Missaglia: i cinque anni di mio figlio Carmine in una scuola che ha scelto l'inclusione, diventando il suo posto speciale

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza che la mamma di Carmine, giunto al termine del quinquennio presso la scuola primaria Moneta di Missaglia, ha voluto condividere con i nostri lettori. Una bella storia di inclusione – intrisa di emozioni e di tanti grazie - che riportiamo integralmente, sicuri che possa fornire più di uno spunto per riflettere su un tema quanto mai attuale:

Quando una scuola sceglie davvero l'inclusione

In questi giorni è tornata a circolare un'idea che pensavamo appartenesse al passato: riportare i bambini con disabilità in classi o scuole speciali perché permetterebbe loro di ricevere un'educazione più adatta alle loro caratteristiche. Chi vive la disabilità ogni giorno, però, sa che il problema non è l'inclusione in sé, ma quanto spesso essa venga realizzata in modo incompleto, per mancanza di risorse, formazione e, talvolta, di una reale cultura inclusiva. Sarebbe facile, allora, concludere che separare sia la soluzione. Dopo cinque anni vissuti accanto a mio figlio, posso dire con convinzione che non lo è.
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Carmine ha appena concluso il suo percorso alla scuola primaria. È un bambino di dodici anni con una grave disabilità cognitiva e, quando è arrivato in prima elementare, sembrava davvero appartenere a un altro mondo. Guardandolo da fuori, probabilmente molti avrebbero pensato che il suo posto fosse in una scuola speciale. Anch'io, in alcuni momenti, ho avuto paura che quella fosse la scelta più giusta.

La differenza è stata trovare una scuola che non si è mai chiesta se Carmine fosse adatto a lei; si è chiesta, piuttosto, come potesse diventare lei il posto giusto per Carmine.
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Non è stato un percorso semplice. È stato un percorso fatto di fatica, continui aggiustamenti, confronti e scelte condivise. La scuola aveva già una solida esperienza nell'inclusione, ma ogni bambino è diverso e ogni inclusione autentica richiede di costruire risposte nuove. Con Carmine nulla è stato lasciato al caso: ogni scelta è stata osservata, verificata e ripensata quando necessario, senza mai perdere di vista il suo benessere e quello dell'intera classe.

Ci sono stati momenti in cui, da madre, ho davvero pensato di rinunciare. Sono stati proprio gli insegnanti e la dirigenza a impedirmelo. Mi hanno dimostrato, con i fatti prima ancora che con le parole, che Carmine era un loro alunno e che perderlo avrebbe rappresentato una sconfitta della scuola, non del bambino. Credevano nelle sue possibilità quando perfino noi genitori, a volte, faticavamo a scorgerle.
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Quella fiducia ha cambiato anche noi. Ci ha dato la forza di pretendere che tutti coloro che lavoravano con Carmine, dalla sanità ai servizi, condividessero lo stesso obiettivo: metterlo nelle condizioni di esprimere al meglio le proprie capacità. Le famiglie hanno bisogno di questo, di alleati che continuino a credere nei loro figli anche quando la fatica rischia di prendere il sopravvento.

All'inizio Carmine aveva bisogno di trascorrere diversi momenti fuori dall'aula, perché il contesto classe era troppo impegnativo per lui. La risposta non è stata relegarlo nella tristemente nota "aula H", ma creare uno spazio pensato sulle sue caratteristiche, un luogo di benessere nel quale potesse ritrovare equilibrio. Quello spazio, però, non apparteneva solo a lui: i compagni vi entravano continuamente per lavorare insieme, condividere attività e costruire relazioni. Con il passare del tempo quel rifugio è diventato sempre meno necessario, mentre la presenza di Carmine in classe e le occasioni di lavoro condiviso sono aumentate naturalmente.
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In questi cinque anni la scuola non ha semplicemente accolto Carmine. Ha accettato di cambiare un po' se stessa perché anche lui potesse abitarla pienamente. È questa, forse, la differenza più profonda tra integrazione e inclusione.

Un ruolo fondamentale lo hanno avuto l'insegnante di sostegno e la figura educativa. Non sono mai state "le persone di Carmine", ma parte integrante di una squadra che ha lavorato in costante sinergia con tutte le insegnanti e con la dirigenza. Nei momenti più complessi sono state il ponte tra Carmine e la scuola, inventando strategie, linguaggi e strumenti sempre nuovi per accompagnarlo nell'apprendimento e nelle relazioni.
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Perché i nostri figli a scuola non vanno soltanto per stare bene. Vanno a scuola per imparare, esattamente come tutti gli altri. Imparano con tempi e modalità diverse, ma hanno lo stesso diritto di conoscere, crescere ed esprimere le proprie capacità. Troppo spesso si pensa che i bambini con disabilità vadano a scuola soprattutto per socializzare. Carmine ci ha insegnato il contrario: è andato a scuola per imparare e, in questi cinque anni, ha imparato moltissimo.

L'inclusione non nasce spontaneamente. Anche i bambini devono essere accompagnati a conoscere la disabilità, a comprenderla e a costruire relazioni con chi comunica, impara e vive il mondo in modo diverso. È un percorso educativo che richiede tempo, intenzionalità e adulti capaci di guidarlo. Senza questo lavoro, l'inclusione rimane soltanto una parola.
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Carmine non è mai stato escluso da una gita, da un'uscita didattica, da un progetto o da un laboratorio. La sua presenza non ha mai sottratto opportunità agli altri bambini; al contrario, ha rappresentato un'occasione di crescita per tutti.

Oggi Carmine ha amici veri. Bambini che hanno imparato a conoscere il suo modo di comunicare, che lo cercano, lo coinvolgono e gli vogliono bene per quello che è. Questo percorso ha coinvolto anche le loro famiglie: in cinque anni non siamo mai stati lasciati ai margini della vita della classe, siamo stati invitati a ogni festa di compleanno e il compleanno di Carmine è diventato un appuntamento atteso da tutti.
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Non vorrei che questa storia fosse letta come il racconto di un'eccezione. Dovrebbe essere la normalità. Ogni bambino dovrebbe poter incontrare una scuola capace di interrogarsi su come accoglierlo davvero. Se così non è, il problema non è l'inclusione. È che troppo spesso non abbiamo ancora imparato a costruirla.

In questi cinque anni è cresciuto Carmine, che ha trovato un ambiente capace di valorizzare le proprie capacità; sono cresciuti i suoi compagni, che hanno imparato l'empatia, la cooperazione, il rispetto dei tempi dell'altro e hanno scoperto che il valore di una persona non coincide con le sue prestazioni; sono cresciute le insegnanti, chiamate ogni giorno a ripensare la didattica e a sperimentare modalità nuove; è cresciuta la scuola stessa, che ha saputo mettersi in discussione e modificare la propria organizzazione ogni volta che è stato necessario.

Gli episodi che potrebbero raccontare tutto questo sono tantissimi. Ne scelgo uno soltanto, perché racchiude il senso di questi cinque anni.

Per salutarsi, la classe ha organizzato una festa con bambini, insegnanti e famiglie. Quella sera abbiamo vissuto qualcosa di straordinariamente semplice: per la prima volta ci siamo sentiti genitori come tutti gli altri. Carmine era con i suoi compagni e noi non avevamo bisogno di seguirlo passo dopo passo. Continuavamo a cercarlo con lo sguardo, quasi per abitudine, ma lui era sempre con loro.
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Lo abbiamo visto mangiare, giocare, ridere. Un compagno gli ha tagliato la pizza con la naturalezza con cui si aiuta un amico; una bambina, non riuscendo a convincerlo a scendere dall'altalena, ha chiamato altri compagni perché insieme ci sarebbero riusciti; un genitore lo ha accompagnato in bagno senza che nessuno glielo chiedesse. Per noi, che per anni avevamo dovuto controllare ogni suo passo, è stato come respirare dopo tanto tempo. Per una sera siamo stati soltanto mamma e papà che osservavano il proprio figlio divertirsi con gli amici.

Oggi questo percorso continua anche nel passaggio alla scuola secondaria di primo grado, preparato con la stessa attenzione e la stessa cura. Sapere che la scuola desiderava che Carmine proseguisse il suo cammino all'interno dell'Istituto Comprensivo è stata la conferma più bella di ciò che avevamo vissuto in questi cinque anni: non era un bambino da accompagnare fino alla fine del percorso, ma una persona riconosciuta come parte di quella comunità.

Quando sento dire che bisognerebbe tornare alle scuole speciali, non penso alle teorie. Penso a quella festa di fine anno e mi domando chi avrebbe perso davvero se Carmine fosse stato in una scuola speciale. Lui, certamente. Ma forse ancora di più i suoi compagni, ai quali sarebbe stata sottratta un'esperienza educativa che nessun libro, nessuna lezione e nessun adulto avrebbe mai potuto offrire.
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Questa storia ha un luogo e ha tanti volti. È la scuola primaria Moneta di Missaglia, dell'Istituto Comprensivo Rita Levi Montalcini. Desidero ringraziare la dirigente Mariacristina Cilli, tutte le insegnanti curricolari, le insegnanti di sostegno, la figura educativa, i collaboratori scolastici, il personale amministrativo e tutto il personale della scuola. Ognuno, con il proprio ruolo, ha contribuito a costruire una comunità nella quale Carmine non è stato semplicemente accolto, ma riconosciuto come un bambino, un alunno e un compagno.

Credo che questa sia la risposta più bella che si possa dare a chi pensa che la strada sia tornare a separare i bambini.
Viviana Bucciarelli, mamma di Carmine
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