L'inferno che costruiamo

Prendo spunto da un editoriale di Enrico Magni di qualche giorno fa per una riflessione. Magni descrive una Gerusalemme svuotata e una Gaza che somiglia a un Golgota senza resurrezione. Da queste immagini emerge un nodo antico: l’idea che il sacrificio sia necessario, che la morte di qualcuno possa giustificare la salvezza di altri. È una convinzione che attraversa la storia delle religioni e della politica, e che continua a generare devastazione.

Erich Fromm ci aiuta a capire perché. Quando la religione diventa autoritaria, quando Dio è immaginato come un sovrano che pretende obbedienza e sangue, la fede smette di essere un luogo di libertà e diventa un apparato di controllo. In quel momento, il sacrificio non è più un simbolo: diventa un meccanismo di potere. La violenza si ammanta di giustificazione morale, la morte diventa un dovere, il dolore un prezzo inevitabile. Non è Dio a chiedere sangue: è l’uomo che proietta su Dio il proprio bisogno di dominio, di ordine, di punizione.

È la stessa dinamica che Amoz Oz mette in scena nel suo Giuda. Il Giuda di Oz non è il traditore per denaro, ma il credente assoluto, colui che spinge Gesù verso la croce perché crede che il sacrificio sia indispensabile. È la fede cieca che diventa violenza. È la logica del “male necessario”. È l’idea che la redenzione passi attraverso la morte di qualcuno. Giuda non tradisce: obbedisce. E proprio questa obbedienza lo rende pericoloso. È il volto religioso della stessa logica che, nella storia, ha giustificato guerre, stermini, oppressioni.

Ed è qui che Dante entra in scena con una lucidità che sorprende. Quando scrive:

“e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!”

non sta parlando di un Dio che punisce. Sta parlando dell’uomo che si punisce da solo. La “pena eterna” non è un castigo inflitto dall’alto, ma la conseguenza naturale di una vita dominata da cupidigia e ira. L’Inferno dantesco non è la vendetta divina: è la forma definitiva delle nostre passioni cieche. È l’esito di ciò che scegliamo, di ciò che giustifichiamo, di ciò che accettiamo come inevitabile.

Ma c’è un punto che non possiamo ignorare: gli inferni costruiti dagli uomini non sono abitati da chi li costruisce. Chi genera la violenza raramente la subisce. Chi giustifica il sacrificio non è quasi mai il sacrificato. Chi parla di “necessità storica” non vive nelle macerie. Gli innocenti vivono sotto le bombe, i colpevoli nelle stanze del potere. È questa l’asimmetria feroce dell’inferno terrestre: i violenti lo edificano, ma non lo abitano.

E allora Gaza — come ogni luogo devastato dalla convinzione che la morte sia necessaria, che il dolore sia inevitabile, che il sacrificio sia un destino — non è un inferno mandato da Dio. È un inferno costruito dagli uomini. È il risultato di ideologie che trasformano la morte in strumento, il dolore in linguaggio, il sacrificio in fondamento.

Fromm, Oz, Dante e Magni stanno dicendo la stessa cosa, ciascuno con il proprio linguaggio:
la violenza non viene da Dio, viene dall’uomo. Il sacrificio non salva, opprime.
La pace non nasce dal sangue, ma dalla rinuncia alla logica del sacrificio.Per questo, la conclusione non è solo morale: è politica, psicologica, teologica. L’Inferno non è un luogo dove Dio punisce i violenti. È il luogo che i violenti costruiscono sulla terra. In quell’inferno, non scendono loro: ci finiscono gli innocenti. L’inferno terrestre è ingiusto.
Paolo Castagna
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