Dopo 8 mesi il nonno deluso torna sulla vicenda dei giovannissimi atleti esclusi dal PSG Molteno-Brongio

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Riceviamo e pubblichiamo un nuovo contributo da parte del nonno di Garbagnate Monastero che negli scorsi mesi aveva voluto condividere la propria amarezza circa l'esclusione di alcuni giovanissimi calciatori, dalla locale società calcistica, nata dalla fusione tra le squadre di Brongio e Molteno. Le settimane trascorse non sono riuscite a lenire il suo disappunto, complice anche il silenzio sulla vicenda da parte delle istituzioni comunali e parrocchiali. Di seguito riportiamo la sua lettera integrale, precisando che lo spazio resta a disposizione per eventuali contributi o repliche:
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Sono passati otto mesi. Otto mesi di silenzio tombale da parte dei sindaci coinvolti e della comunità pastorale. 

Otto mesi fa avevo scritto alla vostra redazione per raccontare l’amarezza di tanti bambini esclusi dalla società di calcio PSG Molteno-Brongio con un semplice messaggio sul telefono dei genitori. Qualche settimana dopo ero tornato a scrivere, non per alimentare polemiche, ma per chiedere una riflessione sul significato educativo dello sport, sul senso dell’oratorio, sull’importanza dell’accoglienza.

In questi mesi ho aspettato una parola.

Una parola dal sindaco di Molteno, che pubblicamente aveva parlato di inclusione, rispetto e spazio garantito anche a chi non è un talento.

Una parola dal sindaco di Garbagnate Monastero, che avrebbe dovuto sentire vicina la delusione di famiglie del proprio paese.

Una parola dalla comunità pastorale, proprietaria di strutture nate storicamente per accogliere tutti i ragazzi, non per selezionarli.

Invece nulla.

Silenzio.

E allora oggi, da semplice nonno, guardo le classifiche delle squadre giovanili agonistiche e non posso evitare una domanda amara.

Le esclusioni sono servite per portare a questi straordinari risultati?

La squadra Giovanissimi U15 Regionali Élite risulta ultima nel proprio girone, stesso risultato per i Giovanissimi U14 Regionali. 
E sia chiaro, queste righe non vogliono colpire i ragazzi che oggi indossano quella maglia, a loro va anzi un incoraggiamento sincero, perché a quell’età scendere in campo, impegnarsi, allenarsi e affrontare le difficoltà richiede coraggio e merita rispetto, indipendentemente dalla classifica.

Però viene spontaneo chiedersi: era davvero necessario lasciare fuori ragazzi dei nostri paesi, cresciuti negli oratori e sui campi comunali, per ottenere questi "risultati sportivi"?

Perché nella replica del direttore generale del settore giovanile pubblicata mesi fa ci era stato spiegato dache le selezioni erano indispensabili per affrontare campionati regionali ed élite, per garantire qualità, preparazione e competitività.

Ma se poi i risultati sono questi, resta soltanto l’amarezza per bambini allontanati inutilmente.

E a questo punto nasce persino una domanda provocatoria: per migliorare ancora i risultati, quale sarà il prossimo passo? Anticipare ulteriormente le selezioni? Limitare le iscrizioni già ai più piccoli? Fare una scrematura preventiva per costruire squadre ancora più ''competitive''?

Perché quando una società nata dagli oratori e dalle polisportive di paese comincia a ragionare soltanto in funzione della selezione tecnica, il rischio è quello di perdere la propria anima.

Qui non si sta parlando di professionismo. Si parla di ragazzi, di amicizie, di comunità, di educazione.

E forse il problema più grande non è nemmeno un ultimo posto in classifica.

Il problema è che alcuni bambini hanno imparato troppo presto che talvolta nello sport degli adulti si può essere messi da parte con un messaggio WhatsApp. E che davanti a questo, per otto mesi, nessuno abbia sentito il bisogno di dire una parola.
Un nonno di Garbagnate Monastero
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