Cassago: il disastro di Chernobyl raccontato agli studenti a 40 anni dall'esplosione della centrale
Non è un racconto che appartiene solo ai libri di storia, e non è nemmeno un disastro ''chiuso'' nel 1986. Chernobyl torna a parlare - a quarant'anni esatti dall'esplosione - con la voce di chi c’era e con i numeri che non smettono di pesare. Nel percorso di presentazione e racconto proposto questa mattina ai ragazzi della scuola media di Cassago, il passaggio più forte è arrivato dalle parole di Andrii Zhidenko, sopravvissuto e testimone diretto di quei giorni: un frammento di memoria che, a distanza di quarant’anni, continua a far tremare.

Ad aprire gli interventi e a fornire qualche dato storico, è stato Armando Crippa, presidente di Cassago chiama Chernobyl. Insieme alla storia di Zhidenko, il volontario ha presentato le fotografie legate al viaggio che, ben dieci anni fa, alcuni membri dell’associazione hanno intrapreso proprio dove la tragedia del 26 aprile 1986 ha avuto luogo.
''Eravamo intimoriti e molto attenti a quanto ci mostravano le guide. I controlli sono stati serrati e abbiamo avuto la sensazione di essere in un mondo parallelo, vuoto, abitato unicamente dai pesci geneticamente modificati'' ha detto commentando le immagini proiettate di fronte alla platea di ragazzi.

Successivamente Zhidenko, parlando nella sua lingua madre e tradotto in diretta da un interprete, ha ricostruito le conseguenze immediate e le scelte governative adottate nelle ore e nei giorni successivi all’esplosione, compresi i tentativi di mantenere riservate informazioni e luoghi sensibili. ''Sono arrivato vicino alla centrale il 2 maggio 1986'' ha raccontato ai ragazzi, alla presenza dei loro insegnanti e della dirigente scolastica Alessandra Ansaldi.

Era uno studente di medicina, aveva 21 anni. ''Ci hanno inviato per limitare le conseguenze, aiutando coloro che erano rimasti feriti'' ha detto.
Un incarico presentato come necessario, urgente, forse perfino temporaneo. ''Siamo rimasti due settimane per poi tornare a studiare normalmente''. La normalità, però, era solo apparente. ''Sapevano che c’erano radiazioni, ma nel caos e nella catena di comandi nessuno si rendeva conto fino in fondo del pericolo''.

Infatti, il punto che Zhidenko - oggi responsabile sanitario dell'area di Cernihiv e direttore generale dell'ospedale regionale - ha voluto sottolineare davanti ai ragazzi, è stato proprio questo: la mancanza di trasparenza e l’impossibilità, ancora oggi, di sapere quante radiazioni ciascuno abbia assorbito. ''Nessuno sa effettivamente a cosa siamo stati sottoposti, sono dati rimasti segreti''.
Una frase che, da sola, spiega perché il disastro di Chernobyl non sia soltanto un evento tecnico o industriale, bensì una questione di responsabilità pubblica, di informazione negata, di vite consegnate all’incertezza.

Poi ci sono i numeri, quelli che impressionano. Zhidenko ha parlato del disastro come il ''più grosso mai avvenuto'', con materiale radioattivo 400 volte superiore a quello delle bombe atomiche che gli americani scagliarono in Giappone. Ha ricordato l’evacuazione di più di 130 mila persone e la lunga coda tossica della contaminazione.
''Tutti i materiali chimici impiegheranno 100 anni a scomparire'' ha detto, ricordando la sorte di chi intervenne. ''Di 40 studenti presenti con me, ne morirono 26''.
In quei numeri si legge tutta la distanza tra la retorica del dovere e il prezzo reale pagato da una generazione mandata sul campo.

Nel racconto di Zhidenko la storia non si ferma al 1986. La costruzione del nuovo sarcofago intorno ad una delle centrali nel 2016, frutto della collaborazione tra più Paesi, fra cui l’Italia, è stata descritta come un ''tentativo di protezione, un argine necessario''. Ma anche quel simbolo di messa in sicurezza è stato trascinato dentro l’attualità delle bombe.
''Con la guerra tra Russia e Ucraina - ha riferito - nel 2022 il sarcofago è rimasto danneggiato dai droni russi. Dei militari inviati sul campo non c’è più traccia''.
Successivamente a questo danno, la ''protezione civile è stata impegnata a intervenire arginando il problema. Rimane ancora la necessità di verifiche tecniche da parte di esperti''.

Chernobyl, quarant’anni più tardi, non è soltanto il nome di una centrale. È un luogo in cui la storia continua a produrre effetti. E la voce di Zhidenko ha ricordato stamani alle giovani generazioni che il disastro non si è consumato in una notte: si è allungato nel tempo, si è insinuato nelle vite e non ha mai smesso davvero di parlare.

I volontari di Cassago chiama Chernobyl questa mattina alla scuola media di Cassago insieme alla dirigente Ansaldi e agli insegnanti
Ad aprire gli interventi e a fornire qualche dato storico, è stato Armando Crippa, presidente di Cassago chiama Chernobyl. Insieme alla storia di Zhidenko, il volontario ha presentato le fotografie legate al viaggio che, ben dieci anni fa, alcuni membri dell’associazione hanno intrapreso proprio dove la tragedia del 26 aprile 1986 ha avuto luogo.
''Eravamo intimoriti e molto attenti a quanto ci mostravano le guide. I controlli sono stati serrati e abbiamo avuto la sensazione di essere in un mondo parallelo, vuoto, abitato unicamente dai pesci geneticamente modificati'' ha detto commentando le immagini proiettate di fronte alla platea di ragazzi.

Successivamente Zhidenko, parlando nella sua lingua madre e tradotto in diretta da un interprete, ha ricostruito le conseguenze immediate e le scelte governative adottate nelle ore e nei giorni successivi all’esplosione, compresi i tentativi di mantenere riservate informazioni e luoghi sensibili. ''Sono arrivato vicino alla centrale il 2 maggio 1986'' ha raccontato ai ragazzi, alla presenza dei loro insegnanti e della dirigente scolastica Alessandra Ansaldi.
Era uno studente di medicina, aveva 21 anni. ''Ci hanno inviato per limitare le conseguenze, aiutando coloro che erano rimasti feriti'' ha detto.
Un incarico presentato come necessario, urgente, forse perfino temporaneo. ''Siamo rimasti due settimane per poi tornare a studiare normalmente''. La normalità, però, era solo apparente. ''Sapevano che c’erano radiazioni, ma nel caos e nella catena di comandi nessuno si rendeva conto fino in fondo del pericolo''.

Andrii Zhidenko
Infatti, il punto che Zhidenko - oggi responsabile sanitario dell'area di Cernihiv e direttore generale dell'ospedale regionale - ha voluto sottolineare davanti ai ragazzi, è stato proprio questo: la mancanza di trasparenza e l’impossibilità, ancora oggi, di sapere quante radiazioni ciascuno abbia assorbito. ''Nessuno sa effettivamente a cosa siamo stati sottoposti, sono dati rimasti segreti''.
Una frase che, da sola, spiega perché il disastro di Chernobyl non sia soltanto un evento tecnico o industriale, bensì una questione di responsabilità pubblica, di informazione negata, di vite consegnate all’incertezza.
Poi ci sono i numeri, quelli che impressionano. Zhidenko ha parlato del disastro come il ''più grosso mai avvenuto'', con materiale radioattivo 400 volte superiore a quello delle bombe atomiche che gli americani scagliarono in Giappone. Ha ricordato l’evacuazione di più di 130 mila persone e la lunga coda tossica della contaminazione.
''Tutti i materiali chimici impiegheranno 100 anni a scomparire'' ha detto, ricordando la sorte di chi intervenne. ''Di 40 studenti presenti con me, ne morirono 26''.
In quei numeri si legge tutta la distanza tra la retorica del dovere e il prezzo reale pagato da una generazione mandata sul campo.

Al microfono Armando Crippa
Nel racconto di Zhidenko la storia non si ferma al 1986. La costruzione del nuovo sarcofago intorno ad una delle centrali nel 2016, frutto della collaborazione tra più Paesi, fra cui l’Italia, è stata descritta come un ''tentativo di protezione, un argine necessario''. Ma anche quel simbolo di messa in sicurezza è stato trascinato dentro l’attualità delle bombe.
''Con la guerra tra Russia e Ucraina - ha riferito - nel 2022 il sarcofago è rimasto danneggiato dai droni russi. Dei militari inviati sul campo non c’è più traccia''.
Successivamente a questo danno, la ''protezione civile è stata impegnata a intervenire arginando il problema. Rimane ancora la necessità di verifiche tecniche da parte di esperti''.
Chernobyl, quarant’anni più tardi, non è soltanto il nome di una centrale. È un luogo in cui la storia continua a produrre effetti. E la voce di Zhidenko ha ricordato stamani alle giovani generazioni che il disastro non si è consumato in una notte: si è allungato nel tempo, si è insinuato nelle vite e non ha mai smesso davvero di parlare.
M.E.


















