Bulciago, IterFestival: le crepe diventano bellezza. Serata con Galiano
''Le crepe possono diventare bellezza''. È attorno a questa riflessione che Enrico Galiano ha costruito l'incontro che ha chiuso venerdì 5 giugno l'edizione 2026 di IterFestival, la rassegna letteraria promossa dal Consorzio Brianteo Villa Greppi e diretta da Martina Garancini de Lo Sciame Cooperativa Sociale Onlus.

Venerdì 5 giugno, nell’agorà della scuola primaria Don Lorenzo Milani di Bulciago, protagonista della serata finale è stato Enrico Galiano, insegnante, scrittore e tra le voci più amate della narrativa contemporanea italiana, tornato al festival per presentare il suo nuovo romanzo ''Il cuore non va a dormire'', pubblicato da Einaudi. Un incontro coinvolgente grazie all’empatia dell’autore che ha accompagnato il pubblico in un viaggio tra storie, fragilità, sogni e occasioni di rinascita, in sintonia con il tema di questa edizione della rassegna, ''Orizzonti''.

Ad aprire l'incontro sono stati i saluti istituzionali. L’assessore alla cultura di Bulciago Raffaella Puricelli, ha sottolineato la capacità di Galiano di parlare a pubblici diversi: ''È un autore che sa parlare ai giovani ma anche a tutte le età e lo dimostra il pubblico variegato presente in sala''. Puricelli ha inoltre ringraziato il Consorzio Villa Greppi per il lavoro svolto sul territorio: ''È un insieme di Comuni che crede nella cultura come qualcosa di accessibile a tutti. In un mondo complicato, momenti aggregativi, culturali e sociali rappresentano una forma di bellezza necessaria''.
Parole condivise dalla presidente del Consorzio, Lucia Urbano, che ha ricordato il valore della manifestazione: ''È l'ultimo appuntamento di IterFestival, una rassegna in cui il Consorzio crede moltissimo perché non si può parlare di cultura senza parlare di libri. L'importante non è quante persone partecipino, ma quello che si portano a casa. Speriamo che dopo questa serata qualcuno abbia voglia di leggere e che i libri possano aprire nuovi orizzonti''.

A dialogare con l'autore è stata la direttrice artistica Martina Garancini, che ha evidenziato il doppio sguardo di Galiano, scrittore e insegnante: ''Potremo parlare non solo del romanzo ma anche dei giovani con cui lavora ogni giorno. È un libro che nasce dalle domande che siamo chiamati a porci dentro di noi e che farà riaffiorare molti ricordi''.

Il percorso che ha dato vita al libro è iniziato addirittura dal titolo, una delle parti più difficili e cambiato più volte. L'idea iniziale era ''Lascia che la vita accada'', poi diventata ''La vita quando accade'', ma entrambi i titoli erano già stati utilizzati. Alla fine è arrivato ''Il cuore non va a dormire'', una scelta che l’autore considera ideale per raccontare una storia che invita a guardare oltre il dolore del presente.

Galiano ha utilizzato una metafora per descrivere il proprio metodo di scrittura: nella vita c’è chi è architetto e pianifica tutto e chi, come lui, si sente giardiniere, semina e lascia crescere. Il seme di questo libro è stato un episodio vissuto nei suoi primi anni di insegnamento, quando una studentessa di istituto professionale per estetiste, attraverso un disegno che il professore aveva chiesto loro di fare per presentarsi, gli rivelò il dolore per la recente perdita del padre. ''Credo che quel giorno si sia sentita vista'' ha raccontato. ''Le storie che scrivo nascono sempre da qualcosa che è accaduto davvero''.

Nel romanzo si intrecciano le vicende di Sasha, sedicenne che vive passioni e fragilità lontano dagli sguardi degli altri e Alessandra, donna adulta all’apparenza realizzata ma improvvisamente costretta a mettere in discussione la propria esistenza. Due percorsi diversi che finiscono per raccontare qualcosa di universale: i ''clic'' che abbiamo nella nostra vita, le svolte, i cambi di orizzonte. Proprio su questo tema Galiano ha condiviso alcuni ricordi personali. Tra questi, quello della maestra Paola, la prima persona che gli fece capire di possedere una qualità speciale. ''Disse a mia madre che avevo molta fantasia. Credo di aver cominciato a scrivere per corrispondere a questa definizione: il senso di bellezza che provi quando ti senti visto è impagabile. Solo dopo ho scoperto che voleva dire che raccontavo un sacco di bugie, ma con tale convinzione da renderle credibili. Però mi ha insegnato una cosa fondamentale: il bravo insegnante vede il difetto, te lo mostra e ti aiuta a trasformarlo in una risorsa. È come se riconoscesse la musica dentro il rumore e poi la facesse sentire anche a te''.

Un concetto che per l’autore è centrale anche nell’educazione contemporanea. ''Non dobbiamo fermarci al presente e appiccicare etichette ai ragazzi. Quelle che oggi sembrano fragilità o difetti possono diventare risorse straordinarie se vengono riconosciute e accompagnate''.
Tra i momenti più intensi della serata, il racconto del suo personale ''clic'', avvenuto quando lavorava come cameriere. Dopo essere stato umiliato da un cliente per un errore, si trovò nel bagno tra le lacrime, chiedendosi cosa desiderasse davvero dalla vita. La risposta lo riportò al sogno dell'infanzia: insegnare. Un sogno che aveva abbandonato dopo che un professore universitario gli aveva detto che non sarebbe mai diventato docente. ''È bastato lui a farmi mettere via i sogni con una frase ed è possibile perché ha colpito la storia giusta, il bambino che ero stato tra le mille difficoltà economiche della mia famiglia. Quel bambino ha creduto di non voler esporsi troppo, di non volare troppo alto'' ha osservato. Da qui la riflessione sul mito di Icaro e sul rischio di vivere al di sotto delle proprie possibilità. ''Pensiamo che volare basso ci protegga, ma è una morte lenta. Quando stai al di sotto delle tue possibilità, credi di essere vivo ma stai morendo piano piano. Il senso del mito, per me, è di non voler subito arrivare in alto: ci vuole pazienza. Io lo auguro che il sogno non si avveri subito perché dopo te lo godi di più''. A testimonianza di questo percorso, Galiano ha ricordato che il suo primo romanzo fu scritto a 22 anni ma pubblicato soltanto a 40, dopo anni di rifiuti e tentativi.

Il dialogo si è poi spostato sul tema delle fragilità, rappresentate nel libro attraverso il personaggio del pittore Moresco, artista che trasforma le crepe in opere d'arte. Una metafora che l’autore sente profondamente propria. ''Essere forti significa non vergognarsi più delle proprie fragilità. Grazie al contatto con i ragazzi e alla terapia ho imparato a fare pace con le mie crepe. Non è tanto cosa ti è successo, ma le parole che ti sono state dette. Sono cose piccole che però scavano''. E ancora: ''Fino a qualche anno fa le vedevo come un freno a mano che impediva gli slanci. La crepa ha aperto uno squarcio e guarda quanta bellezza è uscita: perché venga fuori la parte migliore di noi, abbiamo bisogno di alcuni dolori''.
Un messaggio che si è allargato anche al ruolo educativo dei genitori. ''Dobbiamo fare attenzione a voler eliminare ogni dolore dalla vita dei nostri figli. Viviamo in una società che tende a rimuovere la sofferenza, ma togliendo il dolore rischiamo di togliere anche altro''.
Come ha sottolineato Galiano, non siamo necessariamente la storia che ci raccontiamo oggi: possiamo sempre riscriverla. Questo messaggio ha rappresentato anche il miglior saluto per un’edizione di IterFestival dedicata agli orizzonti, quelli che i libri continuano ad aprire dentro ciascuno di noi.
Venerdì 5 giugno, nell’agorà della scuola primaria Don Lorenzo Milani di Bulciago, protagonista della serata finale è stato Enrico Galiano, insegnante, scrittore e tra le voci più amate della narrativa contemporanea italiana, tornato al festival per presentare il suo nuovo romanzo ''Il cuore non va a dormire'', pubblicato da Einaudi. Un incontro coinvolgente grazie all’empatia dell’autore che ha accompagnato il pubblico in un viaggio tra storie, fragilità, sogni e occasioni di rinascita, in sintonia con il tema di questa edizione della rassegna, ''Orizzonti''.
Ad aprire l'incontro sono stati i saluti istituzionali. L’assessore alla cultura di Bulciago Raffaella Puricelli, ha sottolineato la capacità di Galiano di parlare a pubblici diversi: ''È un autore che sa parlare ai giovani ma anche a tutte le età e lo dimostra il pubblico variegato presente in sala''. Puricelli ha inoltre ringraziato il Consorzio Villa Greppi per il lavoro svolto sul territorio: ''È un insieme di Comuni che crede nella cultura come qualcosa di accessibile a tutti. In un mondo complicato, momenti aggregativi, culturali e sociali rappresentano una forma di bellezza necessaria''.
Parole condivise dalla presidente del Consorzio, Lucia Urbano, che ha ricordato il valore della manifestazione: ''È l'ultimo appuntamento di IterFestival, una rassegna in cui il Consorzio crede moltissimo perché non si può parlare di cultura senza parlare di libri. L'importante non è quante persone partecipino, ma quello che si portano a casa. Speriamo che dopo questa serata qualcuno abbia voglia di leggere e che i libri possano aprire nuovi orizzonti''.
A dialogare con l'autore è stata la direttrice artistica Martina Garancini, che ha evidenziato il doppio sguardo di Galiano, scrittore e insegnante: ''Potremo parlare non solo del romanzo ma anche dei giovani con cui lavora ogni giorno. È un libro che nasce dalle domande che siamo chiamati a porci dentro di noi e che farà riaffiorare molti ricordi''.
Il percorso che ha dato vita al libro è iniziato addirittura dal titolo, una delle parti più difficili e cambiato più volte. L'idea iniziale era ''Lascia che la vita accada'', poi diventata ''La vita quando accade'', ma entrambi i titoli erano già stati utilizzati. Alla fine è arrivato ''Il cuore non va a dormire'', una scelta che l’autore considera ideale per raccontare una storia che invita a guardare oltre il dolore del presente.
Galiano ha utilizzato una metafora per descrivere il proprio metodo di scrittura: nella vita c’è chi è architetto e pianifica tutto e chi, come lui, si sente giardiniere, semina e lascia crescere. Il seme di questo libro è stato un episodio vissuto nei suoi primi anni di insegnamento, quando una studentessa di istituto professionale per estetiste, attraverso un disegno che il professore aveva chiesto loro di fare per presentarsi, gli rivelò il dolore per la recente perdita del padre. ''Credo che quel giorno si sia sentita vista'' ha raccontato. ''Le storie che scrivo nascono sempre da qualcosa che è accaduto davvero''.
Nel romanzo si intrecciano le vicende di Sasha, sedicenne che vive passioni e fragilità lontano dagli sguardi degli altri e Alessandra, donna adulta all’apparenza realizzata ma improvvisamente costretta a mettere in discussione la propria esistenza. Due percorsi diversi che finiscono per raccontare qualcosa di universale: i ''clic'' che abbiamo nella nostra vita, le svolte, i cambi di orizzonte. Proprio su questo tema Galiano ha condiviso alcuni ricordi personali. Tra questi, quello della maestra Paola, la prima persona che gli fece capire di possedere una qualità speciale. ''Disse a mia madre che avevo molta fantasia. Credo di aver cominciato a scrivere per corrispondere a questa definizione: il senso di bellezza che provi quando ti senti visto è impagabile. Solo dopo ho scoperto che voleva dire che raccontavo un sacco di bugie, ma con tale convinzione da renderle credibili. Però mi ha insegnato una cosa fondamentale: il bravo insegnante vede il difetto, te lo mostra e ti aiuta a trasformarlo in una risorsa. È come se riconoscesse la musica dentro il rumore e poi la facesse sentire anche a te''.
Un concetto che per l’autore è centrale anche nell’educazione contemporanea. ''Non dobbiamo fermarci al presente e appiccicare etichette ai ragazzi. Quelle che oggi sembrano fragilità o difetti possono diventare risorse straordinarie se vengono riconosciute e accompagnate''.
Tra i momenti più intensi della serata, il racconto del suo personale ''clic'', avvenuto quando lavorava come cameriere. Dopo essere stato umiliato da un cliente per un errore, si trovò nel bagno tra le lacrime, chiedendosi cosa desiderasse davvero dalla vita. La risposta lo riportò al sogno dell'infanzia: insegnare. Un sogno che aveva abbandonato dopo che un professore universitario gli aveva detto che non sarebbe mai diventato docente. ''È bastato lui a farmi mettere via i sogni con una frase ed è possibile perché ha colpito la storia giusta, il bambino che ero stato tra le mille difficoltà economiche della mia famiglia. Quel bambino ha creduto di non voler esporsi troppo, di non volare troppo alto'' ha osservato. Da qui la riflessione sul mito di Icaro e sul rischio di vivere al di sotto delle proprie possibilità. ''Pensiamo che volare basso ci protegga, ma è una morte lenta. Quando stai al di sotto delle tue possibilità, credi di essere vivo ma stai morendo piano piano. Il senso del mito, per me, è di non voler subito arrivare in alto: ci vuole pazienza. Io lo auguro che il sogno non si avveri subito perché dopo te lo godi di più''. A testimonianza di questo percorso, Galiano ha ricordato che il suo primo romanzo fu scritto a 22 anni ma pubblicato soltanto a 40, dopo anni di rifiuti e tentativi.

Il dialogo si è poi spostato sul tema delle fragilità, rappresentate nel libro attraverso il personaggio del pittore Moresco, artista che trasforma le crepe in opere d'arte. Una metafora che l’autore sente profondamente propria. ''Essere forti significa non vergognarsi più delle proprie fragilità. Grazie al contatto con i ragazzi e alla terapia ho imparato a fare pace con le mie crepe. Non è tanto cosa ti è successo, ma le parole che ti sono state dette. Sono cose piccole che però scavano''. E ancora: ''Fino a qualche anno fa le vedevo come un freno a mano che impediva gli slanci. La crepa ha aperto uno squarcio e guarda quanta bellezza è uscita: perché venga fuori la parte migliore di noi, abbiamo bisogno di alcuni dolori''.
Un messaggio che si è allargato anche al ruolo educativo dei genitori. ''Dobbiamo fare attenzione a voler eliminare ogni dolore dalla vita dei nostri figli. Viviamo in una società che tende a rimuovere la sofferenza, ma togliendo il dolore rischiamo di togliere anche altro''.
Come ha sottolineato Galiano, non siamo necessariamente la storia che ci raccontiamo oggi: possiamo sempre riscriverla. Questo messaggio ha rappresentato anche il miglior saluto per un’edizione di IterFestival dedicata agli orizzonti, quelli che i libri continuano ad aprire dentro ciascuno di noi.
M.Mau.


















