''Pronto soccorso: pochi ma di Eccellenza''. Davvero la sanità lombarda va in questa direzione?

Il futuro della sanità lombarda: «Pronto soccorso: pochi, ma eccellenti»
«All’ospedale Manzoni duecento accessi al giorno con una media di cinque casi acuti gravi» un livello di competenza elevato, per cui si riesce a gestire molto bene da noi, per fare un esempio, l’ictus, ci vogliono persone che sappiano fare una trombectomia, trattamento meccanico altamente specializzato. E ci sono 70 persone in tutta Lombardia che la sanno fare. Il problema è insomma non avere ovunque un pronto soccorso, ma averne pochi altamente specializzati ed efficienti. Non bisogna in merito all’appropriatezza della domanda di sanità aspettarsi per esempio servizi capillari sull’acuto, ma servizi efficaci. E bisogna essere seguiti umanamente, essere seguiti veramente, un’esigenza altrettanto importante che non gestire l’acuto. Poi bisogna capire come dosare le forze, come fare dei centri che siano forti, che siano capaci veramente di rispondere a un bisogno. Dobbiamo essere capaci di dare una risposta efficace che è per forza concentrata, perché non tutti sono capaci di fare tutto, mentre oggi in alcuni pronti soccorsi non c’è una risposta pronta sulla vera urgenza, però la si vuole, tutti vogliono il pronto soccorso fuori casa. Allora bisogna chiamarlo in un altro modo, questo luogo. Anche se la prossimità è un altro tema e un altro problema da affrontare».

Non ce ne voglia il collega della Provincia Marcello Villani per aver estratto da un suo ampio servizio sulla sanità, questi passaggi attribuiti al dottor Marco Trivelli, direttore generale dell’ASST di Lecco. Lo abbiamo fatto perché una volta tanto, il massimo dirigente della sanità lecchese ha parlato, sia pure a nuora perché suocera intendesse, con la massima chiarezza: il Pronto soccorso del San Leopoldo Mandic, così com’è non funziona e quindi va ridimensionato. I segnali in questo senso erano già numerosi. I penultimi: la sospensione della coordinatrice medica dei gettonisti e la contestuale revoca del contratto con la cooperativa di cui la professionista era dipendente sono evidenti segnali della volontà di disimpegno (salvo sentenza avversa del tribunale, ricorso ex art.700).

L’incarico affidato in modo quanto meno anomalo ad altra cooperativa con la medesima deliberazione, per una “prova” di sei mesi indica una direzione di marcia. Che le dichiarazioni al convegno di Colico di cui sopra confermano in pieno. Certo, chi ha conoscenze, chi può scavalcare le file, chi si può permettere di arrivare subito e ai migliori professionisti punta all’alta specializzazione. Ma la gente comune che dal venerdì sera a lunedì non ha più il medico di base, che vede la Casa di Comunità come una bella costruzione ma priva di tutto, quando avverte dolori di cui non conosce la natura che cosa può fare se non rivolgersi al più vicino Pronto soccorso? La teoria di Trivelli vale nel mondo ideale, non in quello reale che, ad esempio richiede un’ora per arrivare da Verderio e Lecco. E in quel caso dov’è la rapidità di intervento per un ictus o un infarto? Sarà anche auspicabile la struttura d’eccellenza di cui vagheggia Trivelli ma se per arrivarci occorrono due ore, forse è troppo tardi.

Un tempo i nostri medici di famiglia rispondevano anche di notte, visitavano a chiamata i pazienti a domicilio, avevano un rapporto ben oltre il professionale. Oggi bisogna chiamare la segretaria, prenotare la visita che può avvenire anche dopo 2-3 giorni, raggiungere l’ambulatorio e sperare che il medico non si sia assentato per ragioni personali. Il sabato e la domenica non se ne parla, il paziente si arrangi. La burocrazia ha distrutto lo storico rapporto medico-paziente, quello dei Sindoni, Bonanomi, Gatti, Viganò, Meschi, Perego tanto per citarne alcuni. Oggi puoi attendere l’evasione di una semplice ricetta o impegnativa anche 48 ore prima che arrivi via mail o la si vada a ritirare. E nel frattempo?

Se non c’è un pronto soccorso attivo che cosa deve fare il cittadino quando sta male? A chi si rivolge? Se si ridimensiona Merate a un Ps di ospedale di base, dove va? A Vimercate? già intasato ora e chissà dopo quando l’intero bacino meratese si riverserà a Oreno.

La litania è che la medicina cambia, che il servizio sanitario cambia. Sì ma in questa direzione si va verso il peggio. Leggete tra le righe: essere seguiti umanamente è altrettanto importante che non gestire l’acuto. Il messaggio è chiaro: si punta a un ospedale che operi in “elezione” cioè su programmazione dei ricoveri e non a un presidio pronto a affrontare un livello adeguato di emergenza acuta delineata dal “Dea” di I° livello

 E forse così si spiega l’enfasi con cui si presentano i progetti di geriatria, il percorso Dama, l’assistenza alla cronicità. Sullo sfondo sembra delinearsi un ospedale di base, associato all’Inrca.

Facciano attenzione i nostri sindaci a partire da Mattia Salvioni che dice di incontrare ogni settimana Marco Trivelli ma non sembra avvertire questi pericoli (forse perché gli è sufficiente dare del tu al Dg).

La discesa verso la perdita della qualifica di ospedale di I° livello continua. In modo sottile, subdolo, col silenzio compiacente e colpevole. Insomma non è ''necessario setacciare tanta terra per trovare polvere d’oro'' (testuale), è sufficiente ricordarsi che ASST sta per Azienda Socio-Sanitaria Territoriale, quindi oltre a occuparsi dell’ospedale ci sono anche i servizi territoriali di compendio da coordinare, organizzare e gestire se davvero si vuole assicurare ai meratesi un’assistenza che data 175 anni.
Claudio Brambilla
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