Casatenovo: la dottoressa Bergamaschi di Emergency racconta l'esperienza vissuta a Gaza



Il controllo delle merci in ingresso è uno dei temi centrali della testimonianza della medica ed è ciò che fa rendere conto della violenza perpetuata dal governo israeliano, in particolare attraverso il COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories) che non lascia passare beni di primissima necessità. ''La mancata disponibilità di carburante, olio per i motori e ricambi non riguarda soltanto i trasporti: da questi materiali dipendono i generatori, il funzionamento delle strutture sanitarie e degli impianti per rendere utilizzabile l’acqua'', ha sottolineato. Durante la missione estiva, ha riferito Bergamaschi, ''l’acqua a disposizione delle persone - circa 6 litri al giorno - doveva bastare contemporaneamente per bere, cucinare e lavarsi''. La sete, così, diventa la costante condizione con cui un palestinese deve fare i conti alla fine della giornata.
Persino le sigarette, nel suo racconto, diventano una paradossale misura dell’assedio: prezzi altissimi, fino alla vendita dei singoli tiri, che arrivano anche a 10 dollari l'uno. Un esempio con cui la dottoressa ha voluto mostrare come ''le restrizioni de-umanizzano la popolazione, investendo anche le abitudini più minute e la possibilità di trovare una parvenza di sollievo dentro una quotidianità segnata dalla paura''.
Nelle tende, intanto, la precarietà si trasforma in emergenza sanitaria. ''Gli insediamenti sono diffusi e densi negli spazi rimasti, senza servizi adeguati, con rifiuti accumulati, insetti e ratti che ovviamente portano a numerose malattie'', ha descritto. Nelle cliniche arrivano bambini con lesioni cutanee e infezioni, persone ustionate dai fuochi utilizzati per cucinare. ''Ma vivere in tenda significa anche l'impossibilità di immaginare il futuro'', prepararsi a un altro inverno senza una casa, mentre la ricostruzione resta fuori dall’orizzonte concreto delle famiglie. Fra le storie condivise, quella di Yusra, collega di vent'anni, che ha raccontato a Bergamaschi il dramma degli sfollamenti dentro una domanda semplice: se avessi un quarto d’ora per lasciare casa, cosa prenderesti? Per lei la risposta sono state ''le fotografie di famiglia, quelle del matrimonio dei suoi genitori, senza una copia digitale''. Immagini che però sono rimaste nella casa distrutta vicino all’ospedale Al-Shifa.
''Gli ordini di evacuazione impartiti da Israele - ha sottolineato la dottoressa - non incontrano persone tutte ugualmente in grado di partire''. Il preavviso spesso è di circa un quarto d'ora e ci sono anziani, feriti, persone che hanno subito amputazioni che non possono raccogliere le proprie cose e mettersi in cammino in pochi minuti. ''Ogni nuovo spostamento cancella i miseri punti di riferimento e destabilizza'', ha affermato. Per dare un significato alle macerie, Bergamaschi ha richiamato il concetto di ''urbicidio'': distruggere una città significa colpire anche scuole, luoghi d’incontro e spazi nei quali una comunità si riconosce.
È dentro questa realtà che si svolge il lavoro sanitario. Bergamaschi ha raccontato la ''frustrazione di conoscere le cure necessarie e non avere gli strumenti per offrirle'', farmaci disponibili con difficoltà, ostacoli all’ingresso di apparecchiature, possibilità diagnostiche compromesse. Le conseguenze non riguardano soltanto le ferite della guerra. ''Senza continuità terapeutica, anche il diabete, l’ipertensione o l'epilessia diventano minacce alle quali è sempre più difficile rispondere''. Una sofferenza meno visibile delle emergenze immediate, ma destinata a protrarsi nel tempo. ''Tutto ciò è dovuto all'assurda normativa del dual-use perpetuata da Israele, che non permette a medicinali di entrare nella striscia perché - a detta loro - i palestinesi potrebbero essere utilizzati per scopi militari''.
Ai colleghi palestinesi Bergamaschi ha riservato parole di profonda riconoscenza. ''Ho lavorato con professionisti che assistono ogni giorno centinaia di pazienti, ne ascoltano anche il disagio psicologico e, terminato il turno, tornano alla stessa precarietà, alla ricerca di acqua e cibo per le proprie famiglie''. Non si ritengono eroi da collocare su un piedistallo, ma persone che continuano a fare il proprio lavoro mentre condividono le condizioni di chi curano, che ritrovano la propria dignità nella professione. ''In Palestina il livello sanitario prima del conflitto era davvero alto con del personale molto preparato'', ha precisato. La testimonianza, però, non si è fermata alla distruzione. Ci sono i matrimoni e la musica, i dolci da far assaggiare, il consiglio su dove trovare i falafel migliori, l’entusiasmo per un negozio che riesce a riaprire. Gesti che non cancellano la disperazione, ma impediscono ad un’intera popolazione e cultura di scomparire. Bergamaschi ha richiamato ''il sumud, una tenacia che intreccia appartenenza, cultura e volontà di continuare a esserci. È questa umanità - ha spiegato - il dono più prezioso ricevuto durante le missioni''.

È qui che il resoconto di un’esperienza diretta mostra la propria forza: non aggiunge soltanto immagini alle immagini, ma restituisce una relazione. Le macerie diventano la casa di qualcuno; lo sfollamento forzato, le fotografie che non si riescono a salvare; una clinica, il luogo in cui chi cura condivide la stessa sete dei pazienti. Raccontare Gaza, nelle parole di Bergamaschi, significa anche questo: contrastare l’assuefazione e ricordare che, dietro ciò che vediamo, ci sono persone.

















