato, si perda per un problema di colleganza''.
Un altro tema trattato è quello contenuto nel primo quesito che riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), organo di autogoverno della magistratura.
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Colasanti ha definito il CSM ''uno scudo a tutela della magistratura rispetto al potere esecutivo''. Composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici di nomina parlamentare, svolge funzioni cruciali: disciplinari, organizzative e di tutela dell’indipendenza.
''Toccare il CSM è un’attività molto delicata - ha avvertito - perché può compromettere l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. Quanto al correntismo, esploso con il caso Palamara, Colasanti ha ammesso degenerazioni clientelari, ma ha sostenuto che “vanno combattute le degenerazioni, non le correnti in sé. Se si fossero dovute combattere le correnti, si sarebbero lasciati criteri fissi che avrebbero determinato scelte oggettive''. A suo giudizio, il sorteggio dei componenti togati rischia quindi di ''indebolire l’autorevolezza del consigliere''.
Il relatore ha inoltre criticato il metodo di approvazione della riforma, avvenuto ''a tappe forzate, senza possibilità di un emendamento e senza consentire alle minoranze di dire nulla. Siamo noi a dover sopperire, con approfondimenti come quello di stasera, ai mancati approfondimenti delle minoranze''.
Infine, ha aggiunto: ''Stiamo mettendo mano alla Costituzione che deve essere una garanzia e non deve invece essere strumentalizzabile''.
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Zanon invece, ha riconosciuto che il CSM è organo di garanzia dell’indipendenza, ma ha evidenziati una trasformazione che avrebbe subito nel tempo: ''È diventato una sorta di parlamentino che riunisce le diverse tendenze politiche culturali dei magistrati e dove l’appartenenza alle correnti ha un peso: se vuoi ottenere qualcosa, un rapporto con qualche corrente lo devi avere. Fin dall’inizio della loro carriera, i magistrati sono avvicinati al mondo delle correnti e il problema si pone quando le correnti diventano un modo per portare avanti le carriere delle persone. Il legislatore ha provato a cambiare le regole, modificando le leggi dei togati ma non si è mai trovato un modo per risolvere il problema e il sorteggio è una soluzione radicale dopo che sono state cercate altre soluzioni che non sono state trovate''.
La riforma introduce il sorteggio come ''medicina estrema'' contro il clientelismo: ''Non è un’idea politica recente - ha precisato – ma è una vecchia proposta avanzata da gruppi di magistrati stessi (l’associazione articolo 101)''.
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Secondo Zanon, con due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica e a prevalente composizione togata, ''non vi sarà alcun assoggettamento alla politica''. I membri laici verrebbero sorteggiati da un elenco formato dal Parlamento in seduta comune, richiedendo un’intesa tra maggioranza e opposizione. ''L’obiettivo - ha concluso - è restituire dignità alla magistratura liberandola dal clientelismo''.
Il terzo quesito introduce un nuovo organismo: l’Alta Corte disciplinare per la magistratura ordinaria, separando la funzione disciplinare dall’attuale competenza del CSM.
Zanon ha ricordato che oggi la responsabilità disciplinare è esercitata da una sezione del CSM composta da togati e laici ''e così i magistrati eletti si trovano a giudicare i propri elettori'' ha contestato.
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La commistione tra gestione delle carriere e disciplina può generare ambiguità. L’Alta Corte, composta da membri nominati o sorteggiati secondo criteri definiti, secondo il professore, separerebbe nettamente i piani. ''Giudici e PM resterebbero insieme sotto il profilo deontologico. Sotto quest’aspetto non è bene che ci sia unità?'' ha aggiunto, respingendo l’idea di una frattura etica tra le due funzioni.
Colasanti ha evidenziato come i magistrati ricevano numerosi esposti, spesso infondati: ''Siamo invasi da accuse inverosimili''. Ha respinto l’idea, spesso evocata dai mass media, che i magistrati non rispondano delle ingiuste detenzioni, spiegando che ''è un falso il fatto che i giudici non paghino'' e che esiste un sistema di indennizzo per i cittadini danneggiati.
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Il magistrato ha definito il voto favorevole al referendum ''una cambiale parzialmente in bianco'' poiché saranno necessarie norme di attuazione. E ha ribadito che la riforma non interviene sul vero nodo della giustizia italiana: il carico di lavoro. ''I giudici italiani sono tra i più produttivi d’Europa, con ruoli doppi rispetto alla media. Il problema è organizzativo, non costituzionale. Siamo oberati e dobbiamo rispettare i termini, altrimenti ci spetta un provvedimento disciplinare ma non c’è giustizia se non c’è qualità. Il problema è il carico di lavoro sul quale la riforma non fa nulla in quanto non inciderà sull’efficienza e sui tempi: lo ha detto lo stesso ministro Nordio a Milano''.
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Il dibattito di Molteno, arricchito poi dagli interventi del pubblico in sala, ha mostrato due visioni opposte ma argomentate. Entrambi i relatori hanno insistito sul carattere non ideologico del voto, pur consapevoli che la riforma tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
L’incontro ha restituito la complessità di un referendum che interviene su aspetti tecnici ed incide sull’architettura costituzionale dello Stato. A poche settimane dal voto, il messaggio è quello di scegliere informati.
Michela Mauri
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