''Un lavoro gratificante, ma sappiate che le criticità non mancano''. Lettera aperta di un educatore

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Una professione impegnativa, ma gratificante. O forse sarebbe meglio dire una vocazione, che richiede tempo ascolto, incontro e pazienza. 
Fare l'educatore significa questo, ma anche tanto altro. Lo racconta un oggionese che ha scelto tradurre il desiderio di assistere l'altro nella propria esperienza lavorativa.
Eppure tra gli aspetti positivi, ci sono un po' di criticità messe ''nero su bianco'' in una sorta di appello rivolto ai giovani che stanno pensando di intraprendere questa strada.
Una lettera indirizzata alla nostra Redazione e che volentieri pubblichiamo in forma integrale, nella speranza - come al solito - di offrire uno spunto su cui riflettere e aprire un eventuale confronto sul tema:
Carissime ragazze e carissimi ragazzi,

Innanzitutto buon anno scolastico (scusate per il ritardo!). Scrivo questa lettera per coloro che stanno iniziando a pensare cosa fare del proprio futuro o che stanno per iniziare il loro primo anno di università in Scienze dell’Educazione. Voglio dirvi che educare è un’esperienza magnifica, ma altrettanto faticosa, difatti cercherò di essere sincero con voi. Grazie ad alcuni anni di lavoro nel mondo dell’educazione e diversi anni passati a studiare, ho avuto il piacere di incontrare diversi educatori e di conoscere tante storie di bambini, ragazzi e famiglie con fragilità. Con certezza, posso affermare che questo non può essere chiamato o essere visto come un semplice lavoro, benché questa è una vocazione, è un’esperienza che richiede tempo, ascolto, incontro e pazienza. Insomma tutti aspetti che nella nostra società sono facilmente reperibili. Ovviamente sono sarcastico! 

Credetemi non sempre riuscirete a realizzare gli obiettivi educativi della persona che seguirete e penserete di aver buttato via del grandissimo tempo o di non essere la sua figura professionale adeguata, ma questo farà parte del gioco. 

Altre poche volte, secondo la mia esperienza, riuscirete a realizzarli e vi sentirete “al settimo cielo”, come se l’Italia avesse vinto un mondiale.

Dagli studi, ho imparato che educare deriva dal latino educere, che significa “tirar fuori”. Ora vi starete chiedendo: che cosa possono tirar fuori gli educatori? Non sono medici, quindi non posso tagliare, aprire e cucire i corpi; non sono psicoterapeuti o psicologi, quindi non possono scavare nell’inconscio, anche se con quest’ultimi ci capita di collaborare. Quindi chi siamo e cosa possiamo tirar fuori? Siamo figure professionali che hanno lo scopo di creare una rete sociale che metta al centro i bisogni della persona con fragilità e di portare alla luce la sua bellezza e il suo talento che rimangono però nascosti dagli occhi di chi non sa o forse non ha il tempo di osservare e di ascoltare.

 Siamo coloro che camminano a fianco, che non giudicano, ma che credono in loro prima ancora di loro stessi. Siamo anche quelli che supportano coloro che non posso essere autosufficienti e che senza anche il nostro aiuto, non possono sentirsi liberi di vivere in una loro casa, di andare a fare la spesa e di tanto altro. Non siamo i migliori, ma siamo importanti.

Scegliere questo lavoro significa anche affrontare le incertezze lavorative che spesso si scontrano con la realtà di vita. Prima di essere educatori, siamo persone. Aiutare l’Altro rischia di metterci in difficoltà, di aprire le nostre ferite del passato. E quali sarebbero queste insicurezze? 

1. Riduzioni delle ore, perché nel momento in cui non ci sono servizi, la “soluzione intelligente” che ci viene proposta è la variazione dell’orario, ma non importa se vuoi creare una famiglia, se devi pagare l’affitto, la macchina e ti serve un entrata fissa.

2. Perdita delle ore, se il bambino o il ragazzo risulta assente, di solito non ti avvisano e non riesci a recuperare le ore, quindi ti arrangi… speri di riuscire a recuperarle in altri momenti, ma questo non capita spesso.

3. La programmazione nei peggiori dei casi non esiste, ma se sei fortunato hai 9 ore totali suddivise in 3  da utilizzare in tre parti dell’anno per “incastrare”: orario scolastico (da accordarsi con l’insegnante di sostegno e la funzione strumentale), l relazioni varie e i “GLO” (incontri tra insegnanti, specialisti e famiglia). Le ore extra che hai sono quelle, ma se decidi di organizzare un’attività che aiuta l’alunno a relazionarsi correttamente con i pari e va oltre l’orario previsto, ti devi arrangiare. 

4. La flessibilità oraria, quindi se l’alunno non viene a scuola, durante l’anno rischi che il tuo quadro orario venga modificato, indipendentemente dai tuoi impegni personali. 

5. La mancata organizzazione lavorativa su un intero anno, quindi fino alla fine della scuola o dei servizi che finiscono a giugno hai la certezza (salvo imprevisti) di lavorare, ma non sai dove e cosa farai durante i mesi estivi, quindi rischi di utilizzare le tue ferie o peggio di perdere le ore. 

6. Educatore itinerante, prima di incominciare devi metterti in testa che dovrai girare tanto se non lavori in una comunità, cambiando almeno tre paesi durante un'unica giornata lavorativa. E’ vero, la benzina di solito è retribuita, ma non il tempo che utilizzi per spostarti da un servizio all’altro, se poi non vuoi piangere è meglio non verificare se vengono pagati esattamente tutti i kilometri che hai fatto. Ah, non dimenticarti che utilizzi la tua macchina che col tempo può usurarsi.

Questa lettera non ha l’obiettivo di farti cambiare idea. Se vuoi diventare un educatore o una educatrice fallo, ma ci tenevo ad avvisarti e ho voluto raccontarti la mia esperienza di educatore itinerante e l’esperienza anche di colleghi che si lamentano, ma non agiscono. Poi ti diranno che i problemi ci sono in tutti lavori, è vero, ma sappi che la realtà prima o poi ti busserà alla porta, almeno che non incontrerai una persona che avrà un entrata maggiore che ti permetterà di realizzare quello che desideri: famiglia, casa, macchina…

Mi rivolgo invece ai sindaci, ai politici, alle cooperative e ai sindacati di trovare una soluzione che possa permetterci di continuare ad andare avanti e di non riflettere se cambiare da un momento all’altro per andare svolgere un altro lavoro, lasciando la persona con fragilità senza aiuto. Per favore veniteci incontro e troviamo una soluzione che ci permetta di vivere e non di sopravvivere.

A chi leggerà questo articolo e penserà che anche nel suo lavoro, o nel lavoro che ha fatto in passato, i problemi sono esistiti o esistono e quindi ci dobbiamo arrangiare. Ecco, qua sbagli, perché piuttosto che lamentarti al bar o in famiglia, fai come me: inizia a manifestare il tuo malcontento scrivendo e denunciando le difficoltà nel tuo lavoro, se anche tu non puoi permetterti di utilizzare altre ore per scioperare, altrimenti scendi in piazza e manifesta.
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