Oggiono: al comprensivo torna il progetto di pet therapy per le classi prime

Ci sono cose che non si imparano soltanto sui libri. Si imparano attraverso una carezza, una relazione che nasce senza bisogno di parole, la possibilità di sentirsi accolti senza essere giudicati. È da questa idea di scuola che prende forma il progetto di pet therapy promosso dall’Istituto comprensivo Marco d’Oggiono, che quest’anno coinvolgerà tutti gli alunni delle classi prime della scuola primaria nei quattro plessi (Annone, Ello, Dolzago, Oggiono). Un percorso pensato per accompagnare i bambini in una fase delicata della loro crescita, quella del passaggio alla primaria, attraverso l’incontro con i cani e le attività guidate dagli operatori specializzati dell’associazione Pet Therapy Doctor Dog APS.
A raccontare il progetto è Pierina Montella, dirigente scolastica dell’istituto, che nella pet therapy vede molto più di un’attività alternativa alla lezione tradizionale. Per lei è un modo concreto di costruire relazioni, favorire l’inclusione e offrire ai bambini strumenti diversi per affrontare le proprie emozioni. Una visione che nasce dalla convinzione che la scuola debba continuare a interrogarsi su come raggiungere ogni alunno, soprattutto chi incontra maggiori difficoltà.
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''La relazione con il cane è una relazione nella quale lui non ti giudica, lui non ti chiede niente. Lui gioca con te a prescindere. Ti ama a prescindere'', racconta Montella. È proprio qui che, secondo la dirigente, si trova una delle potenzialità più importanti di questo tipo di esperienza: il bambino può avvicinarsi all’animale senza sentirsi sottoposto a una valutazione, senza dover dimostrare di essere bravo o di riuscire in qualcosa. Può semplicemente esserci, provare, scoprire e imparare a costruire un rapporto.
Una possibilità preziosa soprattutto nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria. Cambiano gli ambienti, aumentano le regole, cresce la distanza dalla famiglia e comincia a farsi più presente anche il peso della prestazione scolastica. ''I bambini sentono il peso della valutazione'', osserva Montella, ricordando come le aspettative degli adulti possano contribuire ad aumentare la pressione che i più piccoli vivono già nel confronto con un ambiente nuovo. In questo contesto, il cane può diventare un punto di riferimento capace di rassicurare e aiutare a ritrovare la calma. Il contatto, il gioco e la relazione contribuiscono a creare un clima più disteso, favorendo l’attenzione e la disponibilità a entrare in relazione con gli altri. Ma il beneficio non riguarda soltanto il singolo bambino: può coinvolgere l’intero gruppo classe.
Il progetto, che coinvolge tutti gli alunni delle classi prime della primaria, è stato costruito con l’associazione Pet Therapy Doctor Dog APS e con il contributo delle amministrazioni comunali. Tra le figure coinvolte c’è Alessandra Mazza, docente della scuola primaria Diaz e coadiutrice negli interventi assistiti con gli animali. Gli incontri saranno condotti da personale specializzato, con la presenza delle insegnanti e il supporto di un’équipe multidisciplinare, che comprende anche una figura veterinaria esperta nel comportamento animale.
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Non si tratta, dunque, di portare semplicemente un cane in classe e lasciare che i bambini giochino con lui. Ogni attività viene progettata tenendo conto delle esigenze dei partecipanti, con particolare attenzione agli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali. Il percorso comincia dalla conoscenza reciproca: al primo incontro si osservano le reazioni dei bambini e il modo in cui interagiscono con l’animale, cercando per ciascuno l’approccio più adatto e rispettando eventuali paure o difficoltà.
Poi, gradualmente, le distanze si accorciano. I bambini imparano a spazzolare il cane, ad accarezzarlo, a passeggiare con lui e a impartire semplici comandi in forma ludica. Possono aiutarlo durante il momento della pappa, preparare la ciotola dell’acqua, partecipare a giochi e percorsi oppure cimentarsi in una visita simulata con gli strumenti di una valigetta del dottore. Piccole esperienze che permettono di scoprire il corpo dell’animale, ma soprattutto di sperimentare che cosa significhi prendersi cura di un altro essere vivente. C’è anche spazio per i libri e per la didattica. Durante gli incontri è prevista la lettura assistita di albi illustrati dedicati al cane, mentre l’animale può diventare il protagonista di attività legate alle prime lettere, alle sillabe, ai numeri, alla rappresentazione grafica e alla scoperta dei sensi. Il percorso si concluderà con un ricordo da portare a casa: il diploma di piccolo educatore cinofilo, personalizzato con l’impronta della mano del bambino e quella della zampa del cane.
Dietro questi gesti c’è un obiettivo educativo preciso. Imparare a riconoscere i segnali del corpo dell’animale significa anche allenarsi a osservare, ascoltare e rispettare i bisogni di chi ci sta accanto. La coda, lo sguardo, i movimenti e le reazioni del cane diventano occasioni per comprendere che non tutti comunicano nello stesso modo e che ogni relazione richiede attenzione, rispetto e capacità di riconoscere i propri limiti.
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È un apprendimento che riguarda tutti i bambini, non soltanto quelli che presentano particolari fragilità. Gli alunni con bisogni educativi speciali possono trovare nella relazione con l’animale un ulteriore sostegno, ma l’intero gruppo può trarne beneficio sul piano dell’empatia, dell’autocontrollo e della socializzazione.
''Se insieme agli altri bambini non riesci a giocare, ma riesci a farlo con il cane, attraverso il cane entri in relazione anche con loro'', spiega la dirigente, descrivendo un processo nel quale l’esperienza individuale diventa una risorsa per la classe.
Per Montella, questa è anche una forma concreta di educazione civica: non soltanto una materia da affrontare attraverso nozioni e contenuti, ma un percorso che insegna a rispettare gli altri, riconoscerne i bisogni e assumersi delle responsabilità. Una prospettiva che, nella sua esperienza, dovrebbe cominciare proprio dai più piccoli.
''La scuola resta un presidio importante e non si può pensare di continuare a fare scuola come si faceva trent’anni fa'', sottolinea. Il mondo è cambiato, sono cambiate le relazioni e sono cambiati anche gli strumenti a disposizione degli insegnanti. Per questo, secondo la dirigente, è necessario avere il coraggio di sperimentare, mantenendo aperte le porte della scuola a ciò che accade fuori e alle possibilità offerte da linguaggi diversi: la musica, l’arte, gli animali.
Non è una scelta priva di difficoltà. Servono risorse economiche, organizzazione, personale preparato e attenzione alla sicurezza. Gli interventi assistiti con gli animali richiedono competenze specifiche, una corretta gestione degli incontri e tutte le tutele necessarie per garantire il benessere dei bambini e degli animali. C’è poi la necessità di condividere il progetto con i docenti, superando l’idea che attività di questo tipo rappresentino una parentesi ricreativa anziché un’opportunità di apprendimento. È qui che entra in gioco anche il sostegno delle amministrazioni comunali, che hanno permesso di estendere il progetto a tutte le classi prime della primaria del comprensivo. Montella riconosce il valore di questa collaborazione, sottolineando come non sia scontato riuscire a garantire a tutti gli alunni un’esperienza di questo tipo. ''Se le amministrazioni non mi avessero aiutata, io la pet therapy come progettualità in tutte le classi prime non avrei potuto farla'', osserva, ricordando che dietro ogni scelta educativa ci sono anche investimenti e priorità.
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La pet therapy, del resto, non è la prima esperienza attraverso cui l’istituto ha scelto di sperimentare nuovi modi per accompagnare la crescita degli studenti. Lo scorso anno, alla scuola secondaria, è stato avviato il progetto di arteterapia ''Mettiamoci all’opera… siamo ciò che facciamo'', realizzato con il patrocinio del Comune di Oggiono e con il coinvolgimento di Luisa Colombo, arteterapeuta e fondatrice del Gruppo Arteterapia del carcere di Bollate, e Cristina Centamore, docente e pedagogista.
Il percorso ha coinvolto un gruppo eterogeneo di ragazzi, dalle eccellenze agli alunni con maggiori fragilità. Attraverso il lavoro artistico e il confronto con le esperienze dei detenuti coinvolti nel progetto, i ragazzi hanno avuto la possibilità di esprimersi attraverso un canale diverso da quello scolastico tradizionale. Per Montella, i risultati sono stati significativi. Tra il primo e il secondo quadrimestre sono migliorati i voti di alcuni degli studenti che incontravano maggiori difficoltà e sono diminuite le note disciplinari. Ma il cambiamento più evidente, racconta, si è visto nelle relazioni: ragazzi che prima faticavano a stare insieme hanno cominciato a scherzare, a cercarsi e persino a frequentarsi fuori dalla scuola. Anche alcuni studenti particolarmente brillanti, ma isolati dal punto di vista sociale, hanno trovato un’occasione per avvicinarsi ai compagni.
È stata un’esperienza che ha convinto la dirigente a chiedere che il progetto proseguisse, trasformando un’iniziativa sperimentale in un percorso più ampio. ''Io quando ho fatto i consigli di classe, mi sono messa a piangere'' racconta, ricordando l’emozione nel vedere i cambiamenti e, insieme, la soddisfazione di aver offerto ai ragazzi un’occasione per trovare un modo diverso di stare con gli altri. Un risultato che, sottolinea, non è rimasto soltanto una sensazione: a raccontarlo erano anche i registri, con meno note e un andamento scolastico migliorato.
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Esperienze diverse, dunque, ma unite dalla stessa convinzione: non esiste un unico modo per imparare e non si può giudicare un ragazzo soltanto attraverso le difficoltà che manifesta in classe. Un bambino che fatica durante una lezione tradizionale può trovare nella musica, nell’arte o nella relazione con un animale un canale attraverso cui esprimersi, partecipare e sentirsi capace. Per questo, secondo Montella, la scuola deve continuare a cercare strumenti che permettano a ciascuno di trovare il proprio posto.
''Io continuo a credere alla centralità della persona e sulle relazioni'' afferma. È il principio che attraversa i progetti avviati e che dà significato anche alla scelta di investire nella pet therapy. Non un’attività pensata soltanto per chi ha una difficoltà da superare, ma un’occasione per imparare insieme, riconoscendo che ogni bambino porta con sé una storia, un carattere, paure e possibilità differenti.
Nel suo racconto ritorna spesso anche la responsabilità degli adulti. Montella parla del bullismo che può manifestarsi già nella scuola primaria, dell’esclusione che può ferire un bambino anche attraverso gesti apparentemente piccoli e del bisogno di non liquidare certi comportamenti come semplici dinamiche infantili. Sono esperienze che richiedono ascolto e interventi educativi, ma anche la disponibilità degli adulti a interrogarsi sul proprio ruolo. Perché la scuola non può fare tutto da sola, ma non può nemmeno smettere di sentirsi parte della crescita dei bambini.
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È questo, in fondo, il senso più profondo del progetto: partire dai piccoli, quando le relazioni si stanno ancora formando e il rispetto può diventare un’abitudine quotidiana. Imparare ad avvicinarsi a un cane senza spaventarlo, riconoscere quando ha bisogno di spazio, aspettare il proprio turno e prendersene cura sono gesti semplici, ma capaci di trasmettere qualcosa che va oltre l’incontro con l’animale. E forse è proprio da una carezza, da un gioco condiviso o da una storia letta insieme che può cominciare un percorso più grande: quello di una scuola che non si limita a chiedere ai bambini di imparare, ma cerca ogni giorno il modo di raggiungerli, comprenderli e aiutarli a crescere. Perché, come ricorda Montella, a fare la differenza sono le persone e il valore che si sceglie di mettere al centro. E per lei, quel valore resta sempre lo stesso: ogni bambino, nessuno escluso.
G.D.
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