Oggiono: confronto pubblico sulla corruzione, un male invisibile?

La corruzione è un fenomeno che si vede soltanto in parte. Quello che emerge, tra indagini, processi e notizie di cronaca, rappresenta spesso ''la punta dell’iceberg'' di una realtà più ampia, capace di insinuarsi nelle istituzioni, alterare la concorrenza e alimentare le disuguaglianze. Ma se è difficile misurarla, è ancora più difficile contrastarla senza interrogarsi sulle abitudini e sulla cultura che possono renderla possibile. É stato questo filo conduttore dell’incontro ''La corruzione: un male invisibile?'', ospitato venerdì sera nella sala consiliare di Oggiono, secondo appuntamento del percorso promosso dal Comune e dall’Associazione Sulle Regole, con il contributo del Lions Club Castello Brianza Laghi E.T.S.
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Tra il pubblico autorità e promotori della serata

A guidare la riflessione è stato Francesco Castelli, giurista, docente all’Università degli Studi di Milano e vicepresidente dell’Associazione Sulle Regole, che ha afforntato il tema partendo dalla difficoltà di individuare e quantificare un fenomeno spesso nascosto. Accanto a lui sono intervenuti Romano Limonta, tra i promotori dell’associazione, il prefetto di Lecco Paolo Ponta e Paolo Lanfranchi, sindaco di Dolzago e coordinatore provinciale di Avviso Pubblico. Voci differenti, accomunate dalla necessità di guardare alla corruzione non soltanto come a una questione giudiziaria, ma come a un problema che riguarda il funzionamento delle istituzioni e la qualità della convivenza civile.
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Francesco Castelli, relatore della serata

Ad aprire la serata è stato il sindaco Chiara Narciso, che ha ringraziato i relatori e quanti hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa, sottolineando il valore di occasioni capaci di portare temi complessi all’interno di uno spazio pubblico di confronto. Un ringraziamento condiviso da Marco Manzoni, presidente del Lions Club Castello Brianza Laghi, che ha richiamato l’impegno dell’associazione nel rafforzare il legame con il territorio attraverso la collaborazione con istituzioni, scuole e realtà associative. Promuovere la cultura della legalità, soprattutto tra le nuove generazioni, significa infatti investire sulla consapevolezza dei cittadini e sulla qualità della vita comune.
Il punto di partenza della relazione di Castelli è stato proprio il significato dell’espressione ''male invisibile''. La corruzione, ha spiegato, non è facilmente quantificabile perché una parte degli episodi non viene scoperta e gli strumenti disponibili permettono di ricostruirne soltanto alcuni aspetti. Tra questi c’è il Corruption Perceptions Index di Transparency International, che valuta la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso diverse fonti e indicatori. Non è un conteggio diretto dei reati commessi, ma uno strumento utile a confrontare i Paesi e a osservare l’evoluzione del fenomeno.
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Castelli ha richiamato il percorso compiuto dall’Italia negli ultimi anni, anche attraverso l’introduzione di norme e strumenti dedicati alla prevenzione. Ma il rafforzamento della legislazione non significa che il problema sia superato. La corruzione, infatti, non coincide soltanto con la tangente o con l’accordo illecito che emerge durante un’indagine: può svilupparsi attraverso una rete di relazioni, interessi e favori che, consolidandosi nel tempo, finisce per essere considerata normale.
È questa una delle sue caratteristiche più insidiose. Un comportamento può apparire isolato, una decisione amministrativa può sembrare soltanto discutibile, un rapporto personale può essere scambiato per una consuetudine. Quando però questi elementi si inseriscono in un sistema orientato a ottenere vantaggi indebiti, le regole formali rischiano di essere sostituite da un insieme di regole informali, valide per chi appartiene a quella rete e penalizzanti per tutti gli altri.
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Il sindaco Chiara Narciso

La corruzione, dunque, non riguarda soltanto la responsabilità del singolo, ma può diventare un fenomeno sociale, con conseguenze che vanno ben oltre il procedimento penale. Accanto ai reati corruttivi possono comparire conflitti di interesse, rapporti opachi, alterazioni negli appalti e collegamenti con altri fenomeni illeciti. Anche l’evasione fiscale, pur non essendo giuridicamente sinonimo di corruzione, può intrecciarsi con contesti nei quali vengono sottratte risorse alla collettività e si alimentano circuiti economici irregolari. Il risultato è una distorsione che investe l’intera società. Le risorse pubbliche rischiano di essere assegnate non in base ai bisogni o al merito, ma alla capacità di costruire relazioni e ottenere vantaggi. La concorrenza viene alterata, le opportunità diventano diseguali e i cittadini possono arrivare a dubitare che il rispetto delle regole sia davvero la strada più efficace per raggiungere un obiettivo.
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Il ragionamento di Castelli si è così ricongiunto ai principi della Costituzione, al centro del precedente incontro organizzato a Oggiono.
L’articolo 3 riconosce a tutti pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge; l’articolo 53 richiama invece il dovere di concorrere alle spese pubbliche secondo la propria capacità contributiva. Due riferimenti che aiutano a comprendere perché la corruzione non sia soltanto una questione di correttezza amministrativa, ma anche un problema di giustizia e di rispetto del patto sociale. Quando qualcuno sfrutta una posizione di potere per ottenere un vantaggio personale, a pagare il prezzo sono anche coloro che non hanno la possibilità di accedere a quelle relazioni o di difendersi dalle conseguenze delle decisioni prese. La corruzione attribuisce a qualcuno un privilegio che non gli spetta e sottrae agli altri una parte delle opportunità e delle risorse comuni.
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Marco Manzoni, presidente del Lions Club

Per questo le sue conseguenze non sono soltanto economiche: investono la fiducia nelle istituzioni e la convinzione che le regole valgano davvero per tutti. Da qui la necessità di affiancare alla repressione strumenti capaci di prevenire le situazioni di rischio. Castelli ha richiamato il ruolo dei piani anticorruzione delle pubbliche amministrazioni, dei codici di comportamento, delle procedure per segnalare eventuali illeciti tutelando chi li denuncia e degli strumenti di trasparenza che consentono di conoscere e verificare l’attività degli enti pubblici. Anche l’accesso agli atti amministrativi, nei limiti previsti dalla legge, può contribuire a rendere il potere più controllabile. La trasparenza non è soltanto un adempimento burocratico: è una condizione perché le decisioni pubbliche possano essere comprese e sottoposte a verifica. La prevenzione richiede inoltre che le amministrazioni sviluppino al proprio interno competenze e procedure adeguate, senza affidare ogni risposta all’intervento successivo della magistratura.
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Le leggi sono indispensabili, ma da sole non bastano a modificare abitudini e comportamenti radicati. Il contrasto alla corruzione deve quindi passare anche da una cultura della responsabilità, nella quale l’interesse pubblico non venga subordinato a quello personale e il rispetto delle regole non sia considerato un ostacolo da aggirare.
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È su questo punto che si è inserito l’intervento del prefetto di Lecco Paolo Ponta, che ha riportato la riflessione alla funzione di chi ricopre un incarico pubblico. Il potere, ha sottolineato, deve essere orientato a uno scopo preciso: servire la collettività, non diventare uno strumento per interessi personali o di parte.
''Un principio che trova un riferimento diretto nella Costituzione, dove si stabilisce che i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione e che l’amministrazione deve operare secondo criteri di buon andamento e imparzialità''.
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La funzione pubblica, in questa prospettiva, non attribuisce un privilegio, ma comporta una responsabilità. Il problema si presenta quando chi esercita un potere dimentica la finalità per cui gli è stato affidato e lo piega a un interesse diverso da quello collettivo. È in questa distanza, tra il compito istituzionale e l’uso concreto dell’autorità, che possono aprirsi spazi per abusi e comportamenti illeciti.
Ponta ha illustrato anche il lavoro svolto dalla Prefettura per prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale, con particolare attenzione agli appalti pubblici e ai cantieri. Le verifiche sulle imprese coinvolte e sulle procedure di affidamento sono parte di un’attività di controllo che assume particolare importanza anche in relazione ai lavori collegati alle Olimpiadi. L’obiettivo è individuare eventuali anomalie e impedire che le risorse destinate a opere pubbliche finiscano per alimentare interessi criminali.
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Il prefetto Paolo Ponta

Ponta ha richiamato anche la dimensione culturale del problema. La consuetudine di chiedere o concedere favoritismi, il ricorso alle conoscenze personali e l’idea che una piccola deroga alle regole sia tutto sommato innocua possono contribuire a rendere meno riconoscibile il confine tra correttezza e abuso. È un terreno sul quale la criminalità può trovare occasioni per inserirsi nell’economia legale e condizionare la vita pubblica. Da qui l’importanza di costruire una rete di collaborazione tra Prefettura, forze dell’ordine, amministrazioni locali, scuole e associazioni. La cultura della legalità, ha sottolineato Ponta, deve essere coltivata attraverso l’educazione e la partecipazione, perché il rispetto delle regole diventi una consapevolezza condivisa e non soltanto una risposta alla possibilità di essere sanzionati.
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Paolo Lanfranchi di Avviso Pubblico

Sulla responsabilità quotidiana degli enti locali si è concentrato anche l’intervento di Paolo Lanfranchi, sindaco di Dolzago e coordinatore provinciale di Avviso Pubblico, la rete che riunisce amministrazioni impegnate nella promozione della legalità e nella prevenzione delle mafie. Lanfranchi ha richiamato l’importanza della formazione di amministratori e funzionari, chiamati a confrontarsi ogni giorno con decisioni che possono incidere sulla trasparenza dell’azione pubblica. Gli enti locali si trovano spesso a operare in un quadro complesso, tra responsabilità
 elevate, procedure articolate e risorse limitate. Per questo, secondo Lanfranchi, occorre investire nella formazione e aiutare chi lavora nella pubblica amministrazione a riconoscere i rischi e a gestire correttamente le situazioni più delicate. La legalità, inoltre, non può essere ridotta al semplice rispetto formale delle norme: deve tradursi in una pratica quotidiana, fondata su un’idea di giustizia e sul riconoscimento dei diritti altrui.
Un percorso che deve cominciare fin dalla scuola, educando al rispetto delle regole e alla responsabilità verso gli altri. Perché la cultura della legalità non si costruisce soltanto attraverso le sanzioni, ma anche attraverso comportamenti, esempi e occasioni di confronto che aiutino le persone a comprendere il significato delle norme nella vita comune.
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Romano Limonta

Nel corso della serata, Romano Limonta ha affiancato alla riflessione giuridica una testimonianza personale, portando nel confronto una prospettiva diversa, legata all’esperienza vissuta e alle conseguenze che determinate vicende possono avere sulle persone. Il suo intervento ha aggiunto un passaggio importante alla discussione, richiamando l’attenzione sul rapporto tra giustizia, dignità individuale e giudizio pubblico, e sulla necessità di affrontare questi temi senza fermarsi alle apparenze. Un contributo che ha dato concretezza alle riflessioni sviluppate durante la serata, ricordando come, accanto ai principi giuridici e alle responsabilità istituzionali, ci siano sempre persone e storie che meritano attenzione. Limonta, coordinatore, promotore e socio dell’Associazione Sulle Regole, ha così contribuito a riportare il confronto dalla dimensione teorica a quella umana, senza trasformare la propria testimonianza nel racconto di singole vicende.
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Le diverse voci intervenute a Oggiono hanno così ricondotto il tema della corruzione a un punto comune: non si tratta soltanto di individuare chi viola la legge, ma di impedire che il privilegio personale venga scambiato per una consuetudine e che l’interesse privato prevalga su quello collettivo. Servono controlli, trasparenza, formazione e strumenti di prevenzione, ma anche cittadini in grado di riconoscere i segnali di un sistema che non garantisce a tutti le stesse possibilità.
La lotta alla corruzione è un lavoro continuo, che riguarda la magistratura e le forze dell’ordine, ma anche gli amministratori, i dipendenti pubblici, le scuole e la società civile. Perché la legalità non è soltanto una regola da applicare quando qualcosa va storto: è una responsabilità da esercitare ogni giorno, affinché il potere rimanga al servizio della comunità e i diritti non dipendano dalle conoscenze o dai privilegi di qualcuno.
G.D.
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