Rogeno: l'urna di Sant'Ippolito attraversa in processione le strade del paese
Una processione che attraversa le vie del paese, l’urna del patrono portata in mezzo alla comunità e la musica della banda ad accompagnare il cammino. Erano davvero tanti i fedeli che domenica sera hanno accompagnato Sant’Ippolito per le strade di Rogeno nel 240° anniversario della presenza del Corpo del santo nella comunità. La celebrazione delle ore 20, presieduta da don Carlo Leo, parroco di Lurago d’Erba e Lambrugo – alla presenza del parroco don Emilio Colombo - ha lasciato per un momento la chiesa per trasformarsi in un cammino condiviso attraverso le strade del paese.

La messa è infatti proseguita all’esterno dopo la prima parte della celebrazione, con la processione dell’urna di Sant’Ippolito accompagnata dal
Corpo Musicale di Annone Brianza, alla presenza anche del sindaco Matteo Redaelli. Ad aprire il corteo la croce portata dalle donne, seguita dai fedeli e dalla banda; quindi la croce portata dagli uomini, i chierichetti, i sacerdoti e, al centro, le spoglie del patrono. Dietro l’urna, una lunga fila di fedeli, in un percorso che ha attraversato Via Roma, Piazza Vittorio Emanuele, Via Negri Rogeno, Via Cesare Battisti e Via Gadda, per poi tornare in Piazza Vittorio Emanuele e rientrare verso la chiesa attraverso Via Camillo Benso Conte di Cavour.

Un gesto semplice, quello della processione, ma che nelle parole pronunciate da don Carlo al rientro in chiesa ha assunto un significato più profondo. Il cammino fisico dell’urna attraverso il paese è diventato anche un invito rivolto a chi partecipava alla celebrazione: non limitarsi a guardare, ma lasciarsi coinvolgere e cambiare direzione.

''Convertire il nostro cuore, cioè cambiare direzione, cambiare la rotta'' ha spiegato il sacerdote durante l’omelia, richiamando la figura di Sant’Ippolito e il significato della testimonianza dei martiri. Una testimonianza che, secondo don Carlo, non può essere ridotta alla sola violenza subita: il martire è colui che trasforma la propria vita in una testimonianza, scegliendo di donarla e di non trattenerla. È proprio il tema della vita donata a occupare una parte centrale della riflessione. In un tempo nel quale le notizie di morte arrivano quotidianamente e rischiano di trasformarsi in numeri che si susseguono, il sacerdote ha distinto la vittima dalla figura del martire, nella quale la morte diventa testimonianza di una vita vissuta per qualcosa e per qualcuno.

Il richiamo, però, non riguarda soltanto i grandi gesti. Don Carlo lo ha portato nella quotidianità, parlando della necessità di essere capaci di spendere la propria vita per gli altri: genitori per i figli, educatori per i giovani, persone disposte a sacrificarsi e a mettere in secondo piano il proprio benessere per costruire qualcosa che possa rimanere. Una riflessione che si è inserita nel significato particolare della celebrazione di quest’anno, legata ai 240 anni dalla presenza delle spoglie di Sant’Ippolito nella comunità di Rogeno. La processione ha così riportato il patrono fuori dalla chiesa e dentro il paese, restituendo alla comunità un momento collettivo di preghiera e devozione.

Ma per don Carlo quella sera aveva anche un significato personale. Il sacerdote, che attualmente guida le comunità di Lurago d’Erba e Lambrugo, ha infatti ricordato durante l’omelia il prossimo passaggio del suo ministero: da ottobre sarà destinato alla comunità pastorale di Missaglia. Un cambiamento che lo porterà a lasciare le comunità che lo hanno accompagnato finora per iniziare un nuovo percorso. E proprio il tema del cammino, dello spostarsi e dell’entrare in una nuova comunità è risuonato nella sua riflessione. La celebrazione di Sant’Ippolito, ha raccontato, è stata anche un’occasione per preparare personalmente il cuore al nuovo incarico che lo attende.

Il pensiero del sacerdote è poi tornato alla comunità di Rogeno, sottolineando il valore di una fede che continua a essere custodita anche nel cuore dell’estate, quando il ritmo del paese può rallentare e molte persone si allontanano. Una fede che, nel tempo, può lasciare tracce profonde nella vita delle persone e nella storia di una comunità.
Al termine dell’omelia la celebrazione è quindi proseguita in chiesa, fino alla conclusione della messa, alla benedizione eucaristica e al bacio della reliquia. Un ritorno all’interno dello spazio sacro dopo il cammino compiuto per le vie di Rogeno, con Sant’Ippolito nuovamente al centro della comunità che da 240 anni ne custodisce la memoria. Un anniversario che, attraverso la processione, ha trasformato ancora una volta una ricorrenza religiosa in un momento condiviso: un paese che si raccoglie e cammina insieme.

A sinistra don Emilio Colombo e accanto don Carlo Leo
La messa è infatti proseguita all’esterno dopo la prima parte della celebrazione, con la processione dell’urna di Sant’Ippolito accompagnata dal
Corpo Musicale di Annone Brianza, alla presenza anche del sindaco Matteo Redaelli. Ad aprire il corteo la croce portata dalle donne, seguita dai fedeli e dalla banda; quindi la croce portata dagli uomini, i chierichetti, i sacerdoti e, al centro, le spoglie del patrono. Dietro l’urna, una lunga fila di fedeli, in un percorso che ha attraversato Via Roma, Piazza Vittorio Emanuele, Via Negri Rogeno, Via Cesare Battisti e Via Gadda, per poi tornare in Piazza Vittorio Emanuele e rientrare verso la chiesa attraverso Via Camillo Benso Conte di Cavour.

Un gesto semplice, quello della processione, ma che nelle parole pronunciate da don Carlo al rientro in chiesa ha assunto un significato più profondo. Il cammino fisico dell’urna attraverso il paese è diventato anche un invito rivolto a chi partecipava alla celebrazione: non limitarsi a guardare, ma lasciarsi coinvolgere e cambiare direzione.

''Convertire il nostro cuore, cioè cambiare direzione, cambiare la rotta'' ha spiegato il sacerdote durante l’omelia, richiamando la figura di Sant’Ippolito e il significato della testimonianza dei martiri. Una testimonianza che, secondo don Carlo, non può essere ridotta alla sola violenza subita: il martire è colui che trasforma la propria vita in una testimonianza, scegliendo di donarla e di non trattenerla. È proprio il tema della vita donata a occupare una parte centrale della riflessione. In un tempo nel quale le notizie di morte arrivano quotidianamente e rischiano di trasformarsi in numeri che si susseguono, il sacerdote ha distinto la vittima dalla figura del martire, nella quale la morte diventa testimonianza di una vita vissuta per qualcosa e per qualcuno.

Il richiamo, però, non riguarda soltanto i grandi gesti. Don Carlo lo ha portato nella quotidianità, parlando della necessità di essere capaci di spendere la propria vita per gli altri: genitori per i figli, educatori per i giovani, persone disposte a sacrificarsi e a mettere in secondo piano il proprio benessere per costruire qualcosa che possa rimanere. Una riflessione che si è inserita nel significato particolare della celebrazione di quest’anno, legata ai 240 anni dalla presenza delle spoglie di Sant’Ippolito nella comunità di Rogeno. La processione ha così riportato il patrono fuori dalla chiesa e dentro il paese, restituendo alla comunità un momento collettivo di preghiera e devozione.

Ma per don Carlo quella sera aveva anche un significato personale. Il sacerdote, che attualmente guida le comunità di Lurago d’Erba e Lambrugo, ha infatti ricordato durante l’omelia il prossimo passaggio del suo ministero: da ottobre sarà destinato alla comunità pastorale di Missaglia. Un cambiamento che lo porterà a lasciare le comunità che lo hanno accompagnato finora per iniziare un nuovo percorso. E proprio il tema del cammino, dello spostarsi e dell’entrare in una nuova comunità è risuonato nella sua riflessione. La celebrazione di Sant’Ippolito, ha raccontato, è stata anche un’occasione per preparare personalmente il cuore al nuovo incarico che lo attende.

Il pensiero del sacerdote è poi tornato alla comunità di Rogeno, sottolineando il valore di una fede che continua a essere custodita anche nel cuore dell’estate, quando il ritmo del paese può rallentare e molte persone si allontanano. Una fede che, nel tempo, può lasciare tracce profonde nella vita delle persone e nella storia di una comunità.
G.D.


















