Bosisio, Precampel: piazza o pista di atterraggio?
Riceviamo e pubblichiamo le considerazioni dell'architetto Umberto Mauri circa Piazza Precampel a Bosisio, spazio pubblico divenuto oggetto di riqualificazione e restituito alla cittadinanza al termine dei lavori, qualche anno fa. Un intervento che tuttavia non convince il professionista per una serie di ragioni che spiega in maniera dettagliata nella propria nota.
Lo spazio resta come di consueto a disposizione per eventuali contributi o repliche, affinchè queste righe che ospitiamo di seguito possano fungere da spunto per un eventuale confronto sul tema:

Da architetto, mi capita spesso di fermarmi a osservare gli spazi pubblici con occhio critico — non per il gusto di criticare, ma perché credo che il nostro mestiere abbia una responsabilità precisa verso chi quegli spazi li vivrà ogni giorno.
Marc Augé, nel suo saggio "Non-luoghi" (1992), definiva così quegli spazi contemporanei privi di identità, relazione e storia: aeroporti, autostrade, centri commerciali. Spazi che si attraversano, non si abitano. Spazi che non generano appartenenza.
Guardando Piazza Precampel a Bosisio Parini (LC), inaugurata nel 2023 dopo un'ampia riqualificazione dell'area a lago, non riesco a non pensarci. Un lungo asse rettilineo che taglia due piazzali minerali, quasi sempre vuoti. D'estate, semplicemente impraticabile: il sole batte senza un filo d'ombra, le panchine in acciaio diventano roventi al tatto — un dettaglio piccolo ma che dice tutto sulla distanza tra chi progetta e chi dovrebbe vivere lo spazio.
Curiosamente, perfino il nome di questo luogo ha avuto vita travagliata: ribattezzato "Piazza Grande" nel 2023, è tornato al suo nome storico, "Precampel", un anno dopo, dopo le proteste dei cittadini. Anche la toponomastica, in fondo, racconta di un progetto che non ha saputo ascoltare fino in fondo il legame tra le persone e il proprio luogo.
Il punto non è la singola scelta di materiale o la singola pianta mancante. Il punto è come si arriva a un progetto così.
Troppo spesso, nella pubblica amministrazione, manca il tempo — o la volontà — di fare ciò che dovrebbe essere alla base di ogni progetto paesaggistico: studiare. Sfogliare riviste di settore, visitare biblioteche di architettura, confrontarsi con la letteratura sul paesaggio, osservare cosa ha funzionato altrove e perché. Capire prima di disegnare. Pensare prima di fare.
Perché fare bene o fare male richiede, in fondo, lo stesso tempo. La differenza sta nella preparazione, nella cultura del progetto, nella capacità — che dovrebbe essere richiesta a ogni tecnico incaricato — di valutare realmente l'impatto di uno spazio sulle persone che lo vivranno.
Ma questa valutazione, quasi mai, viene fatta a monte. E quasi mai viene fatta dopo: nessuno torna a chiedersi se quello spazio, una volta realizzato, funzioni davvero. Se le persone lo attraversano o lo abitano. Se genera socialità o la respinge.
Questo spazio, nella sua desolazione quasi quotidiana, sembra rispondere da solo alla domanda. È sempre molto vuoto — segno, forse, che qualcosa nel progetto non ha funzionato come si sperava.
Continuiamo a costruire non-luoghi, e a chiamarli riqualificazione.
Lo spazio resta come di consueto a disposizione per eventuali contributi o repliche, affinchè queste righe che ospitiamo di seguito possano fungere da spunto per un eventuale confronto sul tema:

Da architetto, mi capita spesso di fermarmi a osservare gli spazi pubblici con occhio critico — non per il gusto di criticare, ma perché credo che il nostro mestiere abbia una responsabilità precisa verso chi quegli spazi li vivrà ogni giorno.
Marc Augé, nel suo saggio "Non-luoghi" (1992), definiva così quegli spazi contemporanei privi di identità, relazione e storia: aeroporti, autostrade, centri commerciali. Spazi che si attraversano, non si abitano. Spazi che non generano appartenenza.
Guardando Piazza Precampel a Bosisio Parini (LC), inaugurata nel 2023 dopo un'ampia riqualificazione dell'area a lago, non riesco a non pensarci. Un lungo asse rettilineo che taglia due piazzali minerali, quasi sempre vuoti. D'estate, semplicemente impraticabile: il sole batte senza un filo d'ombra, le panchine in acciaio diventano roventi al tatto — un dettaglio piccolo ma che dice tutto sulla distanza tra chi progetta e chi dovrebbe vivere lo spazio.
Curiosamente, perfino il nome di questo luogo ha avuto vita travagliata: ribattezzato "Piazza Grande" nel 2023, è tornato al suo nome storico, "Precampel", un anno dopo, dopo le proteste dei cittadini. Anche la toponomastica, in fondo, racconta di un progetto che non ha saputo ascoltare fino in fondo il legame tra le persone e il proprio luogo.
Il punto non è la singola scelta di materiale o la singola pianta mancante. Il punto è come si arriva a un progetto così.
Troppo spesso, nella pubblica amministrazione, manca il tempo — o la volontà — di fare ciò che dovrebbe essere alla base di ogni progetto paesaggistico: studiare. Sfogliare riviste di settore, visitare biblioteche di architettura, confrontarsi con la letteratura sul paesaggio, osservare cosa ha funzionato altrove e perché. Capire prima di disegnare. Pensare prima di fare.
Perché fare bene o fare male richiede, in fondo, lo stesso tempo. La differenza sta nella preparazione, nella cultura del progetto, nella capacità — che dovrebbe essere richiesta a ogni tecnico incaricato — di valutare realmente l'impatto di uno spazio sulle persone che lo vivranno.
Ma questa valutazione, quasi mai, viene fatta a monte. E quasi mai viene fatta dopo: nessuno torna a chiedersi se quello spazio, una volta realizzato, funzioni davvero. Se le persone lo attraversano o lo abitano. Se genera socialità o la respinge.
Questo spazio, nella sua desolazione quasi quotidiana, sembra rispondere da solo alla domanda. È sempre molto vuoto — segno, forse, che qualcosa nel progetto non ha funzionato come si sperava.
Continuiamo a costruire non-luoghi, e a chiamarli riqualificazione.
Arch. Umberto Mauri


















