Casatenovo: guerra e diritto internazionale al centro di una serata con il Comune

Nella serata di giovedì 9 aprile presso la sala consiliare del comune di Casatenovo si è tenuto il secondo incontro ''sul tema scottante del diritto internazionale'', come l’ha definito il consigliere Francesco Sironi. Presente in qualità di relatore il dottor Bernardo Mageste Castelar Campos dell'Università di Milano Bicocca.
''Oggi questo è purtroppo un argomento rilevante, per quanto possa essere un buono spunto di ricerca per noi giuristi; - ha esordito Campos - Parleremo del diritto internazionale di fronte alla guerra perché spesso viene menzionato dai media per quanto riguarda il suo ruolo nei diversi conflitti armati; quante volte abbiamo sentito parlare di cessare il fuoco, trattati e di legittima difesa!''.
Il docente ha poi articolato il suo discorso tramite l’ausilio di tre domande.
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Il dottor Bernardo Mageste Castelar Campos tra i consiglieri comunali del gruppo PAC Francesco Sironi e Paola Trabucchi

Esiste effettivamente il diritto internazionale?
Come riporta l’enciclopedia Treccani è ''Un sistema di norme e principi, quindi giuridico, volti a regolare i rapporti tra gli stati e gli altri soggetti internazionali'', questi ultimi sono in primis gli stati, ma anche le organizzazioni internazionali. Per quanto riguarda invece le regole, queste si possono identificare nei trattati tra i soggetti che funzionano come un contratto e tra queste regole sicuramente quelle più importanti sono le cosiddette leggi consuetudinarie, fonti del diritto primarie non scritte e vincolanti per tutti gli stati che includono principi come l’immunità diplomatica, il diritto del mare e il divieto dell’uso della forza.
C'è inoltre da precisare che non si potrebbe fare un confronto tra diritto internazionale ed interno, ossia quello proprio degli Stati, infatti il primo è un diritto senza legislatore, giudici e gendarme, tutti elementi che esistono all'interno del sistema giuridico interno di ogni stato. 
Il diritto internazionale dunque esiste anche se ha caratteristiche differenti da quello interno degli Stati.
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Può fermare la guerra? Guerra e diritto, una contraddizione?
Se la guerra è banalmente una rappresentazione di forza, il diritto invece è il suo contrario perché dovrebbe portare ordine dove non c'è ed è giunto a regolare la guerra in quanto attività umana attraverso quattro fasi diverse di regolazione nel corso della storia: per secoli, la guerra è stata vista come uno strumento legittimo di politica, giustificata dalla teoria della "guerra giusta", un risposta a torti subiti, come nelle Crociate, nell'invasione italiana della Libia o nella Prima guerra mondiale; in quell'epoca, il diritto internazionale era un concetto lontano, assente dal campo di battaglia.
La svolta arrivò con la regolamentazione del come combattere, proprio durante la sanguinosa battaglia di Solferino nel 1859. L'imprenditore svizzero Adolphe Yvon, attraversando quei territori devastati, rimase sconvolto dalla crudeltà delle sofferenze umane. Da quell'orrore nacque l'idea di un'associazione per aiutare le vittime dei conflitti – la Croce Rossa – e, nel 1864, la convinzione di vari Stati a porre le basi del diritto internazionale umanitario, o jus in bello. Questo quadro normativo culminò nelle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, che disciplinano ogni aspetto dei conflitti: protezione per feriti, prigionieri e civili, divieto di attacchi indiscriminati, torture e armi proibite.
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Un passo ulteriore fu la limitazione della libertà di fare la guerra, il jus ad bellum. Dopo la carneficina della Prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni tentò di imporre paletti procedurali per contenere i conflitti, aprendo la strada a un'era di maggiore cautela.
Il culmine arrivò dopo la Seconda guerra mondiale con il divieto assoluto dell'uso della forza, il jus contra bellum, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L'articolo 2, paragrafo 4, impone a tutti gli Stati di astenersi dalla forza e dalle minacce. Eccezioni precise lo temperano: l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, che ha anche il potere di emanare norme vincolanti, e la legittima difesa (articolo 51), individuale o collettiva, in caso di attacco armato. Quest'ultima clausola, pensata per emergenze in cui il Consiglio tace, è diventata però lo strumento più abusato per giustificare aggressioni contro altri Stati.
Il diritto può quindi sicuramente promuovere soluzioni pacifiche per evitare escalation importanti, però non è in grado di fermare la guerra in modo assoluto.
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Se la guerra è vietata, allora perché esiste ancora?
In generale il diritto internazionale conta perché gli stati si giustificano, evitano le escalation e possono reagire alle violazioni tramite sanzioni, condanne ed isolamento all'interno della comunità internazionale. Oltre a questi meccanismi sicuramente giocano un ruolo importante la diplomazia preventiva, nella quale gioca un ruolo decisivo il segretario generale, e le operazioni di mantenimento della pace tramite operazioni armate all'interno dello stato in conflitto (es. Unifil in Libano).
Nonostante questi tentativi di arginare la guerra, il diritto non riesce ad eliminarla perché è creato soprattutto dal consenso degli Stati, dipendendo dunque dalla loro volontà che non sempre si allinea con quella della pace.
In conclusione, l'incontro di Casatenovo (il secondo sul tema ''guerra e pace'' organizzato dal Comune in accordo con il Comitato Lecchese per la Pace e la Cooperazione tra i Popoli) ha evidenziato l'esistenza concreta del diritto internazionale – un sistema di trattati e consuetudini senza "gendarme" centralizzato, ma vincolante per Stati e organizzazioni – e il suo tortuoso cammino per domare la guerra: dalla legittimazione della "guerra giusta" alle Convenzioni di Ginevra sul jus in bello, fino al divieto onusiano del ricorso alla forza, temperato da legittima difesa e autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza.
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Durante il suo discorso Campos ha chiarito i suoi limiti: promuove diplomazia, peacekeeping e sanzioni, ma non ferma i conflitti in assoluto, privo com'è di enforcement coercitivo e dipendente dal consenso statale.
Tirando le somme, in un mondo di "guerre ibride" e tensioni globali, il diritto resta uno strumento fragile ma essenziale: non elimina la forza, ma ne canalizza gli eccessi, esortandoci a rafforzare diplomazia e volontà collettiva per una pace più duratura.
I.M.
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