La transizione energetica deve essere condivisa e giusta
Gentile Redazione,
ringrazio per l’ospitalità e ringrazio Renato Ornaghi per il suo nuovo approfondimento.
Apprezzo lo sforzo di tradurre concetti tecnici in metafore quotidiane, come quella dell'acquedotto, ma ritengo che proprio in questo paragone risieda l'equivoco di fondo che separa la sua visione tecnica dalla nostra realtà di residenti.
L’Ing. Ornaghi definisce il BESS un’infrastruttura ''Civile'' e non industriale, paragonandolo al serbatoio di un acquedotto.
Tuttavia, vi è una differenza sostanziale: l’acquedotto è un servizio pubblico essenziale, gestito solitamente da enti pubblici per il beneficio diretto e immediato della comunità locale.
Il progetto BESS di Cremella, invece, è un’iniziativa di una società privata su un terreno privato, finalizzata a un’attività commerciale di stoccaggio energetico per la rete nazionale.
Sebbene l'utilità per il sistema elettrico sia indubbia, l'impatto fisico — 60 container alti 4 metri su 14.000 mq (equivalenti circa a due campi di calcio regolamentari 105x68) — resta, per dimensioni e caratteristiche, un insediamento di tipo industriale
che altera irrimediabilmente il paesaggio.
In merito alla collocazione "obbligata" vicino alla stazione di alta tensione, mi chiedo: è davvero possibile che l'unico punto idoneo sia proprio un'area agricola a ridosso di un centro sportivo e di zone residenziali?.
La tecnica offre soluzioni, ma la politica e l'urbanistica dovrebbero guidarle verso i siti a minor impatto.
Accettare che ogni cabina elettrica diventi in futuro un polo di container significa rassegnarsi a una trasformazione del territorio che non tiene conto della sua vocazione specifica.
Le opere di mitigazione paesaggistica (come le piantumazioni dense citate) possono certamente nascondere alla vista i container, ma non cancellano il consumo di suolo, né l'invasività di un cavo di collegamento lungo 2,4 chilometri che attraverserà le
nostre strade, impattando su viabilità e sottoservizi.
Infine, concordo con Renato Ornaghi sul fatto che il nostro futuro sarà elettrico (pompe di calore, induzione, mobilità sostenibile).
Proprio per questo, però, la transizione deve essere condivisa e "giusta".
Se queste infrastrutture sono "Civili", allora il metodo con cui vengono calate dall'alto, senza una preventiva interlocuzione con il Comune e i cittadini, è profondamente "incivile".
Il mio "no" non è un rifiuto del progresso, ma la richiesta che il progresso non sacrifichi la qualità della vita e l'identità di una comunità sull'altare di vincolo tecnico che, con un dialogo diverso, avrebbe potuto trovare collocazioni meno conflittuali.
Cordiali saluti,
ringrazio per l’ospitalità e ringrazio Renato Ornaghi per il suo nuovo approfondimento.
Apprezzo lo sforzo di tradurre concetti tecnici in metafore quotidiane, come quella dell'acquedotto, ma ritengo che proprio in questo paragone risieda l'equivoco di fondo che separa la sua visione tecnica dalla nostra realtà di residenti.
L’Ing. Ornaghi definisce il BESS un’infrastruttura ''Civile'' e non industriale, paragonandolo al serbatoio di un acquedotto.
Tuttavia, vi è una differenza sostanziale: l’acquedotto è un servizio pubblico essenziale, gestito solitamente da enti pubblici per il beneficio diretto e immediato della comunità locale.
Il progetto BESS di Cremella, invece, è un’iniziativa di una società privata su un terreno privato, finalizzata a un’attività commerciale di stoccaggio energetico per la rete nazionale.
Sebbene l'utilità per il sistema elettrico sia indubbia, l'impatto fisico — 60 container alti 4 metri su 14.000 mq (equivalenti circa a due campi di calcio regolamentari 105x68) — resta, per dimensioni e caratteristiche, un insediamento di tipo industriale
che altera irrimediabilmente il paesaggio.
In merito alla collocazione "obbligata" vicino alla stazione di alta tensione, mi chiedo: è davvero possibile che l'unico punto idoneo sia proprio un'area agricola a ridosso di un centro sportivo e di zone residenziali?.
La tecnica offre soluzioni, ma la politica e l'urbanistica dovrebbero guidarle verso i siti a minor impatto.
Accettare che ogni cabina elettrica diventi in futuro un polo di container significa rassegnarsi a una trasformazione del territorio che non tiene conto della sua vocazione specifica.
Le opere di mitigazione paesaggistica (come le piantumazioni dense citate) possono certamente nascondere alla vista i container, ma non cancellano il consumo di suolo, né l'invasività di un cavo di collegamento lungo 2,4 chilometri che attraverserà le
nostre strade, impattando su viabilità e sottoservizi.
Infine, concordo con Renato Ornaghi sul fatto che il nostro futuro sarà elettrico (pompe di calore, induzione, mobilità sostenibile).
Proprio per questo, però, la transizione deve essere condivisa e "giusta".
Se queste infrastrutture sono "Civili", allora il metodo con cui vengono calate dall'alto, senza una preventiva interlocuzione con il Comune e i cittadini, è profondamente "incivile".
Il mio "no" non è un rifiuto del progresso, ma la richiesta che il progresso non sacrifichi la qualità della vita e l'identità di una comunità sull'altare di vincolo tecnico che, con un dialogo diverso, avrebbe potuto trovare collocazioni meno conflittuali.
Cordiali saluti,
Roberto Comi - Residente a Cremella


















