La figura del 'responsabile safeguarding' spiegata da Gloria Rossi di Castello Brianza
A volte, dietro a una procedura giudiziaria, non ci sono soltanto carte, scadenze e atti formali. Ci sono persone, fragilità e la necessità di uno sguardo capace di tenere insieme aspetti legali, sociali, educativi e relazionali. È proprio in questo spazio di confine che si inserisce il lavoro di Gloria Rossi, residente a Castello Brianza da diversi anni, in qualità di pedagogista giuridica e familiare, ma soprattutto manager dell’inclusione e responsabile safeguarding.
Si tratta di figura professionale ancora relativamente nuova, ma sempre più richiesta, soprattutto nei contesti sportivi, associativi, educativi e sociali. ''Il responsabile safeguarding - spiega Rossi - si occupa di prevenire e contrastare situazioni di abuso, violenza, discriminazione, maltrattamento o disagio, costruendo ambienti più sicuri per minori, persone fragili e soggetti vulnerabili''.
Non si tratta soltanto di intervenire quando un problema è già emerso, ma anche di ''promuovere una cultura della tutela, dell’ascolto e della prevenzione'' continua.
Nel lavoro quotidiano, questa figura può affiancare associazioni, società sportive, famiglie, enti e ma anche privati, aiutando a riconoscere segnali di rischio, a orientarsi tra bisogni diversi con l’obiettivo di costruire reti di supporto. ''Il mio compito è quello di guardare alla persona nella sua interezza, non solo al problema che porta con sé'' specifica Rossi, che da tempo opera anche a sostegno di persone in condizioni di forte vulnerabilità socio-economica.
Proprio da questo approccio, ci racconta del caso che recentemente l'ha vista impegnata al fianco di un uomo di circa settantanni, segnato da una profonda fragilità economica e sociale. ''La sua abitazione era finita al centro di una procedura esecutiva e l’asta giudiziaria sembrava ormai imminente'' spiega Rossi.
Una situazione che, a uno sguardo superficiale, poteva apparire già compromessa, ma che “richiedeva ascolto, approfondimento e capacità di mettere in relazione competenze diverse''.
È qui che il ruolo professionale di Rossi ha assunto un valore decisivo. Il giudice le ha chiesto di seguire il caso per verificare se esistessero ancora margini di intervento. ''Mi è stata data una fiducia che non mi aspettavo'', evidenzia con gioia. Una fiducia che, secondo la professionista, ha rappresentato ''il primo passo per provare a cambiare il corso degli eventi''.
La richiesta di rinvio dell’asta è stata accolta ai primi di ottobre, un risultato che Rossi definisce ''più unico che raro''. Il nuovo obiettivo? Tentare di arrivare all’annullamento della procedura grazie al lavoro di supporto di Gloria.
''Al centro, tuttavia, non c’è soltanto una procedura, bensì una persona fragile, la sua storia e la possibilità di non essere lasciata sola davanti a un momento decisivo della propria vita'', sottolinea. Per Rossi, questo episodio dimostra quanto sia importante costruire reti tra figure diverse: assistenti sociali, professionisti del settore sanitario, enti per l’inserimento lavorativo, cooperative, realtà abitative e figure legali.
''Il compito del safeguarding e della consulenza pedagogico-giuridica non è sostituirsi alle istituzioni, ma contribuire a far dialogare competenze differenti, affinché la tutela della persona non resti un principio astratto'' aggiunge.
La storia professionale di Rossi nasce anche da un percorso personale complesso. Dopo un periodo difficile in ambito sanitario, ha scelto di ricostruirsi investendo sulla formazione.
''Durante il Covid ho scelto di trasformare un momento duro in un’occasione'' spiega, conseguendo una seconda laurea in pedagogia giuridica, dopo quella in pedagogia familiare ottenuta alcuni anni prima, quando era già una giovane mamma.
Da lì ha ampliato progressivamente il proprio ambito di intervento, studiando i conflitti, l’inclusione, la tutela dei minori e la prevenzione delle discriminazioni. Tra le realtà a cui si dice particolarmente legata c’è la Polisportiva di Castello Brianza, che per prima ''ha creduto nel mio lavoro e nella mia figura''.
Il rinvio dell’asta ottenuto in questi giorni non rappresenta ancora la conclusione della vicenda, ma segna un punto di svolta. ''Una porta aperta - la definisce Rossi - che offre a una persona fragile la possibilità di dimostrare, documentare e provare a ripartire''.
Ed è forse proprio qui che si comprende il senso più profondo di questa nuova figura professionale: non promettere soluzioni facili, ma creare le condizioni perché chi attraversa una situazione di difficoltà venga ascoltato, orientato e accompagnato.
Perché dietro ogni procedura, ogni fragilità e ogni richiesta d’aiuto, c’è prima di tutto una persona.
Si tratta di figura professionale ancora relativamente nuova, ma sempre più richiesta, soprattutto nei contesti sportivi, associativi, educativi e sociali. ''Il responsabile safeguarding - spiega Rossi - si occupa di prevenire e contrastare situazioni di abuso, violenza, discriminazione, maltrattamento o disagio, costruendo ambienti più sicuri per minori, persone fragili e soggetti vulnerabili''.
Non si tratta soltanto di intervenire quando un problema è già emerso, ma anche di ''promuovere una cultura della tutela, dell’ascolto e della prevenzione'' continua.

Gloria Rossi
Nel lavoro quotidiano, questa figura può affiancare associazioni, società sportive, famiglie, enti e ma anche privati, aiutando a riconoscere segnali di rischio, a orientarsi tra bisogni diversi con l’obiettivo di costruire reti di supporto. ''Il mio compito è quello di guardare alla persona nella sua interezza, non solo al problema che porta con sé'' specifica Rossi, che da tempo opera anche a sostegno di persone in condizioni di forte vulnerabilità socio-economica.
Proprio da questo approccio, ci racconta del caso che recentemente l'ha vista impegnata al fianco di un uomo di circa settantanni, segnato da una profonda fragilità economica e sociale. ''La sua abitazione era finita al centro di una procedura esecutiva e l’asta giudiziaria sembrava ormai imminente'' spiega Rossi.
Una situazione che, a uno sguardo superficiale, poteva apparire già compromessa, ma che “richiedeva ascolto, approfondimento e capacità di mettere in relazione competenze diverse''.
È qui che il ruolo professionale di Rossi ha assunto un valore decisivo. Il giudice le ha chiesto di seguire il caso per verificare se esistessero ancora margini di intervento. ''Mi è stata data una fiducia che non mi aspettavo'', evidenzia con gioia. Una fiducia che, secondo la professionista, ha rappresentato ''il primo passo per provare a cambiare il corso degli eventi''.
La richiesta di rinvio dell’asta è stata accolta ai primi di ottobre, un risultato che Rossi definisce ''più unico che raro''. Il nuovo obiettivo? Tentare di arrivare all’annullamento della procedura grazie al lavoro di supporto di Gloria.

''Il compito del safeguarding e della consulenza pedagogico-giuridica non è sostituirsi alle istituzioni, ma contribuire a far dialogare competenze differenti, affinché la tutela della persona non resti un principio astratto'' aggiunge.
La storia professionale di Rossi nasce anche da un percorso personale complesso. Dopo un periodo difficile in ambito sanitario, ha scelto di ricostruirsi investendo sulla formazione.
''Durante il Covid ho scelto di trasformare un momento duro in un’occasione'' spiega, conseguendo una seconda laurea in pedagogia giuridica, dopo quella in pedagogia familiare ottenuta alcuni anni prima, quando era già una giovane mamma.
Da lì ha ampliato progressivamente il proprio ambito di intervento, studiando i conflitti, l’inclusione, la tutela dei minori e la prevenzione delle discriminazioni. Tra le realtà a cui si dice particolarmente legata c’è la Polisportiva di Castello Brianza, che per prima ''ha creduto nel mio lavoro e nella mia figura''.
Il rinvio dell’asta ottenuto in questi giorni non rappresenta ancora la conclusione della vicenda, ma segna un punto di svolta. ''Una porta aperta - la definisce Rossi - che offre a una persona fragile la possibilità di dimostrare, documentare e provare a ripartire''.
Ed è forse proprio qui che si comprende il senso più profondo di questa nuova figura professionale: non promettere soluzioni facili, ma creare le condizioni perché chi attraversa una situazione di difficoltà venga ascoltato, orientato e accompagnato.
Perché dietro ogni procedura, ogni fragilità e ogni richiesta d’aiuto, c’è prima di tutto una persona.
M.E.


















