Cassago: la donazione come gesto che genera vita. La testimonianza di Marco Galbiati

A Cassago emozioni forti e parole che restano: ieri sera, in una sala gremita di persone, il pubblico si è stretto attorno alla storia di ''Il tuo cuore, la mia stella'', libro che racconta un dolore impossibile da nominare, insieme alla possibilità, faticosa e lenta, di trasformarlo in testimonianza e responsabilità.
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Da sinistra Ivano Gobbato, Roberta Bodega, Marco Galbiati e Clara Pozzi

L’intervista all’autore Marco Galbiati, organizzata con dall’associazione AIDO Cassago-Barzago-Cremella, ha avuto il tono delle occasioni che non sono solo culturali, ma profondamente umane.
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A introdurre l’incontro è stata Roberta Bodega, presidente del sodalizio, insieme alla vice Clara Pozzi, che ha ricordato come parlare di donazione significhi spesso confrontarsi con il momento più duro: ''Un consenso da dare, non per noi ma per un nostro caro, aspetto che lo rende ancora più difficile''.
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Il cuore della serata è stato appunto l’intervento di Marco Galbiati, che ha ripercorso, senza retorica e con una sincerità disarmante, i passaggi della perdita del figlio Riccardo e di ciò che è venuto dopo: il silenzio improvviso, lo smarrimento, la quotidianità spezzata in un istante.
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Con parole misurate ma densissime, Galbiati ha raccontato quel momento in cui ''ci si trova a decidere in fretta'', quando tutto dentro vorrebbe fermare il tempo: la richiesta di consenso alla donazione degli organi, arrivata mentre il dolore era ancora palpabile. ''È stato un passaggio giusto, doveroso, ma per nulla semplice'' ha detto, riconoscendo la fatica di una scelta che non nasce dall’eroismo, ma da un atto di responsabilità dentro i momenti più bui. 
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Eppure, proprio in quella decisione, ha intravisto un senso possibile, un modo per trasformare l’assenza in un gesto che continua a generare vita: ''Penso sempre che sia stato Ricky a volerlo''. Galbiati ha insistito sul fatto che ''il lutto non è una porta che si chiude, non è qualcosa che si supera una volta per tutte, ma si impara a conviverci'', ha spiegato, e in certi giorni è già una vittoria riuscire ad alzarsi, respirare, restare presenti. ''Col tempo, però, ha aggiunto, si può provare con fatica a convertire quella ferita in energia: non per cancellare il dolore, ma per non esserne annientati''.
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Da qui nasce anche la scrittura, iniziata come sfogo settimanale e come necessità di non dimenticare: mettere su carta i dettagli, le sensazioni, le ricorrenze che tornano come onde; dare un nome a ciò che spesso resta indicibile. Quel diario è diventato poi il libro presentato alla sala, ''pensato – nelle intenzioni dell’autore – per chi ha figli e non si rende conto dei preziosi diamanti che possiede'': un invito, quasi un appello, a riconoscere il valore del presente, a non rimandare gli abbracci, a non dare per scontata la presenza di chi si ama.
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Tra i passaggi più intensi, il racconto dei giorni in ospedale: la speranza ostinata, l’attesa che consuma, i medici che tentano tutto fino all’ultimo e ''il paradosso di momenti belli perché, nonostante tutto, era ancora possibile toccare e parlare con mio figlio''. È un’immagine che ha attraversato la sala con un peso quasi fisico: la tenerezza e lo strazio insieme. Poi, il ritorno a casa, la veglia, il tempo che scorre sapendo che ''prima o poi la bara si sarebbe chiusa''.
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La donazione, nel racconto di Galbiati, non è rimasta una parola astratta. ''Ho sentito il bisogno di conoscere chi ha ricevuto gli organi di Riccardo, non per cercare gratitudine, ma per raccontare chi era mio figlio'', per restituire un volto, una storia, una vita intera a chi aveva ricevuto quel dono ''con estrema forza e coraggio''.
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L'ospite ha ricordato l’incontro con Maurizio, giovane pugliese che ha ricevuto il rene sinistro di Riccardo: un incontro che, pur nella sua complessità emotiva, gli ha fatto bene, perché ha dato concretezza a quel gesto e ha aperto uno spiraglio di continuità e di senso.
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Da qui l’allargamento dello sguardo al tema dell’informazione e della formazione sulla donazione degli organi, che deve partire anzitutto dalle scuole, in quanto ''i giovani possono essere veri ambasciatori del fondamentale valore del dono''. Galbiati ha ricordato allora la lotta che egli stesso ha avviato contro la legge 91 del primo aprile 1991, quella sull’anonimato dei trapianti.
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A suo avviso, sarebbe necessaria ''maggiore libertà, per permettere liberamente a donatori e trapiantati di incontrarsi se entrambe le parti lo desiderano''.
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A dare voce al libro è stato lo scrittore Ivano Gobbato, con la lettura, spesso commossa, di alcuni stralci: pagine capaci di alternare il dettaglio concreto, quello che resta impresso per sempre, e il respiro più ampio della riflessione.
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Ora si guarda a un nuovo obiettivo, quello della trasposizione cinematografica proprio di ''Il tuo cuore, la mia stella'', diretto da Francesco Patierno e con Alessandro Preziosi nei panni del padre Marco. Lo scopo rimane quello di sensibilizzare e consapevolizzare sempre di più su temi tanto importanti, ancora ben impressi nelle menti di tutti coloro che, ieri sera, hanno partecipato al dolore, alla forza e alla speranza.
M.E.
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