Missaglia: la scelta di lasciare il sacerdozio raccontata a IterFestival da Alberto Ravagnani

Nella serata di giovedì 14 maggio, presso il Monastero della Misericordia di Missaglia, si è tenuto uno degli appuntamenti di IterFestival 2026, il ciclo di incontri letterari a cura del Consorzio Brianteo Villa Greppi.
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Da sinistra Martina Garancini, Alberto Ravagnani, Lucia Urbano e Donatella Diacci

Dopo i saluti istituzionali affidati al vicesindaco e assessore alla cultura Donatella Diacci, è intervenuta la presidente del Consorzio, Lucia Urbano, che ha invitato calorosamente i presenti al prossimo incontro presso la sala parrocchiale di Cremella, dove martedì 19 maggio interverrà Pegah Moshir Pour, attivista iraniana che discuterà del riconoscimento e dell’emancipazione femminile. 
Al centro della serata di ieri invece, c’è stata la testimonianza di Alberto Ravagnani, ex sacerdote e autore del libro "La scelta. Per fede, per amore, per verità'', che ha raccontato senza filtri il percorso – condiviso attraverso la sua opera editoriale - che lo ha portato a lasciare il sacerdozio.
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Martina Garancini della cooperativa Lo Sciame - moderatrice dell’incontro - ha aperto la conversazione ricordando un pensiero scritto dall’allora sacerdote nell’ottobre 2025. "Cosa vedono di me gli altri, cosa pensano vedendomi soprattutto se non indosso un colletto bianco? Che sono un prete, che amo Dio, cosa vedono? Che poi la fede non è un distintivo, non è quello che pensiamo a proposito di Dio, sono i gesti e la creatività''. Ricollegandosi a questa riflessione, Garancini ha chiesto all’ospite se, nel momento in cui aveva pubblicato quel pensiero, fosse già deciso a lasciare il sacerdozio e a scrivere il suo libro. Ravagnani ha risposto che il processo era già in corso. "Quel giorno ero in vacanza con i compagni di messa a Parigi e stavo quasi finendo il libro. Ero in una fase di montagne russe in cui continuavo a chiedermi: resto o non resto?'' ha aggiunto, spiegando poi che la scrittura gli aveva permesso di osservare la propria vita dall’esterno dandogli la spinta per fare il grande passo.
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L’inizio del libro ha colpito per la sua forza. "Mi è sembrato quasi il racconto di un incubo'', ha osservato Martina Garancini, che ha chiesto perché avesse scelto un’apertura così d’impatto. L'ex sacerdote ha ammesso che l’effetto era voluto e fedele alla sua esperienza. ''L’arrivo a Milano — ha raccontato — è stato traumatico, più caotico rispetto agli incarichi precedenti, e dentro di me si era accumulato un peso emotivo enorme". Questa esperienza lo ha portato a rendersi conto che non riusciva più a rimanere in quella vita.
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Il titolo del libro e il sottotitolo, ha osservato la moderatrice, sembravano disposti nell’ordine in cui raccontano la vita dell’autore; Garancini ha domandato se oggi li metterebbe in ordine diverso. Ravagnani ha riso e ha risposto parlando del "bravo bambino”: un’identità costruita attorno alla ricerca di approvazione per evitare i conflitti, per timore di creare tensioni in famiglia. ''Non ho memoria di essere mai stato sgridato'' ha raccontato, spiegando poi come quel comportamento avesse oscurato aspetti più profondi del sé. "In quel 'bravo bambino' — ha aggiunto — si riflette l’incapacità di educare se stesso all’autenticità: la libertà, non è vivere in funzione degli altri".
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Il senso di colpa, ha successivamente osservato la moderatrice, è spesso alimentato dalla religione. ''Perché — ha chiesto — il senso di colpa viene instillato fin dall’infanzia nelle prime esperienze di fede cattolica?''. La risposta, secondo l’autore, va cercata nella prospettiva storica e culturale: il tratto colpevolizzante è frutto di processi di atteggiamenti adulti, non di un dato immutabile.
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''La religione — ha ricordato — è un fenomeno umano, stratificato e mutato nel tempo''; infatti il cristianesimo non è stato tanto fondato da Cristo quanto plasmato da figure come San Paolo, ha spiegato, sottolineando poi come certe visioni pessimistiche, come quella di sant’Agostino, abbiano contribuito a fare della paura del peccato un perno della spiritualità. "Questo è un genere di lettura che vorrei demistificare, restituendo alla fede una dimensione storica e umana", ha concluso.
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Fra i presenti è rimasta viva la curiosità di capire le ragioni che avevano portato Alberto a entrare in seminario e poi a lasciare il sacerdozio; la moderatrice ha dunque domandato cosa avesse spinto un giovane fragile e fuori posto a scegliere quella vita. L’ex religioso ha raccontato: ''In quel momento ho incontrato Dio e ho deciso di dargli la mia vita''; una scelta che oggi vede come una fuga dalle responsabilità dell’amore umano. ''Non aver mai avuto una relazione sentimentale completa — ha confessato — mi aveva portato a preferire la relazione con Dio, che offriva ascolto, perdono e una forma di amore apparentemente definitiva. Forse entrare in seminario è stato facile perché avevo paura dell’amore umano'' ha continuato, ammettendo la difficoltà di affrontare la sfera sentimentale nella sua interezza.
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Per ultimo Alberto ha raccontato della sua uscita dallo stato ecclesiastico e delle reazioni che ha ricevuto: dall’affetto di alcune persone alla critica e alla violenza verbale di altri preti, davanti alla quale ha riflettuto. ''Mi sono detto che sarei rimasto prete solo perché avrei avuto più ascolto grazie alla popolarità — ha confessato — ma non era una buona opzione'', perché per lui il cambiamento avviene anche nel modo di vivere l’impegno. ''Ho lavorato con la stessa cura dentro e fuori la Chiesa'' ha spiegato, rilevando la necessità del cambiamento. Oggi, ha detto, il ruolo del sacerdote è un ''orologio saltato'': compiti e rappresentazioni non corrispondono più alla realtà sociale, e la Chiesa rischia di perdere senso se non si rinnova.
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Martina ha chiuso, come di rito, con una citazione trovata sui social. ''La vita può essere compresa solo guardando nel passato, ma vissuta verso il futuro'', alla quale l’ospite ha risposto restituendo un messaggio di speranza: la libertà di riscrivere se stessi è una conquista che richiede coraggio, introspezione e, a volte, la disponibilità a saltare. L’incontro è terminato con un grande applauso sentito, le domande del pubblico e la firma dei libri.
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In questo confronto intenso e sincero, Alberto Ravagnani ha offerto al pubblico non solo il racconto di una scelta personale, ma anche una riflessione più ampia sul rapporto tra fede, libertà e autenticità; la sua testimonianza ha mostrato come lasciare una strada già tracciata possa diventare, a volte, il primo passo per ritrovare se stessi. Un incontro dunque che ha lasciato spazio alla domanda, al dubbio e alla speranza, chiudendosi nel segno di una libertà conquistata con fatica, ma anche con coraggio.
I.M.
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