Cosenza: la voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra

Cosenza. Dov’è Cosenza? Ricorda qualcosa, ma nella mappa mentale geopolitica, esistenziale, o è soltanto un cognome, un sostantivo, un luogo, una voragine, un burrone di disperazione, di alienazione e disuguaglianza? È il simbolo, il luogo della malattia negante, frustrante di una produzione marginale e marginante che sfrutta, deprime, deruba, annichilisce l’essere umano.

Le strade della Capitale e i luoghi di celebrazione per l’ottantesimo anniversario della Repubblica sono all’insegna del dì festa: Omnia pro populo cum gaudio (tutto per il popolo con gioia).

Ma il gaudio si è trasformato in dolor, tristitia, luctus, perché ad Amendolara, sul versante ionico della provincia di Cosenza, in una stazione di servizio lungo la statale 106, quattro braccianti agricoli di origine pakistana sono stati carbonizzati, uccisi nel loro veicolo mentre si recavano a lavorare per motivi legati al mercato silenziato e occultato del lavoro a basso costo per i raccolti. Queste sono le condizioni preindustriali, schiaviste che rievocano immagini dello sfruttamento terriero dell’Ottocento e Novecento.

I migranti, come sempre, sono considerati una merce di secondo o terzo livello e non fanno parte dell’alfabeto della civiltà.

In una breve ma toccante novella di Joseph Roth, apparso in Neue Berlinner Zetiunn, 20 ottobre 1920, Roth scrive: ”In tutto sono cinquantamila le persone che dall’est sono venute in Germania dopo la guerra. Ma a dire il vero sembrano milioni, poiché la miseria appare doppia, tripla, decuplicata, tanto è grande. Tra gli immigrati ci sono più operai e artigiani di commercianti. Non possono essere collocati in nessuna azienda tedesca, sebbene il pericolo maggiore venga proprio dal non permettere alla gente di lavorare. Allora diventano, com’è ovvio, spacciatori, contrabbandieri e persino criminali comuni. L’associazione degli ebrei dell’est a Berlino si impegna inutilmente per convincere l’opinione pubblica che la migliore soluzione sarebbe la ripartizione della forza lavoro degli immigrati sull’intero mercato del lavoro…”

Sono passati anni, confini, gendarmi, regimi politici ma la condizione del migrante è sempre la stessa. Le condizioni di marginalità, pregiudizio sfruttamento si riscontravano anche negli anni Sessanta e Settanta con gli immigranti provenienti dal Sud Italia e dalle campagne che migravano nelle città. Sulle porte di alcune case c’erano biglietti che negavano l’affitto o l’alloggio ai “teroni”: la storia immigratoria riproduce gli stessi fenomeni.

Joseph Roth mette in evidenza l’immigrazione dall’est degli ebri provenienti dalla Galizia, e le discriminazioni subite. Nella sostanza, nulla è cambiato. Eppure oggi ci sono IA, internet, ma le patate, i cavolfiori, i pomodori, l’uva, le olive necessitano di mani, di corpi reali fatti di ossa e muscoli.

È scontato e ovvio che ci siano responsabilità malavitose, criminose attorno a questa mano d’opera schiavizzata. In quel buco del mondo, Cosenza, lo Stato repubblicano dov’è? I sindacati, dove sono? La rappresentanza di base dov’è? Il corpo sociale dov’è?

La morte di questi lavoratori, queste persone, urla davanti al cospetto di dio come “la voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (Genesi 4,10).

Ciò che è accaduto è un atto criminoso. É scontato, e bisogna trovare gli esecutori, i mandanti e la rete che sostiene questo mercato di sfruttati di emigranti. Non basta sventolare delle bandiere sloganistiche, demagogiche, paranoiche dei governanti. La morte di queste persone, così come lo sfruttamento degli operai sottopagati e messi in schiavitù, è intollerabile e insopportabile.

Oggi, pur essendo contento nel festeggiare la nascita della Repubblica Italiana, nata dalla resistenza antifascista e dal superamento del regime monarchico, sono in lutto per la morte di questi fratelli pakistani, per questi cittadini del mondo.
Dr. Enrico Magni, Psicologo, criminologo, giornalista
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