Oggiono: Yoshie è il 9° libro edito da Roberto Manzocchi
Ci sono persone che si incontrano soltanto per un periodo breve e che, nonostante questo, finiscono per lasciare una traccia destinata a durare molto più a lungo. Per Roberto Manzocchi quella traccia ha il volto di Yoshie, una donna giapponese conosciuta durante un’esperienza lavorativa come tirocinante all’interno di una struttura lecchese. Da quell’incontro, avvenuto molti anni fa, è nato un romanzo: “Yoshie – Oltre le montagne”, il nono libro dell’autore oggionese.
La Yoshie del romanzo non è però la donna realmente conosciuta da Manzocchi. O meglio, ne conserva alcuni tratti, alcuni gesti, una sensibilità, quella particolare predisposizione ad aiutare e a tenere tutto in ordine che l’autore aveva osservato in lei. La sua vita precedente, dall’infanzia a Nagano fino al lungo viaggio verso l’Europa, è invece frutto della fantasia. È proprio su questo confine tra realtà e immaginazione che Manzocchi ha costruito la sua storia.
«Di questa persona io nella realtà ne ho saputo veramente poco», racconta. E proprio quel poco, anziché essere un limite, è diventato il punto di partenza. Yoshie era una delle ospiti più giovani della struttura, aveva circa 65 anni, e alcuni suoi comportamenti avevano colpito particolarmente l’autore. Come il giorno in cui, a causa di un guasto all’impianto di sicurezza, si era ritrovata fuori dal reparto, tranquillamente intenta a pulire con la sua inseparabile scopa. «Ho detto: ma cosa ci fa fuori? Era tutto blindato». Un episodio inatteso, quasi surreale, che però ha acceso una domanda destinata a rimanere: chi era stata quella donna prima che la malattia entrasse nella sua vita?
È da quella domanda che nasce “Yoshie – Oltre le montagne”. Non una biografia e nemmeno un racconto sulla malattia in senso scientifico, ma il tentativo di immaginare tutto ciò che spesso, lavorando accanto a persone con demenza, rimane fuori dal campo visivo. «Dietro la malattia c’è sempre una persona intera, con tutti i suoi viaggi, i suoi ricordi, i suoi modi di fare», spiega Manzocchi. Una persona che esisteva prima della diagnosi e che continua a esistere anche quando la memoria comincia a cancellarne i frammenti.
Il romanzo attraversa così circa cinquant’anni della vita di Yoshie, da Nagano all’Europa, passando per Parigi, Milano e infine il territorio lecchese. A diciotto anni la protagonista lascia il Giappone con solo una valigia. Non fugge semplicemente da qualcosa: cerca la possibilità di costruirsi una vita diversa da quella che altri avevano già immaginato per lei. «Dice: se non riesco a dimostrare di saper fare altro qui, perché hanno già deciso per me, allora scelgo», racconta l’autore. La partenza diventa quindi una scelta di libertà, ma anche una forma di ribellione e di necessità. Oltre le montagne di Nagano, Yoshie immagina un mondo da scoprire e la possibilità di dimostrare a se stessa e agli altri di potercela fare. Le montagne, del resto, non sono soltanto un elemento geografico nel romanzo. Sono una presenza che accompagna Yoshie dall’inizio alla fine e che dà significato anche al titolo. Nagano e Lecco, due luoghi molto diversi eppure accomunati dal paesaggio montano, diventano i due estremi di un viaggio lungo una vita. «Oltre quelle montagne che vedo tutti i giorni da casa c’è un mondo, un mondo che non ho mai visto», immagina Manzocchi nella voce della sua protagonista.
Per raccontare quel mondo, l’autore ha dovuto anche studiare. Il Giappone degli anni Cinquanta, le trasformazioni attraversate dal Paese nel corso dei decenni, le tradizioni e alcuni aspetti della cultura giapponese entrano nel romanzo senza però trasformarlo in un testo divulgativo. Lo stesso vale per l’Alzheimer. Manzocchi ha scelto di sfiorare la malattia, raccontandone alcuni sintomi e soprattutto le conseguenze sulla vita quotidiana, senza trasformare la narrazione in una spiegazione medica.
«Mi è stato detto che le parole del racconto sono delicate e toccanti», racconta. «Ho cercato di passare un po’ sopra tutto, come in punta di piedi, senza entrarci dentro in modo invasivo». Una scelta coerente con l’intento dichiarato nelle note dell’autore: non spiegare l’Alzheimer, ma provare a mostrare ciò che spesso non si vede.
Anche per questo alcuni degli episodi più significativi del romanzo nascono proprio dalla realtà. Oltre alla fuga dal reparto, Manzocchi ha conservato nella memoria alcuni momenti in cui la malattia lasciava spazio a reazioni improvvise e imprevedibili. E soprattutto quel Natale in cui Yoshie, durante una festa nella struttura, aveva iniziato a ballare. «Con la musica si è messa a ballare con noi. Io, quando c’è da ballare, sto lontano», scherza l’autore. Ma quel momento, visto da tutti gli operatori, è rimasto impresso: per qualche istante, dietro la malattia, sembrava riaffiorare qualcosa della persona che era stata.
Sono proprio questi frammenti ad aver convinto Manzocchi a scegliere Yoshie come protagonista del suo romanzo. «Di persone meritevoli di biografie ce ne sono state altre», racconta, «però avevo questo modo suo, anche questa età abbastanza giovanile, e mi aveva colpito».
Il resto è diventato letteratura. La storia della famiglia di Yoshie, la partenza dal Giappone, gli anni in Europa, l’incontro con Giorgio e Benedetta, la sua nuova famiglia, e il rapporto con Marco, il figlio della coppia, fino all’operatore Luca che decide di cercare un ponte con il Giappone: tutto questo appartiene alla fantasia dell’autore. Ma anche nella parte inventata Manzocchi ha cercato di rimanere fedele a quella prima immagine della donna che aveva conosciuto. «Ho preso le sue caratteristiche e le ho trasferite anche sul suo passato, fin da bambina», spiega. Yoshie diventa così una bambina portata per i lavori manuali, in contrapposizione alla sorella più orientata allo studio. Un modo per mantenere, anche nella finzione, quella continuità che l’autore aveva percepito nella donna reale: la malattia può modificare il comportamento, può cancellare ricordi e capacità, ma non cancella automaticamente ciò che una persona è stata.
E proprio questa consapevolezza accompagna il romanzo fino al suo finale, quando il viaggio di Yoshie torna verso il punto da cui era iniziato. Il contatto con la sorella Keiko è il tentativo di restituire alla protagonista una parte delle proprie origini, dopo mezzo secolo trascorso lontano da casa. «Le sue origini sono sempre state lì», racconta Manzocchi.
Senza però ricorrere a soluzioni miracolose. Anche nel momento più emozionante della storia, l’Alzheimer rimane presente. La malattia non scompare e l’incontro tra le due sorelle non cancella cinquant’anni di distanza. Può però lasciare spazio a quegli sprazzi di lucidità che, proprio perché imprevedibili, diventano preziosi. «Bisogna approfittare di quell’attimo», dice Manzocchi.
È forse qui che si trova il cuore di “Yoshie – Oltre le montagne”: non nella malattia, ma in ciò che continua a esistere nonostante la malattia. Nei legami, nelle persone che si prendono cura di altre persone, nelle storie che rischiano di andare perdute insieme alla memoria.
Un messaggio che nasce anche dal lavoro quotidiano dell’autore nell’assistenza agli anziani e che, questa volta, ha trovato la forma di un romanzo. «Mi sarebbe piaciuto capire il passato di questa donna, capire i contatti che aveva fuori dalla struttura», racconta. «E mi sono chiesto: magari in Giappone c’è qualcuno che ancora non sa che lei è qui».
Da quella domanda è nato un viaggio lungo cinquant’anni, attraverso due Paesi, una famiglia separata e una memoria che lentamente si spegne. Un viaggio che Roberto Manzocchi ha scelto di raccontare senza pretendere di spiegare tutto, ma cercando piuttosto di ricordare una cosa semplice: prima di essere una persona malata, Yoshie è stata una donna con una vita intera da vivere.
E forse è proprio questo che l’autore chiede al lettore di non dimenticare.

«Di questa persona io nella realtà ne ho saputo veramente poco», racconta. E proprio quel poco, anziché essere un limite, è diventato il punto di partenza. Yoshie era una delle ospiti più giovani della struttura, aveva circa 65 anni, e alcuni suoi comportamenti avevano colpito particolarmente l’autore. Come il giorno in cui, a causa di un guasto all’impianto di sicurezza, si era ritrovata fuori dal reparto, tranquillamente intenta a pulire con la sua inseparabile scopa. «Ho detto: ma cosa ci fa fuori? Era tutto blindato». Un episodio inatteso, quasi surreale, che però ha acceso una domanda destinata a rimanere: chi era stata quella donna prima che la malattia entrasse nella sua vita?
È da quella domanda che nasce “Yoshie – Oltre le montagne”. Non una biografia e nemmeno un racconto sulla malattia in senso scientifico, ma il tentativo di immaginare tutto ciò che spesso, lavorando accanto a persone con demenza, rimane fuori dal campo visivo. «Dietro la malattia c’è sempre una persona intera, con tutti i suoi viaggi, i suoi ricordi, i suoi modi di fare», spiega Manzocchi. Una persona che esisteva prima della diagnosi e che continua a esistere anche quando la memoria comincia a cancellarne i frammenti.
Il romanzo attraversa così circa cinquant’anni della vita di Yoshie, da Nagano all’Europa, passando per Parigi, Milano e infine il territorio lecchese. A diciotto anni la protagonista lascia il Giappone con solo una valigia. Non fugge semplicemente da qualcosa: cerca la possibilità di costruirsi una vita diversa da quella che altri avevano già immaginato per lei. «Dice: se non riesco a dimostrare di saper fare altro qui, perché hanno già deciso per me, allora scelgo», racconta l’autore. La partenza diventa quindi una scelta di libertà, ma anche una forma di ribellione e di necessità. Oltre le montagne di Nagano, Yoshie immagina un mondo da scoprire e la possibilità di dimostrare a se stessa e agli altri di potercela fare. Le montagne, del resto, non sono soltanto un elemento geografico nel romanzo. Sono una presenza che accompagna Yoshie dall’inizio alla fine e che dà significato anche al titolo. Nagano e Lecco, due luoghi molto diversi eppure accomunati dal paesaggio montano, diventano i due estremi di un viaggio lungo una vita. «Oltre quelle montagne che vedo tutti i giorni da casa c’è un mondo, un mondo che non ho mai visto», immagina Manzocchi nella voce della sua protagonista.
Per raccontare quel mondo, l’autore ha dovuto anche studiare. Il Giappone degli anni Cinquanta, le trasformazioni attraversate dal Paese nel corso dei decenni, le tradizioni e alcuni aspetti della cultura giapponese entrano nel romanzo senza però trasformarlo in un testo divulgativo. Lo stesso vale per l’Alzheimer. Manzocchi ha scelto di sfiorare la malattia, raccontandone alcuni sintomi e soprattutto le conseguenze sulla vita quotidiana, senza trasformare la narrazione in una spiegazione medica.
«Mi è stato detto che le parole del racconto sono delicate e toccanti», racconta. «Ho cercato di passare un po’ sopra tutto, come in punta di piedi, senza entrarci dentro in modo invasivo». Una scelta coerente con l’intento dichiarato nelle note dell’autore: non spiegare l’Alzheimer, ma provare a mostrare ciò che spesso non si vede.

Sono proprio questi frammenti ad aver convinto Manzocchi a scegliere Yoshie come protagonista del suo romanzo. «Di persone meritevoli di biografie ce ne sono state altre», racconta, «però avevo questo modo suo, anche questa età abbastanza giovanile, e mi aveva colpito».
Il resto è diventato letteratura. La storia della famiglia di Yoshie, la partenza dal Giappone, gli anni in Europa, l’incontro con Giorgio e Benedetta, la sua nuova famiglia, e il rapporto con Marco, il figlio della coppia, fino all’operatore Luca che decide di cercare un ponte con il Giappone: tutto questo appartiene alla fantasia dell’autore. Ma anche nella parte inventata Manzocchi ha cercato di rimanere fedele a quella prima immagine della donna che aveva conosciuto. «Ho preso le sue caratteristiche e le ho trasferite anche sul suo passato, fin da bambina», spiega. Yoshie diventa così una bambina portata per i lavori manuali, in contrapposizione alla sorella più orientata allo studio. Un modo per mantenere, anche nella finzione, quella continuità che l’autore aveva percepito nella donna reale: la malattia può modificare il comportamento, può cancellare ricordi e capacità, ma non cancella automaticamente ciò che una persona è stata.
E proprio questa consapevolezza accompagna il romanzo fino al suo finale, quando il viaggio di Yoshie torna verso il punto da cui era iniziato. Il contatto con la sorella Keiko è il tentativo di restituire alla protagonista una parte delle proprie origini, dopo mezzo secolo trascorso lontano da casa. «Le sue origini sono sempre state lì», racconta Manzocchi.
Senza però ricorrere a soluzioni miracolose. Anche nel momento più emozionante della storia, l’Alzheimer rimane presente. La malattia non scompare e l’incontro tra le due sorelle non cancella cinquant’anni di distanza. Può però lasciare spazio a quegli sprazzi di lucidità che, proprio perché imprevedibili, diventano preziosi. «Bisogna approfittare di quell’attimo», dice Manzocchi.
È forse qui che si trova il cuore di “Yoshie – Oltre le montagne”: non nella malattia, ma in ciò che continua a esistere nonostante la malattia. Nei legami, nelle persone che si prendono cura di altre persone, nelle storie che rischiano di andare perdute insieme alla memoria.
Un messaggio che nasce anche dal lavoro quotidiano dell’autore nell’assistenza agli anziani e che, questa volta, ha trovato la forma di un romanzo. «Mi sarebbe piaciuto capire il passato di questa donna, capire i contatti che aveva fuori dalla struttura», racconta. «E mi sono chiesto: magari in Giappone c’è qualcuno che ancora non sa che lei è qui».
Da quella domanda è nato un viaggio lungo cinquant’anni, attraverso due Paesi, una famiglia separata e una memoria che lentamente si spegne. Un viaggio che Roberto Manzocchi ha scelto di raccontare senza pretendere di spiegare tutto, ma cercando piuttosto di ricordare una cosa semplice: prima di essere una persona malata, Yoshie è stata una donna con una vita intera da vivere.
E forse è proprio questo che l’autore chiede al lettore di non dimenticare.
G.D.


















