Cassago: messa solenne nella ricorrenza del patrono San Giacomo
Una comunità che non si sceglie per simpatia o affinità, ma che si ritrova unita attorno a una chiamata comune. È questo il senso profondo della Santa Messa che si è tenuta ieri mattina alle 11 presso la chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Brigida di Cassago, in occasione della ricorrenza di San Giacomo, patrono e protettore del paese.

La celebrazione solenne è stata vissuta con intensa partecipazione da parte dei fedeli e delle autorità civili del territorio, tra le quali ha spiccato la presenza del sindaco Roberta Marabese e di alcuni membri dell’amministrazione. A presiedere la funzione è stato don Lorenzo Molteni, affiancato da don Giuseppe Cotugno e da padre Arvin Tauro, i quali hanno accompagnato l'intera assemblea in un momento di profonda riflessione comunitaria.


Ad aprire la celebrazione liturgica è stato uno dei gesti più suggestivi della tradizione: il rito del faro, con l'incendio del ''globo''. La grande palla di ovatta, sospesa sopra il presbiterio, è stata data alle fiamme all'inizio della Messa, consumandosi rapidamente per simboleggiare visivamente la testimonianza del martirio e il totale spendersi per fare luce, proprio come è stato fatto da San Giacomo nel corso della sua vita.


Proprio sul concetto di unione e di fede condivisa si è aperta la riflessione di don Lorenzo, che durante l'omelia ha voluto risalire all'origine stessa del termine 'ecclesia'. Richiamando l'etimologia greca e il verbo kaleo, ovvero ''chiamare'', il neo sacerdote cassaghese (ordinato lo scorso giugno dall'Arcivescovo Delpini ndr) ha evidenziato come la radice della parrocchia e del paese non risieda nelle semplici preferenze dei singoli: ''La nostra comunità non ha in noi il proprio fondamento, non siamo noi che ci siamo scelti. Il fondamento della comunità e dell'essere qui oggi, adesso, è Colui che ci ha chiamati: siamo comunità perché chiamati da Lui a esserlo''.


Per rendere vivo e concreto questo messaggio, l'attenzione si è poi spostata sulla figura di San Giacomo. Apostolo prediletto insieme al fratello Giovanni e a Pietro, Giacomo fu testimone dei momenti più intimi della vita di Cristo, come la Trasfigurazione e l'agonia nell'Orto degli Ulivi.


La tradizione successiva lo ha poi legato all'evangelizzazione della penisola iberica e al celebre cammino di Santiago di Compostela, che ancora oggi richiama milioni di pellegrini da ogni angolo del mondo. Eppure, interrogandosi su cosa possa dire alla contemporaneità un uomo vissuto duemila anni fa, don Lorenzo ha ripercorso la vita dell'apostolo attraverso tre passaggi chiave che mettono a dura prova la logica ordinaria.


Il primo è la vocazione sul mare di Galilea, quando Giacomo, semplice pescatore intento a sistemare le reti sulla barca con il padre, viene chiamato da Gesù di passaggio sulla riva e lo segue subito, senza chiedere spiegazioni.


Il secondo riguarda il ribaltamento delle logiche di potere, quando, di fronte alla richiesta di Giacomo e Giovanni di riservare loro un posto d'onore nella sua gloria, Gesù risponde ricordando che chi vuole diventare grande deve farsi servitore di tutti e il primo deve farsi schiavo. Infine, il terzo momento coincide con il martirio di Giacomo, ucciso di spada a Gerusalemme per ordine di Erode Agrippa attorno al 44 d.C.


Nel commentare questi momenti, il sacerdote ha messo in luce il paradosso di scelte che, lette con un approccio logico, appaiono incomprensibili: ''Ci rendiamo conto che sono tre passaggi razionalmente stupidi – ha sottolineato don Lorenzo – Perché uno che ha sempre vissuto di pesca deve lasciare tutto per uno che passa sulla riva a caso? Perché deve essere servitore per essere grande? Come si può accettare di morire e di essere uccisi? O dichiariamo Giacomo pazzo oppure vediamo in lui una testimonianza. Lui ha visto un fascino e una bellezza mai sperimentati prima, un fascino che lo porta a stare con Gesù e che, dopo la Risurrezione, lo ha portato al dono della vita e alla suprema testimonianza. Un martirio vissuto perché lui era sicuro della promessa della vita eterna, una promessa umanamente irrazionale, ma di cui era certo grazie a questo fascino''.


In un'epoca segnata dall'incertezza e dal rischio dell'isolamento, l'insegnamento del patrono cassaghese diventa dunque un faro di speranza per tutti i cittadini. L'invito finale rivolto ai fedeli guarda infatti al futuro con rinnovata fiducia: ''In un'epoca in cui ci ripieghiamo su noi stessi, San Giacomo ci invita ad alzare lo sguardo e a desiderare di più. Con Gesù troveremo il condimento della nostra esistenza, affinché il Signore ci consenta di vivere con lo sguardo sempre rivolto alla vita eterna''.

Alcune immagini della messa solenne presieduta da don Lorenzo Molteni con don Giuseppe Cotugno e padre Arvin Tauro
La celebrazione solenne è stata vissuta con intensa partecipazione da parte dei fedeli e delle autorità civili del territorio, tra le quali ha spiccato la presenza del sindaco Roberta Marabese e di alcuni membri dell’amministrazione. A presiedere la funzione è stato don Lorenzo Molteni, affiancato da don Giuseppe Cotugno e da padre Arvin Tauro, i quali hanno accompagnato l'intera assemblea in un momento di profonda riflessione comunitaria.


Il rito del faro
Ad aprire la celebrazione liturgica è stato uno dei gesti più suggestivi della tradizione: il rito del faro, con l'incendio del ''globo''. La grande palla di ovatta, sospesa sopra il presbiterio, è stata data alle fiamme all'inizio della Messa, consumandosi rapidamente per simboleggiare visivamente la testimonianza del martirio e il totale spendersi per fare luce, proprio come è stato fatto da San Giacomo nel corso della sua vita.


Proprio sul concetto di unione e di fede condivisa si è aperta la riflessione di don Lorenzo, che durante l'omelia ha voluto risalire all'origine stessa del termine 'ecclesia'. Richiamando l'etimologia greca e il verbo kaleo, ovvero ''chiamare'', il neo sacerdote cassaghese (ordinato lo scorso giugno dall'Arcivescovo Delpini ndr) ha evidenziato come la radice della parrocchia e del paese non risieda nelle semplici preferenze dei singoli: ''La nostra comunità non ha in noi il proprio fondamento, non siamo noi che ci siamo scelti. Il fondamento della comunità e dell'essere qui oggi, adesso, è Colui che ci ha chiamati: siamo comunità perché chiamati da Lui a esserlo''.


Il parroco don Giuseppe Cotugno
Per rendere vivo e concreto questo messaggio, l'attenzione si è poi spostata sulla figura di San Giacomo. Apostolo prediletto insieme al fratello Giovanni e a Pietro, Giacomo fu testimone dei momenti più intimi della vita di Cristo, come la Trasfigurazione e l'agonia nell'Orto degli Ulivi.


La tradizione successiva lo ha poi legato all'evangelizzazione della penisola iberica e al celebre cammino di Santiago di Compostela, che ancora oggi richiama milioni di pellegrini da ogni angolo del mondo. Eppure, interrogandosi su cosa possa dire alla contemporaneità un uomo vissuto duemila anni fa, don Lorenzo ha ripercorso la vita dell'apostolo attraverso tre passaggi chiave che mettono a dura prova la logica ordinaria.


Il sindaco Roberta Marabese con gli assessori Marina Fumagalli e Claudio Redaelli
Il primo è la vocazione sul mare di Galilea, quando Giacomo, semplice pescatore intento a sistemare le reti sulla barca con il padre, viene chiamato da Gesù di passaggio sulla riva e lo segue subito, senza chiedere spiegazioni.


Il secondo riguarda il ribaltamento delle logiche di potere, quando, di fronte alla richiesta di Giacomo e Giovanni di riservare loro un posto d'onore nella sua gloria, Gesù risponde ricordando che chi vuole diventare grande deve farsi servitore di tutti e il primo deve farsi schiavo. Infine, il terzo momento coincide con il martirio di Giacomo, ucciso di spada a Gerusalemme per ordine di Erode Agrippa attorno al 44 d.C.


Nel commentare questi momenti, il sacerdote ha messo in luce il paradosso di scelte che, lette con un approccio logico, appaiono incomprensibili: ''Ci rendiamo conto che sono tre passaggi razionalmente stupidi – ha sottolineato don Lorenzo – Perché uno che ha sempre vissuto di pesca deve lasciare tutto per uno che passa sulla riva a caso? Perché deve essere servitore per essere grande? Come si può accettare di morire e di essere uccisi? O dichiariamo Giacomo pazzo oppure vediamo in lui una testimonianza. Lui ha visto un fascino e una bellezza mai sperimentati prima, un fascino che lo porta a stare con Gesù e che, dopo la Risurrezione, lo ha portato al dono della vita e alla suprema testimonianza. Un martirio vissuto perché lui era sicuro della promessa della vita eterna, una promessa umanamente irrazionale, ma di cui era certo grazie a questo fascino''.


Il bacio alla reliquia
In un'epoca segnata dall'incertezza e dal rischio dell'isolamento, l'insegnamento del patrono cassaghese diventa dunque un faro di speranza per tutti i cittadini. L'invito finale rivolto ai fedeli guarda infatti al futuro con rinnovata fiducia: ''In un'epoca in cui ci ripieghiamo su noi stessi, San Giacomo ci invita ad alzare lo sguardo e a desiderare di più. Con Gesù troveremo il condimento della nostra esistenza, affinché il Signore ci consenta di vivere con lo sguardo sempre rivolto alla vita eterna''.
C.Fu.


















