Annone, ''Adamo, dove sei?'': con due magistrati si parla di giustizia riparativa

Giovedì sera, presso l’oratorio di Annone, si è svolto un nuovo incontro del ciclo ''Adamo, dove sei?'' organizzato dalla Comunità pastorale San Giovanni Battista, che, attraverso il titolo ''Una giustizia giusta'', ha voluto illustrare e raccontare il tema della giustizia riparativa. 
Ospiti dell'iniziativa Claudio Galoppi, consigliere della corte d’appello di Milano, e Paola Maria Braggion, magistrato di sorveglianza di Milano, che hanno introdotto il tema da un punto di vista tecnico e ne hanno discusso i lati critici. 
A dare il benvenuto ai presenti è stato Stefano Perego, nella veste di moderatore, il quale ha ringraziato i sindaci di Annone e di Oggiono, rispettivamente Luca Marsigli e Chiara Narciso, il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lecco Elia Campanielli, il parroco don Maurizio Mottadelli e tutto il pubblico in sala.
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Da sinistra Claudio Galoppi, don Maurizio Mottadelli, Paola Maria Braggion e Stefano Perego

Galoppi ha avviato il discorso dando una definizione tecnica al termine ''giustizia riparativa'', che è un approccio complementare al sistema penale tradizionale, introdotto in Italia dal D.lgs 150/2022 (riforma Cartabia), che pone al centro dell’attenzione la riparazione del danno causato dal reo, attraverso un dialogo tra autore dell’offesa e vittima mediato da un terzo imparziale, per ricostruire i legami sociali di tutte le parti coinvolte in una vicenda penale (autore del reato, persona offesa, familiari di entrambi e collettività ferita nei suoi principi fondamentali). 
''La riflessione si colloca in un percorso che ha dei punti di contatto importanti con la nostra attività, poiché essere operatori di pace, per noi magistrati, significa anche avere uno sguardo sulle vicende che siamo chiamati ad esaminare, cosa che comporta la necessità di avere uno sguardo più ampio sia sulle persone coinvolte che sugli effetti delle nostre decisioni'' ha detto il magistrato.
Lo scopo di questo approccio è quello di consentire all’autore di prendere coscienza dell’atto commesso e degli effetti prodotti, responsabilizzandolo e tentando di ricostruire un legame con la persona offesa e con la comunità offesa. Uno dei principi fondamentali di questo metodo è la volontarietà: la giustizia riparativa non è un programma obbligatorio, ma per parteciparvi è necessaria la volontà di tutte le parti coinvolte. Non è inoltre un percorso alternativo al processo penale: le due strade procedono parallelamente. 
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''La peculiarità di questo orientamento è che consente di alzare lo sguardo, di andare al di là della rilevanza penale valutata dal punto di vista tecnico e di avere un riguardo alle relazioni pregiudicate dalla condotta di reato'' ha aggiunto. 
L’esito di questo dialogo può essere simbolico o materiale: quello simbolico comporta che, una volta che il reo prende coscienza della propria condotta, chieda formalmente scusa alla persona e alla comunità offese; quello materiale, invece, è una ricostituzione dal punto di vista patrimoniale, ossia un risarcimento in denaro. ''L’importanza teorica della giustizia riparativa risiede nel fatto che questo sistema consente di dare attuazione a uno dei principi fondamentali dell’articolo 27, ossia la funzione rieducativa della pena. La corte di cassazione ha proprio sottolineato che questo approccio ha quattro declinazioni fondamentali: la revisione critica, la riparazione del danno, la riconciliazione individuale e sociale e la risocializzazione. Queste quattro declinazioni stanno alla base di tutti i programmi dalla funzione rieducativa'' ha proseguito Galoppi.
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Successivamente a prendere la parola è stata la dottoressa Braggion, esponendo utte le criticità pratiche di questo sistema, avendo avuto esperienze dirette di tentativi di attuazione di questo approccio. Innanzitutto la relatrice non ha nascosto i propri dubbi sui tempi e sui momenti in cui poter avviare percorsi di giustizia riparativa. Spesso, infatti, si tenta di introdurre questi dialoghi prima ancora che il processo sia concluso, quando il reo ancora non è stato dichiarato tale. Questo crea sicuramente disagio nella vittima, che durante il processo sarà chiamata a testimoniare contro la persona con cui si suppone stia intraprendendo un percorso di dialogo e che non ha ancora ammesso la propria colpa, né da un punto di vista sociale né da un punto di vista giuridico. Inoltre, questi percorsi spesso vengono rinviati per vari motivi, come ad esempio la difficoltà di trovare dei mediatori in grado di gestire situazioni delicate, causando una sospensione di giudizio, che non è ben vista da nessuna delle due parti coinvolte.
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''È comunque difficile trovare qualcuno che riesca a mettere d’accordo il presunto reo (prima che il processo sia concluso) e la vittima, poiché quest’azione richiede delle competenze importantissime'' ha detto Braggion, concentrandosi anche sulla figura degli avvocati, che, secondo il suo parere, non sono presi abbastanza in considerazione: ''Non viene inoltre dato uno spazio doveroso alla figura degli avvocati: una vittima, o un imputato, da soli non sanno cosa dire e cosa non dire a un mediatore''. 
La giustizia riparativa, dunque, è una bellissima idea sulla carta, in un mondo ideale in cui tutti siano disposti a riconciliarsi, ma nella concretezza sono necessari molti passi delicati; forzare un percorso del genere potrebbe avere delle conseguenze anche opposte rispetto al fine che si vuole raggiungere. 
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''Bisogna inoltre notare che sia il processo penale che la giustizia riparativa sono basate su futuri eventuali vantaggi per il condannato, non per la vittima. Se si riuscisse, nella fase esecutiva, ossia quando i fatti sono stati accertati, a dare compimento a questa fase finale di riconciliazione sarebbe bellissimo, ma c’è di mezzo un reato, delle ferite psicologiche, fisiche, interiori. La vittima spesso ha anche paura e non vuole incontrare il reo. Mi è capitato, in casi recenti, una vittima che non voleva venire a testimoniare, perché aveva paura di incontrare il presunto colpevole, aveva paura di vederlo, di riconoscerlo. E credo che questa persona non vorrà incontrarlo, neanche con un mediatore, per molto tempo'' le parole di Braggion.
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La giustizia riparativa, infatti, è prevista per tutti i tipi di reato, anche quelli violenti, e inducono le vittime a rivivere certe esperienze. ''Mi viene in mente anche una testimonianza, quella di Gemma Calabresi, che nel suo libro racconta il percorso lunghissimo compiuto a partire dall’assassinio di suo marito fino al perdono degli assassini. Questo è importante: se anche una donna di fede, che non vuole vivere d’odio, ci ha messo comunque tutta la vita per fare un percorso di perdono… possiamo immaginare che sia veramente difficile''. Inoltre c’è il problema che alcuni rei potrebbero sfruttare questo percorso per avere un tornaconto personale, ma senza credere veramente nella riconciliazione con la parte offesa. Sta al mediatore capire la sincerità delle persone. ''Io credo che tutti possano cambiare, anche all’ultimo istante. Se non crediamo a questo, non possiamo pensare a nessun tipo di percorso, nonostante tutte le criticità esistenti. Bisogna sicuramente lavorarci, ma bisogna partire dalla concretezza della realtà''.
I due magistrati hanno così aperto una riflessione su questo tema, sottolineando anche la difficoltà del carcere, di cui si parla poco e di cui si sa poco, su quanto esso possa diventare un fattore ulteriormente criminogeno.
''La prospettiva del legislatore - ha aggiunto Galoppi - è stata quella di favorire gli ambiti in cui il reo possa capire il disvalore della sua condotta, che potrebbe essere più utile degli effetti classici della repressione. La giustizia riparativa ha dunque anche una funzione sociale, per evitare le recidive''. 
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Braggion ha voluto citare anche le messe alla prova, ossia lo svolgimento di lavori di pubblica utilità e attività riparatorie in alternativa alla reclusione: ''è l’occasione per i rei di capire di aver sbagliato e di poter fare qualcosa per gli altri. Sono istituti che funzionano, perché danno loro una possibilità''. 
Altri esempi di attività che vengono proposti dai due magistrati per recuperare la dignità umana e la socialità sono il lavoro e lo sport.
Don Maurizio ha infine concluso l’incontro ringraziando i presenti e permettendo al pubblico di offrire la loro testimonianza e le loro riflessioni su quanto detto durante la serata. ''È bello sapere che in questo settore ci siano persone che credono e reagiscono affinché il bene vinca sul male''.
G.I.
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