Manifestazioni: il futuro non è una minaccia da reprimere ma una realtà da costruire insieme

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L’autunno, oltre alle foglie morte e alle giornate uggiose, rimuove dalla sabbia estiva il finto benessere e riapre la porta alla realtà materiale e sociale. Con l’autunno si riaprono le scuole, si pagano le bollette, si accende il riscaldamento, si fanno i vaccini, si guarda nella borsa della spesa e ci si confronta con quello che accade qui e al di là del proprio ombelico. L’autunno è capace di meravigliare, sconcertare e sorprendere.
È bastato poco: svegliarsi una mattina di ottobre e trovare una città sbarrata, con scuole semichiuse, forze dell’ordine che presidiano il territorio. Tutto questo perché, la sera precedente, su i vari network, sono comparsi dei post “fantasiosi”, che preannunciavano l’arrivo di Masanielli per creare disordini, per indurre amministrazioni, organizzazioni, mass media locali a far chiudere una città.
É bastato un post a mettere in difficoltà varie città; allora significa che, dietro alla proclamata forza governativa, sottostà un senso di insicurezza delle istituzioni. Il paradosso è che, in piazza e nelle strade, i temuti e pericolosi Masanielli non si sono visti; invece, insieme alle forze dell’ordine sono comparsi i soliti rondisti.
Nella stessa giornata, il Governo, con i suoi Ministri, si è impegnato in fretta e furia a varare un altro Decreto Legge punitivo nei confronti di questa generazione: per l’ottava o nona volta. Il Governo sembra essere ricaduto in un meccanismo freudiano di coazione a ripetere, reagendo con durezza e in modo punitivo, e adottando un approccio repressivo nei confronti dei giovani.
Questo modo di agire coattivo e ossessivo-maniacale manifesta un bisogno di controllo. Il Governo pretende che i ragazzi si comportino secondo le proprie aspettative: devono eseguire le proprie indicazioni; si arrabbia se è messa in discussione l’autorità; non devono sottrarsi alle regole imposte. Quando questo accade, la risposta sembra essere l’intolleranza.
È come se le istituzioni avessero paura di una generazione che si ribella. Il capo va adorato, rispettato, riverito, ammirato, riconosciuto. È come se si manifestasse un complesso di Laio. Nella mitologia Laio è il padre di Edipo. Il mito può essere letto, in chiave simbolica, come il racconto del conflitto tra le generazioni e della paura di essere spodestati dai propri successori.
Per questo Governo, questi giovani sono pericolosi. Sono percepiti come dei rivali che potrebbe spodestarlo. Con i divieti vuole la dipendenza, la sudditanza. Non tollera l’indipendenza, la contestazione.
La generazione che si ribella rischia di diventare il capro espiatorio della situazione. Per certi versi, i giovani che contestano l’ordine costituito sono descritti come pericolosi, secondo una logica che ricorda quella con cui, in altre situazioni, si costruisce la figura dell’emigrante come minaccia sociale.
Il capro espiatorio (René Girard) è funzionale per il mantenimento del sistema; sul capro espiatorio si proiettano e si buttano tutte le storture. É un modo per spostare su Masaniello tutti fallimenti e le incapacità. L’individuazione di un nemico comune è funzionale per manipolare il consenso sociale. Masaniello è la causa di tutti i disordini e va punito penalmente. In questo modo, il conflitto sociale rischia di essere ridotto a una questione di ordine pubblico, senza interrogarsi sulle sue cause profonde.
Non si tiene sufficientemente conto, in questa prospettiva, della giovane età e della necessità di distinguere tra comportamenti, responsabilità e situazioni differenti. Si rischia di trattare allo stesso modo un adolescente responsabile di un atto vandalico e un delinquente abituale, cancellando le differenze individuali e il contesto in cui si verificano i comportamenti.
Sembra riaffiorare la teoria di Cesare Lombroso, secondo la quale la tendenza a delinquere sarebbe riconducibile a caratteristiche innate e biologicamente determinate: la figura del cosiddetto «delinquente nato». Eppure, quando si identifica un’intera generazione con la devianza, il rischio è proprio quello di trasformare una categoria sociale in una categoria criminale. Non si può ignorare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176. La Convenzione è composta di 54 articoli e stabilisce i diritti dei minorenni e gli obblighi degli Stati che l’hanno ratificata. Questi principi richiamano le istituzioni alla responsabilità di tutelare i minori, rispettandone la dignità, l’ascolto e il diritto a uno sviluppo equilibrato. Ecco perché sono particolarmente gravi e inopportune le dichiarazioni di alcuni ministri quando rischiano di alimentare la stigmatizzazione dei giovani, anziché promuovere un confronto rispettoso dei loro diritti.
È in atto, in diversi Paesi, uno scontro tra le nuove generazioni e le classi dirigenti. L’esempio plastico è il voto di domenica 25 ottobre in Serbia, dove si presenta la “Lista degli studenti” contro l’attuale partito “Serbia Unita” di Vucic: presidente. Le nuove generazioni possono spaventare le classi dirigenti quando mettono in discussione gli equilibri consolidati, chiedono trasparenza e rivendicano il diritto di partecipare alle decisioni collettive. Perché il futuro non è una minaccia da reprimere, ma una realtà da costruire insieme.
Dr. Enrico Magni, Psicologo, criminologo, giornalista
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