Cremella: la ricerca di Pirovano ricostruisce la storia degli IMI
L'altra sera a Cremella si è tenuto un intervento pubblico dedicato alla memoria degli Internati Militari Italiani (IMI), con l’obiettivo di ricostruire e restituire dignità a una pagina spesso rimasta ai margini del racconto nazionale: quella dei militari che, dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di continuare la guerra al fianco del nazifascismo e pagarono quella scelta con la deportazione, il lavoro coatto e, in molti casi, la morte.

Ad aprire l’incontro è stato l’assessore alla Cultura Valerio Rigamonti, che ha fatto gli onori di casa e ha ringraziato per il prezioso lavoro di ricerca portato avanti da Eugenio Pirovano, ricordando come la serata fosse anche un ''momento di commemorazione per i cittadini di Cremella caduti nella notte fra il 26 e il 27 aprile lungo la strada di Rovagnate''.

A inquadrare storicamente il fenomeno è stato Gabriele Fontana dell’ISREC di Bergamo (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea). ''Dopo l’armistizio dell’8 settembre - ha ricordato - la maggioranza dei soldati italiani dislocati in Europa si trovò senza ordini, con lo Stato maggiore e la monarchia in fuga e interi reparti abbandonati a sé stessi''.

Molti, messi di fronte alla scelta, decisero di non aderire alla Repubblica sociale italiana: furono circa 600 mila. ''Per gestire quella massa di prigionieri e aggirare i vincoli delle convenzioni internazionali, i tedeschi introdussero una categoria specifica: gli Internati Militari Italiani'', non riconosciuta dai trattati.

''Un espediente - ha sottolineato Fontana - che rese più difficile l’intervento della Croce Rossa e aprì la strada a condizioni di detenzione e sfruttamento particolarmente dure. Gli internati vennero distribuiti in campi e sottocampi, spesso vicini alle industrie, e impiegati come forza lavoro, pagati indirettamente dalle aziende alla macchina militare tedesca''.
Nell’estate del 1944 arrivò un’ulteriore trasformazione: molti IMI divennero lavoratori forzati, dipendenti dai dicasteri tedeschi della guerra e dell’industria, con trattamenti disomogenei e, talvolta, remunerazioni simboliche spendibili solo all’interno dei campi.

Il cuore della serata è stato la ricostruzione storica locale a cura di Eugenio Pirovano, che ha insistito sul valore civile del ricordo: ''restituire dignità a quelle persone che hanno saputo dire di no''. Un atto di responsabilità verso il presente, ''perché – ha spiegato – la storia degli IMI dimostra come una scelta individuale o collettiva possa lasciare un segno indelebile''.

Pirovano ha quindi portato l’attenzione sul legame con il territorio, ricordando che anche cittadini di Cremella furono deportati in diversi campi tra Germania e Polonia. Ha ricostruito nomi, professioni, destinazioni, percorsi di prigionia e rientro: storie diverse, unite da una medesima frattura biografica.

I nomi ricordati sono stati Ettore Panzeri, Giuseppe Corno, Ezio Beretta, Luigi Cattaneo, Pietro Fumagalli, Brunone Sironi, Silvio Galbusera, Carlo Martilli, Luigi Casiraghi, Giuseppe Panzeri, Luigi Molteni. C’è chi non è tornato, ucciso dalla fame e dalla fatica, e chi invece rientrò solo nel 1945, spesso senza riuscire a raccontare fino in fondo ciò che aveva vissuto.

Tra i passaggi più toccanti, la lettura di alcune frasi tratte dalle lettere inviate alle famiglie: cartoline scarne, parole di nostalgia e di speranza, appelli alla resistenza morale. Per esempio la cartolina di Luigi Cattaneo ai genitori: ''molto piacere che godete di ottima salute, così un grazie in me, questo mese mi hanno dato solo questa cartolina''; o le righe di Pietro Fumagalli, che invitava a non perdere la speranza: ''bisogna sempre fare coraggio e sperare sempre che venga presto quel giorno! e che presto si sentirà gridare pace pace e ci rivedremo''.

E ancora la lettera di Luigi Molteni, segnata dalla commozione: ''Mentre scrivo quella lettera mi vengono le lacrime pensando a voi tutti, così lontani''. Frammenti che raccontano la quotidianità del campo e la necessità, per chi era prigioniero, di aggrapparsi all’idea di un ritorno e di una pace possibile.

La serata - alla quale hanno preso parte molti cittadini, oltre ai consiglieri di maggioranza e di opposizione - ha restituito così non solo una cornice storica, ma soprattutto un tessuto di vite locali intrecciate ai grandi eventi del Novecento: un modo per riportare la memoria a casa, nelle comunità, per ricordare che la deportazione e la violenza della guerra non sono esperienze lontane, ma hanno attraversato anche paesi e famiglie della Brianza.

Da sinistra Gabriele Fontana e Eugenio Pirovano
Ad aprire l’incontro è stato l’assessore alla Cultura Valerio Rigamonti, che ha fatto gli onori di casa e ha ringraziato per il prezioso lavoro di ricerca portato avanti da Eugenio Pirovano, ricordando come la serata fosse anche un ''momento di commemorazione per i cittadini di Cremella caduti nella notte fra il 26 e il 27 aprile lungo la strada di Rovagnate''.
A inquadrare storicamente il fenomeno è stato Gabriele Fontana dell’ISREC di Bergamo (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea). ''Dopo l’armistizio dell’8 settembre - ha ricordato - la maggioranza dei soldati italiani dislocati in Europa si trovò senza ordini, con lo Stato maggiore e la monarchia in fuga e interi reparti abbandonati a sé stessi''.
Molti, messi di fronte alla scelta, decisero di non aderire alla Repubblica sociale italiana: furono circa 600 mila. ''Per gestire quella massa di prigionieri e aggirare i vincoli delle convenzioni internazionali, i tedeschi introdussero una categoria specifica: gli Internati Militari Italiani'', non riconosciuta dai trattati.

L'assessore Valerio Rigamonti
''Un espediente - ha sottolineato Fontana - che rese più difficile l’intervento della Croce Rossa e aprì la strada a condizioni di detenzione e sfruttamento particolarmente dure. Gli internati vennero distribuiti in campi e sottocampi, spesso vicini alle industrie, e impiegati come forza lavoro, pagati indirettamente dalle aziende alla macchina militare tedesca''.
Nell’estate del 1944 arrivò un’ulteriore trasformazione: molti IMI divennero lavoratori forzati, dipendenti dai dicasteri tedeschi della guerra e dell’industria, con trattamenti disomogenei e, talvolta, remunerazioni simboliche spendibili solo all’interno dei campi.

Il cuore della serata è stato la ricostruzione storica locale a cura di Eugenio Pirovano, che ha insistito sul valore civile del ricordo: ''restituire dignità a quelle persone che hanno saputo dire di no''. Un atto di responsabilità verso il presente, ''perché – ha spiegato – la storia degli IMI dimostra come una scelta individuale o collettiva possa lasciare un segno indelebile''.
Pirovano ha quindi portato l’attenzione sul legame con il territorio, ricordando che anche cittadini di Cremella furono deportati in diversi campi tra Germania e Polonia. Ha ricostruito nomi, professioni, destinazioni, percorsi di prigionia e rientro: storie diverse, unite da una medesima frattura biografica.

I nomi ricordati sono stati Ettore Panzeri, Giuseppe Corno, Ezio Beretta, Luigi Cattaneo, Pietro Fumagalli, Brunone Sironi, Silvio Galbusera, Carlo Martilli, Luigi Casiraghi, Giuseppe Panzeri, Luigi Molteni. C’è chi non è tornato, ucciso dalla fame e dalla fatica, e chi invece rientrò solo nel 1945, spesso senza riuscire a raccontare fino in fondo ciò che aveva vissuto.

Tra i passaggi più toccanti, la lettura di alcune frasi tratte dalle lettere inviate alle famiglie: cartoline scarne, parole di nostalgia e di speranza, appelli alla resistenza morale. Per esempio la cartolina di Luigi Cattaneo ai genitori: ''molto piacere che godete di ottima salute, così un grazie in me, questo mese mi hanno dato solo questa cartolina''; o le righe di Pietro Fumagalli, che invitava a non perdere la speranza: ''bisogna sempre fare coraggio e sperare sempre che venga presto quel giorno! e che presto si sentirà gridare pace pace e ci rivedremo''.
E ancora la lettera di Luigi Molteni, segnata dalla commozione: ''Mentre scrivo quella lettera mi vengono le lacrime pensando a voi tutti, così lontani''. Frammenti che raccontano la quotidianità del campo e la necessità, per chi era prigioniero, di aggrapparsi all’idea di un ritorno e di una pace possibile.

A destra il sindaco Cristina Brusadelli
La serata - alla quale hanno preso parte molti cittadini, oltre ai consiglieri di maggioranza e di opposizione - ha restituito così non solo una cornice storica, ma soprattutto un tessuto di vite locali intrecciate ai grandi eventi del Novecento: un modo per riportare la memoria a casa, nelle comunità, per ricordare che la deportazione e la violenza della guerra non sono esperienze lontane, ma hanno attraversato anche paesi e famiglie della Brianza.
M.E.


















