Oggiono: il sisma in Friuli nel racconto del colonnello Reina, ospite degli Alpini
Una sala consiliare piuttosto affollata, con una presenza significativa di Alpini, ha fatto da cornice alla presentazione del libro ''Gli Alpini ai fradis – Terremoto del Friuli 1976: le penne nere sul fronte della ricostruzione'', ospitata a Oggiono nella serata di venerdì 6 novembre e promossa dal locale gruppo delle penne nere in collaborazione con l’amministrazione comunale.
A guidare il pubblico nella ricostruzione di quella pagina di storia è stato il colonnello Mario Renna, del Genio delle Truppe Alpine dell’Esercito Italiano e curatore del volume, realizzato dall’Associazione Nazionale Alpini in occasione del cinquantesimo anniversario del sisma.

Il titolo richiama il termine friulano ''fradis'', che significa fratelli, e restituisce il senso di un legame che, nel 1976, si tradusse in un impegno concreto a fianco delle comunità colpite. Attraverso fotografie d’archivio, documenti e testimonianze, il libro ripercorre infatti non soltanto i soccorsi nelle ore immediatamente successive al terremoto, ma soprattutto il lungo lavoro di ricostruzione che vide gli Alpini protagonisti. Renna ha ripercorso le origini di quella mobilitazione, ricordando come, dopo la devastazione provocata dal sisma, emerse la volontà di non fermarsi ai primi interventi di emergenza.

''Dobbiamo fare qualcosa'' fu il proposito che si trasformò in un’organizzazione strutturata di cantieri, con personale specializzato, mezzi e squadre di lavoro distribuite nei territori più colpiti e isolati. Un modello che permise a oltre quindicimila Alpini di alternarsi sul campo e di contribuire alla riparazione e alla ricostruzione di 3.280 abitazioni. ''Quindicimila sono, per l’esercito, un numero impressionante'' ha sottolineato il colonnello, evidenziando la portata di un impegno che si tradusse in centinaia di migliaia di ore di lavoro donate.

Nel suo racconto è emerso anche il valore umano di quella mobilitazione. Molti degli Alpini che partirono per il Friuli appartenevano a una generazione segnata dalla Seconda guerra mondiale e dalla ritirata di Russia. Un’esperienza che aveva lasciato ferite profonde, ma anche un forte senso di solidarietà tra commilitoni e compaesani. Quel legame, nato in circostanze drammatiche, si ritrovò anche nei cantieri friulani, dove militari di leva, volontari e personale specializzato lavorarono fianco a fianco. Renna ha ricordato inoltre il contributo delle comunità locali e degli aiuti arrivati dall’estero, tra cui quelli importanti statunitensi, sottolineando come anche la gestione delle risorse fosse improntata a serietà e trasparenza.
Proprio dall’esperienza dei cantieri nacquero le basi di un’organizzazione destinata a lasciare un segno duraturo: quella che sarebbe diventata la Protezione Civile dell’Associazione Nazionale Alpini. Un’eredità che non si è esaurita con la ricostruzione del Friuli e che ha continuato a manifestarsi negli interventi successivi, in Italia e all’estero. Il volume dedica spazio anche a questo percorso, chiedendosi che cosa sia rimasto, a cinquant’anni di distanza, di quella grande mobilitazione.

A completare la serata sono state le testimonianze di alcuni alpini presenti tra il pubblico, riconoscibili dal cappello alpino, che nel 1976, durante il servizio di leva, furono inviati in Friuli. I loro ricordi hanno riportato l’attenzione sui giorni trascorsi tra le macerie, sui primi interventi senza sosta e sulle difficoltà incontrate anche a distanza di settimane dal terremoto. C’è chi ha ricordato tre giorni e tre notti impegnato nelle operazioni di soccorso, chi si occupava di trasportare materiali e generi di prima necessità attraversando paesi ancora devastati e chi ha raccontato il rapporto costruito con gli abitanti. Un’esperienza che, per alcuni, cambiò profondamente il significato del servizio militare: da obbligo da portare a termine alla consapevolezza di poter essere concretamente utili agli altri.

A cinquant’anni dal terremoto, il racconto degli Alpini restituisce così una storia che va oltre l’emergenza e la ricostruzione materiale: quella di una comunità capace di reagire alla tragedia attraverso il lavoro condiviso, la solidarietà e un senso di fratellanza che, ancora oggi, continua a vivere nell’impegno dei volontari.
A guidare il pubblico nella ricostruzione di quella pagina di storia è stato il colonnello Mario Renna, del Genio delle Truppe Alpine dell’Esercito Italiano e curatore del volume, realizzato dall’Associazione Nazionale Alpini in occasione del cinquantesimo anniversario del sisma.

Da sinistra Mariano Spreafico, capogruppo degli Alpini di Oggiono e il colonnello Mario Renna
Il titolo richiama il termine friulano ''fradis'', che significa fratelli, e restituisce il senso di un legame che, nel 1976, si tradusse in un impegno concreto a fianco delle comunità colpite. Attraverso fotografie d’archivio, documenti e testimonianze, il libro ripercorre infatti non soltanto i soccorsi nelle ore immediatamente successive al terremoto, ma soprattutto il lungo lavoro di ricostruzione che vide gli Alpini protagonisti. Renna ha ripercorso le origini di quella mobilitazione, ricordando come, dopo la devastazione provocata dal sisma, emerse la volontà di non fermarsi ai primi interventi di emergenza.

''Dobbiamo fare qualcosa'' fu il proposito che si trasformò in un’organizzazione strutturata di cantieri, con personale specializzato, mezzi e squadre di lavoro distribuite nei territori più colpiti e isolati. Un modello che permise a oltre quindicimila Alpini di alternarsi sul campo e di contribuire alla riparazione e alla ricostruzione di 3.280 abitazioni. ''Quindicimila sono, per l’esercito, un numero impressionante'' ha sottolineato il colonnello, evidenziando la portata di un impegno che si tradusse in centinaia di migliaia di ore di lavoro donate.

Nel suo racconto è emerso anche il valore umano di quella mobilitazione. Molti degli Alpini che partirono per il Friuli appartenevano a una generazione segnata dalla Seconda guerra mondiale e dalla ritirata di Russia. Un’esperienza che aveva lasciato ferite profonde, ma anche un forte senso di solidarietà tra commilitoni e compaesani. Quel legame, nato in circostanze drammatiche, si ritrovò anche nei cantieri friulani, dove militari di leva, volontari e personale specializzato lavorarono fianco a fianco. Renna ha ricordato inoltre il contributo delle comunità locali e degli aiuti arrivati dall’estero, tra cui quelli importanti statunitensi, sottolineando come anche la gestione delle risorse fosse improntata a serietà e trasparenza.


Al centro l'assessore Giovanni Corti
A completare la serata sono state le testimonianze di alcuni alpini presenti tra il pubblico, riconoscibili dal cappello alpino, che nel 1976, durante il servizio di leva, furono inviati in Friuli. I loro ricordi hanno riportato l’attenzione sui giorni trascorsi tra le macerie, sui primi interventi senza sosta e sulle difficoltà incontrate anche a distanza di settimane dal terremoto. C’è chi ha ricordato tre giorni e tre notti impegnato nelle operazioni di soccorso, chi si occupava di trasportare materiali e generi di prima necessità attraversando paesi ancora devastati e chi ha raccontato il rapporto costruito con gli abitanti. Un’esperienza che, per alcuni, cambiò profondamente il significato del servizio militare: da obbligo da portare a termine alla consapevolezza di poter essere concretamente utili agli altri.

A cinquant’anni dal terremoto, il racconto degli Alpini restituisce così una storia che va oltre l’emergenza e la ricostruzione materiale: quella di una comunità capace di reagire alla tragedia attraverso il lavoro condiviso, la solidarietà e un senso di fratellanza che, ancora oggi, continua a vivere nell’impegno dei volontari.
G.D.


















