Ddl sulla tossicodipendenza: una riforma necessaria, solo in presenza di cure adeguate
Riceviamo e pubblichiamo l'intervento di Rosaura e Gianpiero, cassaghesi che, dalla morte del figlio Teo (Matteo Carozzi ndr), sono impegnati a tutto campo in iniziative di prevenzione legate alla sfera della tossicodipendenza. A pochi giorni dal via libera della Camera al Ddl (disegno di legge) sulla detenzione domiciliare per tossicodipendenti, ecco qualche riflessione, alla luce dell'esperienza vissuta:
Gentile Redazione,
desideriamo condividere una riflessione sul disegno di legge n. 2961, approvato il 29 luglio 2026, che introduce la possibilità della detenzione domiciliare per le persone tossicodipendenti e alcoldipendenti. Scriviamo come cittadini e come genitori che hanno conosciuto il volto più drammatico della dipendenza. Abbiamo perso un figlio: la sua morte non è stata causata direttamente dalle sostanze stupefacenti, ma la dipendenza ha contribuito in modo significativo al percorso che ha portato a quella tragedia. Quel dolore, che nulla potrà mai cancellare, è diventato la ragione di un impegno civile che portiamo avanti ogni giorno affinché altre famiglie non siano costrette a vivere esperienze così devastanti. Da quella ferita è nato il Comitato Insieme a TEO per la VITA - ETS, attraverso il quale incontriamo giovani, studenti, insegnanti e famiglie, portando la testimonianza della nostra esperienza ovunque ci venga offerta l'opportunità di farlo. Lo facciamo con una convinzione profonda: la prevenzione, l'informazione e la consapevolezza possono fare la differenza e, in molti casi, salvare una vita. È proprio questa esperienza che ci impedisce di restare in silenzio di fronte a un provvedimento che riguarda un tema tanto delicato. Le dipendenze rappresentano una grave questione sociale, che coinvolge persone, famiglie e comunità e richiede risposte legislative capaci di coniugare tutela della collettività, recupero della persona e sostegno ai percorsi di cura. Condividiamo quindi l'impianto del disegno di legge nella parte in cui riconosce tossicodipendenza e alcoldipendenza come patologie da affrontare attraverso interventi terapeutici e riabilitativi, intervenendo sulle cause che spesso sono all'origine della commissione di reati. Il Ministro Carlo Nordio ha dichiarato che la misura potrebbe consentire a oltre 10.000 persone detenute di lasciare il carcere. Alla luce dei dati contenuti nella Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, presentata il 24 giugno 2026 e riferita all'anno 2025 (riportati in calce), qualora il provvedimento interessasse oltre 10.000 detenuti, risulterebbe indispensabile garantire a ciascuno un percorso terapeutico strutturato, personalizzato e continuativo.

La detenzione domiciliare, infatti, può rappresentare uno strumento realmente efficace solo se accompagnata da un'adeguata presa in carico sanitaria e sociosanitaria, comprensiva di cure, supporto psicologico, monitoraggio costante e interventi multidisciplinari, al fine di favorire un effettivo percorso di recupero e ridurre il rischio di recidiva. Il vero nodo, dunque, non è scegliere tra cura e detenzione, ma verificare se i SerT delle ATS/ASST, le comunità terapeutiche e il Terzo Settore dispongano delle risorse necessarie per sostenere un intervento di tale portata. Curare chi soffre di una dipendenza significa tutelare la persona, ma anche proteggere le famiglie, che troppo spesso vengono lasciate sole ad affrontare il peso di queste situazioni, e garantire una maggiore sicurezza per l'intera collettività. Condividiamo questa scelta legislativa, che richiama un senso di responsabilità, realismo e l'esigenza di offrire risposte concrete, a condizione che anche questo intervento non venga ricondotto alle ormai consuete logiche di alleggerimento del sovraffollamento carcerario. Nel campo delle dipendenze non esistono scorciatoie: esistono percorsi seri, fondati su un'adeguata disponibilità di risorse e su una presa in carico qualificata, in grado di offrire alle persone una reale opportunità di recupero e di reinserimento.
Gentile Redazione,
desideriamo condividere una riflessione sul disegno di legge n. 2961, approvato il 29 luglio 2026, che introduce la possibilità della detenzione domiciliare per le persone tossicodipendenti e alcoldipendenti. Scriviamo come cittadini e come genitori che hanno conosciuto il volto più drammatico della dipendenza. Abbiamo perso un figlio: la sua morte non è stata causata direttamente dalle sostanze stupefacenti, ma la dipendenza ha contribuito in modo significativo al percorso che ha portato a quella tragedia. Quel dolore, che nulla potrà mai cancellare, è diventato la ragione di un impegno civile che portiamo avanti ogni giorno affinché altre famiglie non siano costrette a vivere esperienze così devastanti. Da quella ferita è nato il Comitato Insieme a TEO per la VITA - ETS, attraverso il quale incontriamo giovani, studenti, insegnanti e famiglie, portando la testimonianza della nostra esperienza ovunque ci venga offerta l'opportunità di farlo. Lo facciamo con una convinzione profonda: la prevenzione, l'informazione e la consapevolezza possono fare la differenza e, in molti casi, salvare una vita. È proprio questa esperienza che ci impedisce di restare in silenzio di fronte a un provvedimento che riguarda un tema tanto delicato. Le dipendenze rappresentano una grave questione sociale, che coinvolge persone, famiglie e comunità e richiede risposte legislative capaci di coniugare tutela della collettività, recupero della persona e sostegno ai percorsi di cura. Condividiamo quindi l'impianto del disegno di legge nella parte in cui riconosce tossicodipendenza e alcoldipendenza come patologie da affrontare attraverso interventi terapeutici e riabilitativi, intervenendo sulle cause che spesso sono all'origine della commissione di reati. Il Ministro Carlo Nordio ha dichiarato che la misura potrebbe consentire a oltre 10.000 persone detenute di lasciare il carcere. Alla luce dei dati contenuti nella Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, presentata il 24 giugno 2026 e riferita all'anno 2025 (riportati in calce), qualora il provvedimento interessasse oltre 10.000 detenuti, risulterebbe indispensabile garantire a ciascuno un percorso terapeutico strutturato, personalizzato e continuativo.

La detenzione domiciliare, infatti, può rappresentare uno strumento realmente efficace solo se accompagnata da un'adeguata presa in carico sanitaria e sociosanitaria, comprensiva di cure, supporto psicologico, monitoraggio costante e interventi multidisciplinari, al fine di favorire un effettivo percorso di recupero e ridurre il rischio di recidiva. Il vero nodo, dunque, non è scegliere tra cura e detenzione, ma verificare se i SerT delle ATS/ASST, le comunità terapeutiche e il Terzo Settore dispongano delle risorse necessarie per sostenere un intervento di tale portata. Curare chi soffre di una dipendenza significa tutelare la persona, ma anche proteggere le famiglie, che troppo spesso vengono lasciate sole ad affrontare il peso di queste situazioni, e garantire una maggiore sicurezza per l'intera collettività. Condividiamo questa scelta legislativa, che richiama un senso di responsabilità, realismo e l'esigenza di offrire risposte concrete, a condizione che anche questo intervento non venga ricondotto alle ormai consuete logiche di alleggerimento del sovraffollamento carcerario. Nel campo delle dipendenze non esistono scorciatoie: esistono percorsi seri, fondati su un'adeguata disponibilità di risorse e su una presa in carico qualificata, in grado di offrire alle persone una reale opportunità di recupero e di reinserimento.
Rosaura e Gianpiero
La Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, presentata il 24 giugno 2026 e riferita ai dati del 2025, evidenzia che i Servizi pubblici per le Dipendenze (SerD) hanno preso in carico 131.328 persone con problematiche droga-correlate. Questo dato, tuttavia, restituisce solo una parte del fenomeno, poiché una quota significativa di consumatori non accede ai servizi pubblici e, di conseguenza, non compare nelle statistiche ufficiali. È quindi ragionevole ritenere che molte altre persone con problemi di dipendenza non siano mai entrate in contatto con i SerD, rendendo la dimensione reale del fenomeno ancora più ampia di quanto emerga dai dati disponibili. La Relazione evidenzia inoltre che, a livello nazionale, sono attive 913 strutture terapeutiche, per una disponibilità complessiva di 13.929 posti. Oltre la metà delle strutture (466, pari al 51%) è costituita da comunità residenziali a carattere pedagogico o terapeutico-riabilitativo. A queste si affiancano 298 strutture residenziali specialistiche (33%), 135 servizi diurni o semiresidenziali (15%) e una quota residuale di strutture ospedaliere dedicate alla disintossicazione (14 unità, meno del 2% del totale). Un ruolo predominante è svolto dal Terzo Settore, che gestisce 853 delle 913 strutture, coprendo il 93% dell'offerta residenziale e semiresidenziale. La relazione ci dice che nonostante l'ampiezza della rete, la dotazione di posti disponibili rimane contenuta: mediamente sono disponibili 28 posti residenziali e 3,9 posti semiresidenziali ogni 100.000 abitanti di età compresa tra i 15 e i 74 anni. Si tratta di una capacità che appare limitata e che solleva interrogativi sulla reale possibilità del sistema di assorbire un eventuale incremento della domanda, qualora migliaia di persone provenienti dagli istituti penitenziari dovessero essere indirizzate verso percorsi terapeutici territoriali. Nel 2025, 32.823 persone in carcere hanno ricevuto almeno una prestazione da parte dei Servizi per le Dipendenze, erogata dalle Aziende sanitarie territoriali attraverso 39 SerD intramurari e 152 équipe specializzate operanti nei 189 istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale.


















