Il cinema a Venezia/11: a Mostra ormai chiusa vi svelo la mia personale classifica

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La Mostra del Cinema di Venezia è finita e dopo appostamenti, visioni e soprattutto grandi emozioni ha già preso il suo posto nel casellario dei ricordi. Da mercoledì 2 a sabato 12 settembre sono stati undici giorni intensi da cui serve sempre un po' di tempo per riprendersi, riordinare le proprie cose, i pensieri e soprattutto fare un bilancio vero e proprio. 
Bisogna dirlo, non è stata una grande edizione, le premesse già da sole non erano il massimo: giuria non esaltante e selezione con pochi titoli interessanti, eppure siamo comunque riusciti a ritagliarci le nostre piccole avventure e abbiamo trovato sulla nostra strada dei film che personalmente non vedo l’ora di rivedere. 
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Giorgia appostata con alcune amiche per l'ultimo carpet

L’ultima giornata del festival è iniziata nel segno dei saluti: tante persone se ne andavano prima del previsto, chi per tornare al suo lavoro in presenza, chi spinto dalle voci secondo cui nessuno di interessante sarebbe stato premiato. La maggior parte del mio gruppo di amici ha però voluto stare fino alla fine, un ultimo red carpet insieme nel segno della tradizione e per assicurarci i posti migliori c’era chi dalle 6 del mattino si era appostato immolandosi per tutti gli altri. 
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Stephane Brize

La mia ultima mattina di Mostra non è iniziata proprio nel modo in cui avevo sperato, sveglia che non è suonata e poi corsa folle in sala per vedere l’ultima pellicola di questa edizione. Il film scelto come chiusura è ''Dio ride'', ultima fatica di Giovanni Veronesi con protagonista Pierfrancesco Favino nei panni di un frate del XVII secolo accusato dalla Chiesa a causa delle sue prediche troppo partecipate. Una storia sulla carta interessante e con un cast forte anche di Silvio Orlando e Maurizio Lombardi, ma che nella concretezza è stata a mio avviso deludente, ben oltre l’idea del film stile catechismo. È quella classica visione che la AI proporrà in occasione della Pasqua o nel giorno di San Francesco...
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Il resto della giornata è stato molto più vuoto dei precedenti, non c'erano più film da vedere, nel mio caso solo pellicole poco interessanti che avevo già recuperato. Le ore di attesa verso la cerimonia conclusiva sono state arricchite da voci, previsioni e qualche avvistamento. Il concorso principale di Venezia ha un totale di 7 premi: Leone d’argento miglior regia, premio speciale della giuria (che in alcuni casi sono stati anche due), coppa Volpi per miglior interprete femminile e maschile, premio Mastroianni per migliore rivelazione, premio Osella Miglior sceneggiatura e il più importante di tutti, il Leone d’oro per il miglior film. 
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Tentando di ricreare il poster del film di apertura

Sul Leone d’oro io non avevo dubbi e nemmeno il mio gruppo di amici: tifavamo tutti per Martin Mcdonagh con il suo stupendo ''Wild Horse Nine'', ma visto la presidente di giuria e soprattutto le notizie che ci arrivavano, ci stavamo mettendo il cuore in pace per l’ennesimo anno.
Gli indizi per gli altri premi non erano rassicuranti; l’Excelsior che il giorno della premiazione era sempre gremito di ospiti sembrava questa volta totalmente diverso. Gli operai avevano iniziato a smontare, i tavolini all’aperto erano stati tolti di forza e lo stesso Silvio Orlando aveva a malapena trovato un posto in cui sedersi per bere un caffè.
Nessun nome ''grosso'' in giro, la conferma che Hollywood sarebbe stata a secco. Abbiamo incontrato Lee Chang Dong, regista di Possible Love, per molti poteva essere Leone d’oro, film non eccellente ma che aveva un suo perché. Per un paio di ore ne siamo stati convinti, forse quest’anno poteva rompersi la maledizione che mi legava al Festival, ma in realtà ci sbagliavamo. 
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Francesca Michielin, esibitasi alla cerimonia di chiusura

Dovete sapere che io ho un brutto rapporto con il Leone d’oro, una specie di maledizione che fa sì che ogni anno il vincitore sia puntualmente uno di quei film che per qualche motivo non riesco a vedere. Era successo addirittura nel 2019 con Joker, poi nel 2022 con ''All The Beauty and the Bloodshed'' poi nel 2024 con ''The room next door'', impossibile da prenotare e l’anno scorso nel 2025 con ''Father Mother, Sister Brother'' che non ero stata in grado di inserire nel programma. Ci ero riuscita nel 2023, ma quell’anno avevo recuperato qualsiasi cosa.
Questa volta avevo voluto impegnarmi. Film lunghi, noiosi, avevo visto qualsiasi cosa tranne tre pellicole in concorso: ''Mr. Nelson, did you kill people?'' che non ero riuscita a far coincidere con i miei orari, ''Woman Unknown'' che avevo cancellato perché era in piena notte e ''Look Back'' di Koreeda che era impossibile da prenotare. Io me lo sentivo, quest’ultimo sarebbe stato il prescelto, le premesse c'erano tutte: il problema è che il regista non era arrivato sul red carpet. A chi sarebbe andato il massimo riconoscimento? 
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Riccardo Scamarcio

Il carpet di chiusura è stato più sottotono del solito, nessun grande nome, gente stanca e quasi assopita, sembrava mancare un po' di magia. La stessa cerimonia sembrava lunga, inutile, eppure noi eravamo lì con la curiosità che ci divorava.
Nella sezione orizzonti, concorso secondario a quello principale, ha trionfato il film ''I figli della scimmia'' per miglior sceneggiatura e miglior attore protagonista a Riccardo Scamarcio, mentre a ''La maison du vent'' è andato il premio come miglior opera prima, uno di quei classici film che danno alle 2 di pomeriggio e che nel mio gruppo non ha visto nessuno.
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Barbara Ronchi

Nella parte più succulenta relativa al concorso abbiamo subito applaudito Stephane Brize per la miglior sceneggiatura a ''Un bon petit soldat'', premio giusto, ma a nostro parere qualcuno lo avrebbe sicuramente più meritato di lui, mentre come premio speciale della giuria è arrivato il riconoscimento a ''Naza'', il film palestinese che sembrava essere stato inserito in concorso unicamente per essere premiato.
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Malou Khebizi

Tra gli attori hanno trionfato come miglior giovane per la bravissima Malou Khebizi per il film ''15/18'', miglior attrice a Mathilde Arcel per Woman Unknown, ma soprattutto John Malkovich per la sua straordinaria interpretazione in ''Wild Horse nine''; peccato che non sia venuto a ritirare il premio e si sia limitato ad un videomessaggio.
La mia soddisfazione personale l’ho avuta con il Leone alla miglior regia consegnato ad Ilya Khrzhanovsky per il suo monumentale progetto ''Dau'', tre ore e mezza dedicate alla storia dell’inventore della bomba atomica russa, ma non solo. Appena è uscito dalla premiazione lo abbiamo accolto con una vera e propria ovazione.
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La giuria del concorso

Ormai era fatta, il Leone sarebbe andato a ''Possible Love'' interrompendo la maledizione e invece Lee Chang Dong sale sul palco, ma solo per il premio della giuria. Eravamo confusi, chi sarebbe potuto essere il Leone d'oro? Qualcuno che non avevamo visto sfilare? Qualcuno che aveva mandato un videomessaggio, i giochi sembravano improvvisamente aperti mossi da un briciolo di speranza prima del verdetto: vittoria per ''Woman Unknown''. Era successo di nuovo, per l’ennesimo anno non avevo visto il vincitore, ma in realtà chi l’aveva fatto non era rimasto per nulla convinto. 
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L'incontro con Lee Chang Dong

La mia amica Irene aveva chiaramente detto che era stata ''una perdita di tempo'', chi si era addormentato in sala, chi era uscito prima dalla disperazione. Dal carpet si è levato un buu di dissenso generale che aveva chiarito la sua posizione: la giuria non aveva tenuto conto del merito. Vi risparmio le proteste, i gridi di dissenso e i fischi in sala stampa, vi faccio solo riflettere su una piccola cosa: all’annuncio del concorso era stata montata una polemica sulla presenza di un unico film diretto da una donna, la presidente di giuria, anche lei regista, aveva espresso un parere chiaro a favore della categoria e la stessa ha consegnato a questo film il riconoscimento più alto. 
Ormai siamo abituati alle delusioni in fatto di premi e le edizioni degli ultimi anni confermano che ad avere successo non sono le scelte politiche quanto il parere degli spettatori. 
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Quest’anno ho visto tanti bei film, tante storie che mi hanno fatto emozionare, ma anche molto sorprese. Tra il concorso il mio preferito è senza ombra di dubbio ''Wild Horse Nine'' la pellicola di Martin Mcdonagh che attendevo ormai da anni e che non ha assolutamente deluso le aspettative, la giuria non gli ha dato quello che meritava ma sicuramente agli Oscar si prenderà veramente tanto. C’è poi Bunker, il gioiellino di Florian Zeller totalmente snobbato dalla giuria, l’uscita al cinema è prevista per il mese di gennaio, ma io già non vedo l’ora di rivederlo.
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 Ilya Khrzhanovsky

Sul gradino più basso del mio podio metto ''Place to be'', il film con Ellen Burstyn e il suo piccione da riconsegnare, una storia semplice ma veramente toccante, poi la freschezza e le risate di ''Un bon avocat'' e di ''Serpenti'' ed infine ''Succederà questa notte'' di Nanni Moretti, un film a cui non avrei dato un euro, ma che mi ha veramente toccato il cuore. 
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L'ultima cena veneziana

Di questi giorni veneziani rimarranno indelebili le avventure, le nottate e le alzatacce fatte con quegli amici che come me condividono la passione per il cinema. Le chiacchierate, gli appostamenti, i confronti sui film visti e poi gli incontri surreali come quello con Leslie Bibb e Phoebe Waller Bridge, la sincera emozione di Faye Dunaway di fronte ad una foto con Marcello Mastroianni e la gentilezza di Murray Bartlett e Paul Dano. Sono tanti i ricordi che mi porto nel cuore e le persone che ho incontrato, a tutte loro voglio dire un grande grazie per aver affrontato con me queste giornate difficili ma straordinarie.
E poi voglio soprattutto dire grazie a voi lettori che ogni giorno vi siete precipitati sulla home page di caseteonline per leggere un nuovo capitolo di questo viaggio in cui siete sempre stati al mio fianco. Grazie di cuore a tutti voi e alla prossima avventura!!
Giorgia Monguzzi
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