Chi non vota cosa sarebbe?

Ho letto con interesse l'articolo "Il non voto come alienazione della politica" e desidero ringraziare l'autore per aver finalmente risolto uno dei grandi misteri della storia contemporanea: chi non vota non è un cittadino che esprime dissenso, sfiducia o semplice disaccordo con l'offerta politica. No. È un alienato.
Per anni abbiamo creduto che l'astensione potesse avere motivazioni diverse: promesse tradite, programmi indistinguibili, candidature imbarazzanti, partiti che cambiano idea più spesso delle previsioni del tempo. Che ingenui.
La spiegazione era molto più semplice: una diagnosi psico-sociale. L'articolo ci informa infatti che il non votante vive una condizione depressogena, coltiva fantasie vittimistiche e, nel profondo, sembra animato da un oscuro desiderio di punire la società. Una sorta di Joker della scheda elettorale che, invece di mettere una croce sul simbolo, resta a casa a meditare la propria vendetta civica. Mi permetto però una domanda.
Se il cittadino che non vota è alienato, come dobbiamo definire il cittadino che vota turandosi il naso, senza fiducia nei candidati, convinto che tanto non cambierà nulla? Alienato attivo? Alienato partecipante? Alienato con tessera elettorale? L'astensione viene descritta come una fuga dalla politica.
Eppure potrebbe anche essere interpretata, più banalmente, come un giudizio sulla politica stessa. Un ristoratore che vede il locale vuoto non conclude automaticamente che i clienti soffrono di alienazione gastronomica. Forse si domanda se il menù abbia qualche problema. Particolarmente suggestiva è l'idea che i non votanti costituiscano una "tribù" che si considera importante e distinta. A questo punto proporrei di riconoscerla ufficialmente come minoranza linguistica. Magari con un proprio stemma: una scheda bianca su campo grigio.
L'autore cita Erich Fromm per sostenere che la politica moderna assomiglia a uno spettacolo mediatico. È un'osservazione interessante. Tuttavia, se le campagne elettorali sembrano sempre più un talent show, non stupisce che una parte del pubblico decida di cambiare canale. Non necessariamente perché alienata, ma perché ha già visto la puntata precedente. Infine, colpisce il ragionamento secondo cui il dato veramente importante non sarebbe chi ha vinto, ma quanti non hanno votato.
Se applicassimo lo stesso principio altrove, dovremmo assegnare gli Oscar ai film non visti, il Festival di Sanremo alle canzoni non ascoltate e il Pallone d'Oro ai calciatori rimasti in panchina. Forse il non voto è davvero un problema per la democrazia.
Molti osservatori lo sostengono. Ma trasformare ogni astensione in una patologia rischia di diventare un modo elegante per evitare una domanda più scomoda: perché così tanti cittadini ritengono che nessuno meriti il loro voto? Con i migliori saluti, Un elettore non ancora diagnosticato
Maurizio Bossi
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